sabato, 13 aprile, 2024
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INTERVISTA A ROCCO PAPALEO - di Francesco Bettin

Rocco Papaleo. Foto Gregor Khujen Belasi Rocco Papaleo. Foto Gregor Khujen Belasi

Rocco Papaleo è un attore e regista curioso, che spazia dal teatro al cinema, e ancor prima alla canzone, con sempre qualcosa di musicale nella sua metodica lavorativa. Non a caso ha anche pubblicato due dischi come cantautore, un settore, quello delle sette note, che sente suo come gli altri. Ha appena terminato la tournée teatrale de L’ispettore generale di Nikolaj Gogol, prodotto dal Teatro Stabile di Bolzano e dal TSV Teatro Nazionale dove ha interpretato il Podestà, una simbolica figura della corruzione malfattrice e maldestra, spettacolo che ha avuto un grande successo. Rocco, a parte il teatro, è anche, naturalmente tanto cinema, dai primi film di e con Leonardo Pieraccioni, Virzì e Veronesi (ma aveva debuttato con Mario Monicelli ne Il male oscuro), a numerose e gustose interpretazioni in commedie diretto da Vicenzo Salemme, Sergio Rubini, Verdone, fino ai film suoi, quattro, diretti e interpretati con sicurezza: Basilicata coast to coast, Una piccola impresa meridionale, Onda su onda e Scordato, uscito lo scorso anno. Nel Pinocchio di Matteo Garrone ha interpretato il Gatto, sornione e imbroglione. E’ nel cast di Un altro ferragosto, ancora con la regia di Paolo Virzì, appena uscito nelle sale. 

Com’è andato il tuo ultimo film Scordato, con Giorgia?
Bene, calcolando che mi son preso dei rischi facendo non proprio una commedia canonica. Ma è stato apprezzato, sia dal pubblico che è il mio interlocutore principale, che dalla critica che è stata benevola. Ha avuto anche un incasso discreto, guardando il momento storico, quindi sono contento. 

Hai terminato da poco L ’Ispettore generale, a teatro. Un testo attuale che narrava di malefatte e tentativi di corruzioni che ancor oggi ci riguardano ovunque. E’ la storia dunque che si ripete?
In questo testo ci sono  dei temi che sono fuori da ogni tempo, la questione trattata c’è da sempre e ci sarà sempre, la degenerazione del potere insita nell’uomo, la corruzione che lo anima. Anche Shakespeare, per dire, ha scritto sull’animo umano e le sue derivazioni, l’uomo più o meno ha una sua costituzione che si ripete, certo. Spirituale, psicologica, nei vizi e nelle virtù. 

E il Podestà com’e’ nel testo di Gogol? Vittima, carnefice?
Entrambe le cose. Nella sua giurisdizione è prepotente, corrotto, fa i suoi interessi e quando si deve confrontare con un superiore o con uno che pensa sia tale si genuflette, diventa debole, ossequioso. Nella piramide sociale più o meno funziona così, per le peggiori persone. 

L’anno scorso ti vedemmo a teatro con Coast to coast, divertente messa in scena tra il cabaret, la musica, l’intrattenimento e il teatro di prosa. Come mai la scelta di affrontare un classico, quest’anno? 
Ogni artista a mio modo di vedere pensa di diversificare il proprio percorso, di approcciarsi con una possibilità sempre diversa, di crescita o comunque di deviare, incrementare il suo bagaglio. Per mia natura, per contingenza ma anche per casualità ho fatto un percorso moto variegato, mi sembrava dunque interessante in questo caso uscire fuori dalla mia comfort zone, da quello che so fare. M’interessava la sfida di portare in scena un personaggio classico, anche se in passato mi ero approcciato con testi di Eduardo

Rocco, anche la musica fa parte di te. Possiamo dire che l’arte in generale ti è sempre un po’ appartenuta?
Da giovane non avevo una vocazione conscia, si’, un po’ suonavo ma non vedevo questo come qualcosa che potesse portarmi a una professione vera. A un certo punto, durante i miei fallimenti universitari mi è capitato, grazie a un’amica, di iscrivermi a un corso di recitazione, anche se pure questa all’inizio l’ho affrontata con un po’ di leggerezza. Mi sono trovato nel flusso dei teatri off romani, facendo i miei primi spettacoli  nemmeno troppo convinto, era quasi una specie di gioco, passatempo. Ho avuto però una continuità, la cosa ha funzionato. 

