venerdì, 06 dicembre, 2019
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ATTILA - regia Davide Livermore

"Attila", regia Davide Livermore "Attila", regia Davide Livermore

di Giuseppe Verdi
Libretto di Temistocle Solera e Francesco Maria Piave
Direttore Riccardo Chailly
Regia Davide Livermore
Scene Giò Forma
Costumi Gianluca Falaschi
Luci Antonio Castro
Video D-wok
CAST
Attila Ildar Abdrazakov
Odabella Saioa Hernández
Ezio George Petean
Foresto Fabio Sartori
Uldino Francesco Pittari
Leone Gianluca Buratto
Milano, Teatro Alla Scala dal 7 dicembre 2018 al 8 gennaio 2019

www.Sipario.it, 22 dicembre 2018

Nella regia di Livermore, l'Attila verdiano pare accordarsi ad uno dei più belli, e più celebri, incipit di Elémire Zolla: "Ascendiamo il monte Ventoso della storia e guardiamo il disegno che si rivela da quella grande altezza; i particolari non si discernono più, vediamo (civiltà) alternarsi ciclicamente l'una all'altra".
In tal modo, venendo meno i soffocanti limiti spazio-temporali, ecco che i personaggi dell'opera si trasmutano in archetipi, vere e proprie forme formanti: Attila non è più solo il re degli Unni, ma il simbolo dell'uomo leale, schietto, onesto, limpido e impavido – benché invasore – e che in conclusione verrà ingannato e a tradimento ucciso. La vita gli verrà sottratta da Odabella, per vendicare la morte del padre avvenuta per mano del re degli Unni. È lei, quindi, a dover simboleggiare l'inganno, la trappola, la dissimulazione. E come? Fingendosi innamorata dell'invasore, illudendolo d'un sentimento che mai ha provato né proverà. E il cavaliere Foresto a quale simbolo accostarlo? A quello della convenienza, dell'opportunismo bieco che spinge ad approfittare d'ogni buona occasione per realizzare il proprio scopo. Dettagli che, ovviamente, erano di già presenti nella partitura e nel libretto originali. Ma nella rilettura di Livermore, che ambienta Attila in un tempo e in un'epoca volutamente imprecisati, assumono un rilievo particolare su cui il pubblico è invitato a riflettere.
Gli interpreti vestono abiti che richiamano alla memoria divise militari della Seconda Guerra Mondiale, ma si muovono su rovine antiche d'una Roma distrutta dagli invasori e, contemporaneamente, attorno a palazzi moderni dilaniati da un bombardamento da poco avvenuto. Su tutto questo, s'innesta un ambiente, forse d'epoca rinascimentale, nell'episodio di Attila fermato da Leone Magno con una scenografia che riprende l'omonimo affresco di Raffaello nella Stanza di Eliodoro in Vaticano.
Così impostando l'opera di Verdi, cosa si vuol dire? Che ogni epoca ha i suoi Attila, le sue Odabelle ed i suoi Foresti. Essi non son fenomeni legati ad un'era soltanto. Ma archetipi, per l'appunto, che assumono sembianze sempre diverse.
L'interpretazione di Ildar Abdrazakov (Attila) s'è dimostrata possente, schietta, decisa. Il suo personaggio non è mai ingiusto. E il basso ha dato prova d'una vocalità ottimamente gestita. Anche nel registro sottile, la voce è sempre ben sostenuta, con un vibrato rotondo e gli armonici che ben risuonano in maschera. Egualmente bravi anche gli interpreti di Odabella (il soprano Saioa Hernández, dotata di acuti luminosi e ben misurati) e di Foresto (il tenore Fabio Sartori la cui voce, di tanto in tanto, tendeva a perdere in potenza).
Notevole la direzione d'orchestra di Chailly, che dalle note del compositore di Busseto ha tratto autorevolezza e nobiltà, in una lettura che – non sottolineando qualche lieve imprecisione stilistica originaria – ha fatto splendere il Verdi migliore che si troverà in uno dei suoi successivi capolavori: Macbeth.

Pierluigi Pietricola

Ultima modifica il Domenica, 23 Dicembre 2018 18:40

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