mercoledì, 22 settembre, 2021
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X Edizione CORTILE TEATRO FESTIVAL, MESSINA - "Liberamente ispirato alla maschera della morte di E. A. Poe", regia Simone Corso. -di Gigi Giacobbe

Liberamente ispirato alla maschera della morte di E. A. Poe
Uno spettacolo ancora da fare su un vecchio testo di Simone Corso pure regista
Dramaturg: Jovana Malinarić
Da qualche parte Carmelo Crisafulli e Giuditta Pascucci
Produzione: Nutrimenti Terrestri
X Cortile Teatro Festival di Messina
Cortile Calapaj-D’Alcoltres 27 luglio 2021

Pare che Liberamente ispirato alla maschera della morte di E. A. Poe (titolo lungo alla maniera dei film di Lina Wertmuller), sia il primo lavoro di Simone Corso scritto nel 2013 quando ha 23 anni, rimasto intanto nel cassetto mentre ben altre quattro pièces (tutte pubblicate su questo giornale), Contrada Acquaviola n.1, Vinafausa. In morte di Attilio Manca, Lo scoglio del mannaro, 82 pietre, conoscevano la via del palcoscenico, ben impiantate sull’attualità tinteggiata di mistero con uno sguardo antropologico su alcune aree della Sicilia. Il racconto di Poe, come è noto, si svolge in piena pandemia da peste e Simone Corso ha vaticinato otto anni prima quello che sta succedendo in tutto il mondo col Covid 19. Certamente una pura casualità o un temperamento da sciamano che al suo posto cercherei di indagare e saperne di più. Uno spettacolo messo in scena dallo stesso Corso nel settecentesco Cortile Calapaj-D’Alcontres di Messina con il solo Carmelo Crisafulli tutto vestito di bianco, pure la cravatta e le scarpe da tennis, nel ruolo del principe Prospero (certamente un omaggio di Poe a Shakespeare e al personaggio centrale de La tempesta) si esprime in una lingua colta, dialogando a volte con la sua compagna e serva Diana di cui si sente solo la voce. La morte rossa è il nome dato da Poe a quello che noi chiamiamo Covid 19, una terribile peste che sta devastando i territori del Principe e uccidendo la popolazione attorno. Crisafulli lo interpreta con un fare eccentrico, suonando una chitarra, cantando Amore che viene Amore che va di De Andrè, parlando attraverso la sua immagine riprodotta sul suo smartphone posto su un treppiede, e rendendosi conto che le sue terre stanno facendo morire la sua gente, incarica lo speziale Laumone (è lo stesso Crisafulli a dargli vita falsando la voce) perché s’inventi un vaccino che possa essere riprodotto ahimè! solo col sangue d’un bambino. Il vaccino si rivelerà essere inefficace, il bambino morirà e per questo il Principe deciderà di farlo fuori ordinandogli di bere alcune gocce di veleno chiamato “bacio di vedova” e con lui morirà pure la sua donna Corinne. Entra nel vivo ancora la voce registrata al fior di loto di Diana che manda definitivamente alcune spettatrici delle prime file nel mondo di Morfeo ed è ancora con le sue parole che si chiude la pièce di Corso: «Tu oggi muori perché c’è un nuovo ordine a regolare il mondo. Muori perché le tenebre, la rovina e la Morte Rossa dominano questo tempo». Un racconto che si distanzia da quello di Poe, che vedrà il Principe ritirarsi insieme ad un migliaio di amici e cortigiani nel suo palazzo per evitare di contrarre il morbo, avendo pure la voglia, dopo cinque mesi di isolamento, d’indire un ballo in maschera durante il quale vengono allestite sette stanze, ciascuna con un colore diverso: azzurro, giallo, verde, arancione, bianco, viola e nero. Ai partecipanti, mentre occupano le prime sei evitando l'ultima perché troppo buia, appare per magia una figura misteriosa che indossa un sudario macchiato di sangue e una maschera raffigurante il volto di un cadavere. Tra lo sconcerto dei presenti la figura attraversa tutte e sette le stanze badando bene a non toccarla. Quando ha concluso la sua camminata, Prospero, ripresosi e oltraggiato da quello che crede un orribile scherzo, corre incontro al nuovo venuto con l'intenzione di ucciderlo, ma poco prima di raggiungerlo cade a terra senza vita. Solo allora gli astanti riescono a togliere il costume al misterioso ospite, ma si accorgono che sotto di esso non c'è niente. É la Morte Rossa che è riuscita a entrare nel palazzo, uccidendo uno dopo l’altro tutti i cortigiani, stabilendo il suo regno nell'intera contrada e nel palazzo ormai buio e desolato. «Quello tu hai visto -mi scrive Corso- era il primo confronto col pubblico, nell’ottica proprio di farlo partecipare ad un processo ancora aperto, volutamente non concluso. Come ho scritto in una della mail di lavoro: quando questa crisi ha una portata così globale (la pandemia), come, il teatro, può operare, specie nell’ancora perpetrarsi di quella crisi? Volevamo presentarci al pubblico ancora “esposti”, non essendo ancora nel “dopo”, ma nel “mentre" di quello che succede ancora fuori dalle porte del teatro». “Lo spettacolo – scrive Corso in una sua nota - tenta, quindi, di portare in scena un’indagine dell’oggi attraverso una dinamica dialogica tra spettatori e scena, tra chi guarda e la cosa guardata; dialogo mediato dalla “presenza” dell'autore stesso, per far sì che l’evento teatrale divenga occasione di indagine della pandemia e delle ricadute simboliche che ha avuto, che ha e avrà sulla cultura e sulla società di ieri, di oggi e probabilmente) di domani”. Mi sta bene, caro Simone, ciò che dici e scrivi, ci rivedremo con questo spettacolo, magari con alcuni aggiustamenti, quando questa peste del terzo secolo sarà finita.

Gigi Giacobbe

Ultima modifica il Mercoledì, 28 Luglio 2021 20:47

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