I tuoi primi lavori?
Di diverso genere, dal cabaret musicale alla commedia dell’arte, a testi più impegnati. Anni, quelli, un po’ anarchici, per caso, non per scelta, dove mi sono appassionato e sono riuscito a entrare nel circuito professionistico. Questa cosa piano piano mi ha posseduto, e ci ho messo la testa sempre di più. 

Che periodo era quello, rispetto a oggi? Più facile o difficile stare in quel mondo artistico?
Pur non conoscendo bene in fondo quello che succede oggi nel mondo del teatro off, la mia percezione è che allora c’erano più possibilità e meno concorrenza. Oggi ci sono moltissime scuole, altrettanti attori anche se ognuno ha diritto di provarci ci mancherebbe, l’ importante è sapere che c’è una concorrenza forte. Ma anche a i miei tempi forse era un po’ così, di tutti i miei compagni delle scuole di recitazione che ho frequentato nessuno fa l’attore. Oggi ci sono più difficoltà, e al tempo stesso anche più occasioni. 

La prima cosa che serve per continuare a provarci?
Ci vuole molta fortuna, da quello non si prescinde. Ognuno di noi può affinare le proprie capacità e poi deve mettersi lì, sperare che la dea bendata si scopra un occhio e guardi. 

Teatralmente parlando l’Italia ha bisogno di qualcosa, sempre in un confronto con altre realtà, magari nord europee per esempio dove l’attore è considerato di più?
In generale siamo un paese più arretrato dal punto di vista culturale e anche il teatro ne risente, pur essendo stata, l’Italia, la culla della cultura in Europa. Purtroppo paghiamo una deriva politica, populista, anche se non voglio mettermi a sindacare nei dettagli, ognuno ha le proprie idee. La tv commerciale ad esempio ha imposto un modello preciso, molto commerciale appunto. Anch’io ho fatto parte di qualche progetto, allora, uno dei quali ha rappresentato un po’ la mia svolta, una fiction che si intitolava Classe di ferro, che ebbe successo e mi sdoganò, e da lì in poi le cose hanno marciato diversamente per me. 

Quelle tavole di legno su cui si sale per recitare, il palcoscenico, in sintesi che luogo è? Cosa succede lì sopra?
Per quel che mi riguarda quando ci salgo acquisisco un superpotere, è come prendere una specie di licenza di essere, la mia timidezza svanisce. Su quello spazio acquisisco un coraggio che nella vita non ho, è un luogo dove per convenzione mi sento proprio libero. 

Mai pensato a una scuola per attori, o comunque a insegnare come fanno molti tuoi colleghi?
E’ capitato di fare qualche stage, non mi dispiace farlo anche se non ho un vero metodo. Per scherzare infatti, dico sempre che il mio metodo è non avere metodo. Anche se, forse, un certo approccio con quello che faccio ce l’ho, ma non trovo sia qualcosa che posso spiegare a un giovane attore. Comunque non è proprio nelle mie intenzioni principali quello di essere maestro, anche perché non mi sento di esserlo. 

