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Giovedì, 06 Febbraio 2014
Pubblicato in Sinopsi testi

C'ERA UNA VOLTA CONCA D'ORO
di Emilia Ricotti

Mitico treno “Conca D’Oro”, carretta dei meridionali di ieri, Ventiquattro ore da Palermo a Milano, una tratta tempestata di emigranti in su e in giù per l’Italia, “Conca D’Oro” racconta, nelle mani che “si stringono” prima della partenza, il dolore della separazione dalle radici e, in quelle che “penzolano” al rumore sordo degli sportelli serrati e al frastuono del treno sulle rotaie, l’abbandono di chi resta.
Viaggio emblematico da Palermo a Milano in una ricerca all’interno dell’uomo e della sua doppia coscienza che quando torna deplora le occasioni mancate, ma quando è là difende “a denti stretti” la sua terra, consapevole del difficile processo di adattamento che ha compiuto al prezzo di continue rivisitazioni per vincere pregiudizi, resistenze, sono questi “i bagagli che lascia e i bagagli che trova “.
Su queste rotaie confronto serrato tra generazioni, questione femminile e meridionale e ricordi, ricordi di bisogni negati, di diritti imballati, di speranze deluse, di rivoluzioni mancate che si condensano nel grido disperato di Santino, durante il suo aspro soliloquio: “Non si risparmia nulla, squali di terra in doppiopetto, tramano, cercano inciuci.
Scoppiano scandali! Tu dici è fatta, l’hanno capito, hanno finito! Neanche per sogno! Il più fesso paga, gli altri tutti a cavallo ancora! Ma non si era detto, basta! Non si era detto cosa? Tutto finito, giustizia fatta! Come, fatta così? Questa è giustizia?
Questa è legge? Mi manca l’aria, mi turo il naso, mi chiudo gli occhi, chiudo gli orecchi, quando si cambia? Qui non cambia niente! Ed io cosa faccio? Io devo stare bene, io sono stato all’angolo, non ho rubato, ho lavorato sodo, che devo fare?
Devo guardarli ridere, ingrassarsi ancora sulla mia carne e rimanere in sella?
No, mi ribolle il sangue, mi scoppia il cuore, si torce lo stomaco, sono di paglia?
Pausa lunga. No, devo restare calmo, devo pur vivere , io non ho le ostriche, non ho poltrone, solo uno sgabello basso, queste mie mani sole, (solleva il braccio, rotea le sue mani robuste e indurite quasi a scrutarle, poi incrocia le braccia, chiude gli occhi) e un desiderio solo, stare da parte senza scossoni!
Devo capire il mondo, tutto il progresso? Troppo complesso!
Io capisco questo: mondo di fango, fatto di squali, troppe speranze perse, devo azzerare il conto, loro le ostriche, io qualche briciola, se posso fregare, frego.
No, non si fa! Lo Stato è questo? Voglio giustizia, fatta di fatti, non di parole, averli davanti agli occhi, no in girotondi finti, averli senza sensali scaltri, voglio gridargli forte la truffa delle parole finte! Democrazia cos’è, dov’è? Democrazia per me? Per te! Lo vedi come mi scoppia il cuore, non te ne frega niente, nervi d’acciaio, sai che mi passa e puoi fregare meglio, scambio di sedie, scambio di parti, ma sempre parti!
Io non preoccuparti, mi metto di lato, le mani in alto.
Tranquillo, faccio i miei fatti, fatti da poco, fatti di niente, ma tu non perdere tempo, spolpa più in fretta, prima che cambia il re, poi altri inciuci!
Perché? Perché? Non ci sono perché? La vita è questa!
Io sono l’osso, tu il mastino! Sono sbagliato, io? Pausa (china le spalle)male è non farsi gli affari propri?”

Sabato, 21 Dicembre 2013
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CASA MEMORIA
di Emilia Ricotti

Una donna ed un luogo, Felicia Bartolotta e Corso Umberto a Cinisi, covo di boss e altare di martiri, perché è questo che “Casa Memoria” rappresenta, attraverso la figura di Felicia Bartolotta, moglie di boss e madre di martire, è lei una moderna Antigone che va alla ricerca della Giustizia, non quella fatta di mezze verità, di depistaggi e lei, davanti al tritolo che le uccide il figlio, ingaggia una lotta serrata, contro i boss, lo Stato malato e un paese malato; lotta che va dal 78, anno della morte di Peppino Impastato al 2000, ma la battaglia di Felicia ha radici profonde inizia tra le pareti della casa paterna e continua tra quelle della casa maritale, perché Felicia, a dispetto dell’apparenza fragile, è donna forte e ribelle , di una ribellione che edifica e trasforma una prigione, in un altare, luogo di ricongiunzione tra il figlio morto e tutti coloro che sanno battersi per la giustizia, una donna che vede mafia e antimafia scontrarsi tra le stesse pareti, che sfida “un paese morto, un paese assente” e “il suo codice rovesciato” che non è tritolo, ma uccide lo stesso e lascia la donna al suo esilio ed al suo unico spazio: la casa!

