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WOYZECK ON THE HIGHVELD - regia William Kentridge

Woyzeck on the highveld Woyzeck on the highveld regia William Kentridge

dal dramma di Georg Buchner
regia di William Kentridge
Teatro Eliseo di Roma nell'ambito del Romaeuropa Festival dal 30 settembre al 2 ottobre 2009, Prima Nazionale

www.Sipario.it, 21 ottobre 2009

Sono mani in carne e ossa, mani grandi e vive, che stringono mani di burattino, piccole e senza vita. Ma guardandole, sono una mano sola, una piccola mano di marionetta che si allunga, si anima e trae vita dalle dita di chi la tiene e le regala il movimento. William Kentridge ha voluto la meraviglia dei pupazzi della Handspring Puppet Company per dare vita al suo Woyzeck on the Highveld, andato in scena per il Romaeuropa Festival davanti a una platea estasiata. Uno spettacolo complesso che sceglie la chiave dell'affabulazione conquistando lo spettatore attraverso gli occhi e le suggestioni acustiche. Pupazzi che hanno volti scavati, rugosi, occhi espressivi e drammatici, insieme ai suoi disegni animati realizzati con una tecnica speciale.
Kentridge cancella e modifica un medesimo foglio, ottenendo delle sequenze in cui il passaggio da una situazione all'altra appare del tutto naturale, fluido, ma anche molto visibile. Sul foglio, infatti, restano le cancellature e le tracce delle scene passate. E sembra di guardare un bambino che disegna a mano libera il frutto della sua fantasia, lo vediamo tratteggiare paesaggi, volti, parole, strane visioni della mente, e poi lentamente cambiare segno, situazione, ambiente, luogo, stato d'animo. La sua matita racconta, disegnando, i sentimenti dei personaggi, dà forma ai loro pensieri, alle angosce, al loro sgomento, dà spessore al dramma abbozzato, e mai completato, da Georg Buchner (a causa della morte dell'autore), divenuto celebre anche grazie alla versione musicale di Alban Berg.
Nell'affascinante versione di Kentridge, regista cinematografico ancor prima che teatrale, la vicenda simbolica di Johann Christian Woyzeck è trasferita nella sua terra d'origine, lo Highveld, l'altopiano del Sudafrica dove sorge Johannesburg. Il soldato prussiano protagonista di Buchner è un cameriere dalla pelle nera che, sullo sfondo dell'Africa dell'apartheid, fa il cameriere e si macchia dell'omicidio della sua amante, colpevole di averlo tradito. Il dolore, la tragedia, le condizioni sociali e psicologiche dei personaggi attraversano la fisicità delle marionette come segni indelebili sul loro volto. E non sono burattini quelli che vediamo, non pupazzi mossi da fili, ma prolungamento naturale degli attori, ovvero dei burattinai, che sono visibili e non nascosti e che si muovono insieme alle loro creature in un corpo unico. Non c'è distinzione tra marionetta e uomo. Questa è la bellezza della Handspring Puppet Company.
Il dramma di Woyzeck, che Buchner aveva ideato come figura di perdente stritolato dal disinteresse della società di massa in cui si barcamena, esplode vivissimo proprio grazie alla straziante umanità dei burattini. Presi dalle forti suggestioni visive, dai disegni che si cancellano e si riformulano davanti ai nostri occhi, sollecitati dai movimenti delle marionette, scioccati dalla forza drammatica dell'omicidio di cui si macchia il protagonista, inevitabilmente si perde un po' il messaggio che Kentridge voleva trasmettere, la carica di denuncia insita nella collocazione spazio-temporale della storia: l'epoca dell'apartheid e il paesaggio di industrializzazione selvaggia. Fatalmente si sente molto Buchner e meno l'attualizzazione voluta dal regista. Emerge tutta la solitudine dell'individuo schiacciato dai suoi simili e tradito nelle sue aspettative e speranze anche affettive, vittima degli altri e in ultima analisi anche di se stesso e della sua debolezza. Ma, a prescindere dalle intenzioni "scritte", il risultato è una messinscena che tocca l'emotività e stimola la riflessione, oltre che regalare una godibilità spettacolare di rara raffinatezza stilistica.

Flavia Bruni

Ultima modifica il Mercoledì, 07 Agosto 2013 13:16

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