giovedì, 02 febbraio, 2023
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DON CARLO – regia Roberto Andò

"Don Carlo", regia Roberto Andò. Foto Michele Monista, Maggio Musicale Fiorentino "Don Carlo", regia Roberto Andò. Foto Michele Monista, Maggio Musicale Fiorentino

Opera in quattro atti
Libretto di Joseph Méry e Camille Du Locle,
traduzione italiana di Achille de Lauzières e Angelo Zanardini
Musica di Giuseppe Verdi
Filippo II Mikhail Petrenko
Don Carlo Francesco Meli
Rodrigo, Marchese di Posa Roman Burdenko
Il Grande Inquisitore Alexander Vinogradov
Un frate Evgeny Stavinskiy
Elisabetta di Valois Eleonora Buratto
Principessa Eboli Ekaterina Semenchuk
Tebaldo Nikoletta Hertsak
Conte di Lerma/un araldo reale Joseph Dahdah
Una voce dal cielo Benedetta Torre
Deputati fiamminghi Davide Piva, Eduardo Martinez Flores, Matteo Torcaso, Matteo Mancini, Volodymyr Morozov, William Hernández, Lodovico Filippo Ravizza, Roman Lyulkin
Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Direttore Daniele Gatti
Maestro del coro Lorenzo Fratini
Regia Roberto Andò
Regista collaboratore Boris Stetka
Scene e luci Gianni Carluccio
Costumi Nanà Cecchi
Video Luca Scarzella
Nuovo allestimento
Stagione 2022/2023 Festival d’Autunno dedicato a Giuseppe Verdi
Firenze, Teatro del Maggio musicale, 3 gennaio 2023