Felicia ribalta “il codice”, apre le persiane di casa e in una scatola emblematica contempla i pezzetti rimasti del figlio: stanghetta degli occhiali, strisce di tela dei pantaloni …, e quando esce: dichiara, rilascia interviste,firma esposti.

“Cartazze, cartazze” per gli altri, che si levano gli occhiali e lasciano fare ai Don Tano che senza carte bollate, senza Corte d’Appello, senza Corte D’Assise emettono “una sola sentenza”.

Felicia ribalta le regole, lei non vuole “vendetta”, vuole “Giustizia”, ventidue lunghissimi anni per ottenere “Verità”e riscattare Peppino dall’accusa di terrorismo:

Fango, sangue e calunnie
su un corpo inerte,
su una famiglia in croce,
su una madre a pezzi
che dice basta,
ingaggia una lotta lunga
davanti a tante menzogne in piedi:
carte bollate in mezzo,
processi lenti,
risposte a tratti,
trame oscure.
Ma deve spuntare il sole!
Un centro studi attento,
una famiglia sveglia,
vent’anni tetri,
ora Felicia è stanca,
ora Felicia è vecchia,
si guarda indietro,
ma ecco che spunta il sole:
dilegua calunnie e fango,
rinasce un uomo,
lei chiude gli occhi e dorme.
Non ha capito il covo,
non ha capito il boss
che il tritolo schizza nell’aria
e quando ricade a terra,
vola nel tempo
ed è anche seme.
Non ha capito il covo,
non ha capito il boss:
non si distrugge un sogno!

Mercoledì, 30 Ottobre 2013
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MARE DESERTO
di Emilia Ricotti

"Mare deserto”, attraverso il lungo monologo di Danhaile e il lamento di una donna, emblema delle madri dei caduti nel Mediterraneo, entra nell’anima di uno dei tanti barconi dei migranti, quello in questione parte il 25 marzo 2011 dalla Libia con 72 persone a bordo e rimane alla deriva per quattordici lunghissimi giorni.
Il dramma dei nove sopravvissuti pone pressanti interrogativi, va alla ricerca di precise responsabilità e ripercorre il lato oscuro della storia dell’Occidente.
Da “Mare deserto” DANHAILE
“Noi abbiamo tagliato le bottiglie di plastica d’acqua vuote, e ci abbiamo bevuto dentro la nostra orina,
pausa breve
capisci?
L’abbiamo bevuta per quindici lunghi giorni, abbiamo miscelato acqua di mare, orina e dentifricio per togliere all’acqua il sapore del sale e l’abbiamo bevuta!
E’ orribile! Lo capisci?
Ed io voglio spiegarti che a berla ti senti l’ultimo degli uomini sulla terra, devi vincere l’orrore, perché non c’è un sodato o un gerarca che ti porge una bottiglia e ti dice: dai bevi!
No, non c’è, lui non c’è!
Non c’è nessun lui!
Sei tu che hai ancora voglia di vivere, di continuare a vivere, nonostante il gelo di notte, la luce accecante di giorno, il cibo che manca, il mare che rulla, per raccontare la morte in diretta, e quel calice amaro che non ti porge nessuno , ma che quasi cerchi con furia, non è una storia balorda, una sfida da bulli.
E’ l’opera di fantasmi lontani che non puoi toccare con mano, guardarli negli occhi, né mentre bevi dal calice riempirti la bocca e sputargliela in faccia.
Sono fantasmi lontani, con giacca, cravatta, valigetta; fantasmi impeccabili che stanno alla luce del sole, seguiti, ossequiati, beati e tu con la morte in diretta per 342 ore, per quattordici lunghissimi giorni, tallonato, scortato, scrutato, l’hai vista! Lei veniva, andava e tornava, e non dimenticava la barca, era padrona assoluta! Tampone in mano, lancette indietro e quando il torace scoppiava, rimaneva signora di quei petti squassati, se ne andava, ma per poco!
Poi tornava prepotente sempre in cerca di una mente che traballava e la aiutava ad oscurarla, di un cuore che accelerava e lo spingeva a scoppiare, lei era fatta di queste corse continue, un andirivieni incessante, a volte non la vedevi arrivare, come quando ti si accostava impaziente e ti addormentava col gelo, e ti lasciava disteso e lo capivano gli altri solo con la prima luce del giorno che quello era il sonno dei sonni.
La morte in diretta che ti alitava sul collo e tu l’avresti voluta abbracciare, per finirla col mondo, per non restare a guardare, ma forse, chissà qualcuno me l’ha scostata dal collo, perché raccontassi 342 ore sul mare. (con tono determinato) È per questo che devo raccontare, devo raccontare! E qualcuno, scusami se dico devo, ma deve ascoltare e immaginare di essere stato su quella barca e su quella di tutti i migranti.”

Sabato, 14 Luglio 2012
Pubblicato in Autori
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