La naturalezza nella recitazione è anch’essa una tecnica, qualcosa che si mette a disposizione con esercizio?
Se vogliamo fare un discorso un po’ più… tecnico, appunto, avendo anche tuttora un grande legame con l’espressione musicale, il mio approccio va in quella direzione nel senso che quando canto uso la mia esperienza attoriale, cosa che anche i cantanti fanno, sia come postura che come uso della melodia verbale. Ma questa cosa io la faccio anche all’inverso, cioè quando recito quella melodia la uso nella voce, senza farmi accorgere, non è che prendo proprio delle note esplicite. Oltre alla ricerca della naturalezza e della verità che credo siano fondamentali, anche se poi si può aprire un dialogo sulla recitazione ronconiana, su quella brechtiana eccetera, mi sento di cercare una verità musicale. In fondo se si ascoltano due persone che parlano può essere interessante ma anche noioso. Possono esser veri, spontanei ma se non c’è quella musicalità, quella sensualità nella recita secondo me il dialogo diventa meno interessante. Quindi anche quando recito, ogni sera, cerco di render veri i dialoghi, ed entro come in una partitura musicale, un po’ con uno spirito, un approccio jazzistico. Cercando di essere sincero ma con un po’, come ho detto, di improvvisazione jazzistica. Il recitare dunque diventa come degli assoli di un musicista jazz che rispetta l’armonia in cui si muove la linea melodica ma la cambia a seconda dell’estro del momento. 

Cosa pensi di questa cosa che in Italia un artista è troppo settoriale, inquadrato e non vien visto bene se affronta più discipline?
C’è, eccome. Non si viene mai presi  sul serio, se si cambia qualcosa del proprio percorso. Io ho provato varie volte ad andare al Festival di Sanremo, ma un attore che canta non viene accettato. Me l’hanno fatto anche condurre, un Dopofestival, ma cantarci proprio no. Vale anche l’inverso: per fare i miei concerti, da cantautore, devo fare una sorta di teatro-canzone, perché se facessi solo un concerto senza raccontare, senza recitare, il pubblico non lo capirebbe. Fa parte delle aspettative che ogni artista genera, però. 

Cosa stai facendo ora?
Un libro, con le canzoni dentro. Una sorta di biografia non propri organica, e ogni tanto c’è un QR CODE che rimanda a una mia canzone. Ho inciso in passato anche due dischi, direi buoni, ma è difficile venir considerati, non tanto perché la gente non è pronta per vederti in uno stato diverso, sono proprio le major che non ci credono, che non promuovono, che pensano magari che quella è una robetta da comico. Questa cosa però la devo accettare, devo fare i conti con una certa mia irregolarità, in fin dei conti sono un po’ diverso da come vengo invece percepito. E’ la mia proposta, che faccio e che è capitato di fare. Sono diventato famoso, conosciuto per il mio lato comico, le caratterizzazioni forti nei film di Pieraccioni, ad esempio, o con Checco Zalone. Poi ho fatto Basilicata coast to coast, il mio primo film, dove si è capito che non ero solo un comico, ma avevo anche un’anima un po’ più malinconica. Però i grandi successi son quelli del mainstream, dove sono un attore comico e quindi prima di essere anche accettato come un attore, diciamo, normale ci vuole ancora un po’. Piano piano sta avvenendo. Lo stesso mio ultimo film, Scordato, ha un impianto drammatico,  e sto cominciando a essere considerato non proprio un caratterista ma più un attore a largo raggio. 

Una domanda sul nostro cinema. Come lo vedi, oggi?
Beh, gode di ottima salute, abbiamo tanti maestri, e anche tanti giovani emergenti pieni di qualità. Aprire all’ internazionalità  è sempre per noi però un limite, ci penalizza la lingua sicuramente. Detto questo c’è anche una nouvelle vague, se possiamo usare questa definizione, di giovani registi che avanzano, bravi. 

In Scordato hai chiamato Giorgia, la cantante, a recitare.
E’ stata un’operazione onesta, sicuramente. Sentivo che lei aveva quella componente giusta per il film, sapevo, perché la conosco, che avrebbe portato un bel risultato oltre al suo appeal di star della musica molto amata. E del film sono contento.

Francesco Bettin

Ultima modifica il Lunedì, 18 Marzo 2024 05:09

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