www.Sipario.it, 7 gennaio 2023

Le aspettative sarebbero state di assistere ad un spettacolo che esaltasse i meccanismi tecnologici del grande palcoscenico fiorentino, appena ristrutturato, e inaugurato per l'occasione della prima esecuzione del Don Carlo di Giuseppe Verdi del 27 dicembre 2022. Ma qualche ragione di prudenza ha forse imposto alcuni paletti alla messinscena. La regia di Roberto Andò, coadiuvato da Boris Stetka ha quindi prodotto un allestimento rassicurante per il pubblico, incentrato su un impianto architettonico fisso, scene e luci Gianni Carluccio, proiettato nella cronologia della vicenda di una Spagna cinquecentesca, riflessa dai costumi essenziali di Nanà Cecchi. Il tutto ligio alle indicazioni del libretto, giocato sui giochi di luce chiaroscurali, su un gioco di velari per i cambi scena, con solo qualche inserimento di video come effetti luce, strizzando un occhio, forse, a qualche recente allestimento considerando che l'opera, nel giro di un anno, ha contato su tre produzioni in Italia e di diversi allestimenti sparsi nel mondo, acquistando ormai significanza tra le opere di Verdi. Roberto Andò voleva restituire al pubblico un’opera "nera", intrinseca di pessimismo tragico nelle relazioni che circondano il potere: ognuno dei personaggi come sospeso, nel misterioso rapporto fra storia ed intimità, dentro il ‘cerchio nero’ rappresentato dal potere, ma che per prudenza o timore il suo apporto registico è rimasto in "sospeso". Questa potrebbe essere la sintesi del Don Carlo allestito al Maggio che conclude il ciclo del festival autunnale dedicato alla storia di Spagna nelle opere di Giuseppe Verdi con i tre titoli di ambito spagnolo (Trovatore, Ernani e Don Carlo). Verdi compose il Don Carlo, dal dramma che il drammaturgo tedesco Friedrich Schiller scrisse tra il 1783 e il 1801, nel 1867 per l’Opéra di Parigi, come un opera in 5 atti con ballabili. Firenze ha optato per una delle tante versioni dell'opera, la versione italiana in quattro atti, che Verdi preparò per Vienna ma eseguita alla Scala nel 1884, che s'impose nell'uso almeno fino alla memorabile esecuzione integrale, ma senza ballabili, (versione modenese) che avvenne al Maggio Fiorentino del 1950, segnando il rilancio dell'opera nell'orbita dei capolavori verdiani. Tra l'altro la versione breve è quella che più si accosta all'originale dramma schilleriano, condensando quelli che sono i temi propri del mondo teatrale del drammaturgo tedesco: l'amore contrastato, la ribellione contro la tirannide, il sacrificio del singolo affinché l'umanità si avvii verso un mondo migliore, la solitudine del potere. Il tutto sotto la direzione di Daniele Gatti che di questo progetto di festival tematico si era fatto garante.
Prevedibile l'esito favorevole in virtù di una regia di “tradizione” e merito di un cast di prestigio affidato al protagonismo di Francesco Meli, con il soprano Eleonora Buratto quale Elisabetta di Valois, e al mezzosoprano Ekaterina Semenchuk nella veste di Principessa di Eboli, assieme ad un trio tutto slavo con Filippo II di Mikhail Petrenko, Rodrigo Marchese di Posa, interpretato da Roman Burdenko e Il Grande Inquisitore con Alexander Vinogradov. A Daniele Gatti l'onore di dover gestire una opera musicalmente complessa alla guida dell’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino, in uno spazio acustico che si è rivelato difficile. E' stata ampliata la buca dell'orchestra che ha determinato la percezione di una grande dispersione di suono. A lui il compito di dover contenere il suono da parte dei fiati, di impedire la copertura delle voci, cosa che in effetti in momenti è accaduto, ma prontamente rientrata, con l'unica pratica possibile, ossia, dilatare i tempi per evitare l'impasto del suono e rendere leggibile la costruzione musicale dando fiato ai cantanti. E questo è stato il merito della direzione di Gatti, gestendo al meglio le caratteristiche di un cast che aveva nell'elemento femminile e nel protagonista in ruolo i punti di forza. Onore, quindi, a Francesco Meli, in un ruolo "ingrato", quello di Carlo, protagonista, a cui Verdi ha affidato tante parti d’assieme e in constante dialogo con il resto dei personaggi, ruolo strutturato drammaturgicamente a cui il tenore genovese porge voce e la giusta esuberanza, che gli compete nella sua aria di entrata “Io l’ho perduta” e nelle grandi scene d'assieme con il Marchese di Posa e la scena con Elisabetta di Valois "Io vengo a domandar grazia alla mia Regina". Onore a Eleonora Buratto, fresca di debutto nel ruolo della Regina Elisabetta di Valois fatto a New York che si è imposta all'attenzione per la sua morbidezza vocale, lineare anche nell'espandersi nelle parti più acute conservando leggerezza nel canto ha saputo dimostrare le sue caratteristiche vocali fatta di legato e di tenuta del fraseggio. Nella sua gestione dell’aria “Tu che le vanità”, aria complessa poiché richiede al cantante i registri alti e bassi, i volumi di forte e pianissimo, ha saputo dimostrare le sue caratteristiche vocali capace di trasmettere le diverse emozioni drammatiche tra mezze voci e filati. Come certamente autorevole è stato il mezzosoprano Ekaterina Semenchuk come principessa d’Eboli, ruolo che esige agilità capace delle arditezze nella “Canzone del Velo”, forse una delle più riuscite scene in tutta l'opera, che con autorità ha risolto i picchiettati previsti, possedendo grande escursione vocale con la sua scena di assolo “O don Fatal”. Sottotono invece i ruoli maschili di Filippo II, Mikhail Petrenko, Marchese di Posa, Roman Burdenko e Grande inquisitore, Alexander Vinogradov. Si deve riconosce a loro il merito di una gestione corretta di canto delle loro parti, ma comune a tutti è stata la mancanza di autorità e la poca incisività nel sostenere le parti. Questa situazione si è percepita specie nel Filippo II di Petrenko che, ha saputo gestire i momenti di assieme con un certo rilievo e prestanza vocale, mentre totalmente opaca e senza personalità è stata la gestione di quella che è l'aria "manifesto" di tutta l'opera quell' "Ella giammai m’amò” risolta senza grande afflato emotivo e partecipativo. Lo stesso vale per il Marchese di Posa di Roman Burdenko, che nonostante il suo l'impegno negli assiemi, nei duetti con Carlo, nella grande scena con Filippo II, dove ha dimostrato di essere dotato di buoni mezzi vocali, ha definito un personaggio vocalmente uniforme e senza grande personalità. Come ci si sarebbe aspettato un Grande Inquisitore con più nerbo interpretativo. Funzionali Evgeny Stavinskiy come Frate, Joseph Dahdah, impegnato sia come Conte di Lerma sia come Araldo reale, Benedetta Torre come Voce dal cielo, e gli interpreti dei Deputati fiamminghi, (Davide Piva, Eduardo Martinez Flores, Matteo Torcaso, Matteo Mancini, Volodymyr Morozov, William Hernández, Lodovico Filippo Ravizza, Roman Lyulkin) come il Tebaldo di Nikoletta Hertsak. Sempre di qualità gli interventi del coro diretto da Lorenzo Fratini che diventa protagonista nella grande scena dell’Auto da fé. Soddisfazione del pubblico che ha segnato con discreti applausi tutto l'andamento dell'opera, per poi, a conclusione, decretare un successo pieno e convinto a quanto è scorso sulla scena, richiamando a più riprese alla ribalta il direttore Gatti, apparso da solo dalle quinte a sipario chiuso e richiamando gli artisti alla ribalta, dandogli merito delle scelte musicali e interpretative finora condotte.

Federica Fanizza

Ultima modifica il Sabato, 07 Gennaio 2023 11:48

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