giovedì, 22 febbraio, 2024
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Il teatro nel cinema di Mario Martone. -di Giovanni Luca Montanino

Mario Martone Mario Martone

Il teatro entra nel cinema di Mario Martone in diversi modi: come metodo, come oggetto, come materiale. Il regista, ospite del TPE Teatro Astra, dialoga con il direttore Andrea De Rosa, il direttore del Torino Film Festival Steve della Casa e il giornalista e regista David Grieco.

Perché mai uno tra i Festival del Cinema più internazionali d’Italia non può celebrarsi anche tra le mura di un teatro? La festa della settima arte, in barba ai ragionamenti per compartimenti stagni e agli schemi divisori, per una sera sottrae il palcoscenico alle recite previste dalla stagione e ritaglia uno spazio di riflessione.

Una parentesi di dialogo e confronto, soprattutto di ascolto, sul valore del tempo, sul significato da attribuire a un percorso che è sia umano che artistico, sia collettivo e di gruppo che individuale. Sulle contaminazioni possibili – e da sempre evidenti – tra teatro e cinema. Chi più di Mario Martone, regista conosciuto oggi soprattutto per i suoi film, ma da sempre legato al teatro (dove affondano le sue radici) incarna e offre tutti questi spunti?

Ecco che, nell’ambito del Torino Film Festival, il Teatro Astra ospita Martone la sera del 28 novembre 2023 (l’indomani sarà, invece, alle Gallerie d’Italia, per presentare il docufilm dedicato al fotografo Mimmo Jodice), insieme a Steve Della Casa, Andrea De Rosa (rispettivamente, direttori di Tff e di Fondazione Teatro Piemonte Europa) e a David Grieco, per approfondire l’interazione tra le due arti nelle pellicole che dirige.

Per chi scrive, sentir parlare Mario Martone vuol dire rivivere la città di Napoli, i vicoli convulsi, febbricitanti e soprattutto creativi di ieri e di oggi. Il grande teatro a cielo aperto, dove la poetica di Martone ha origine, negli anni Settanta: «Erano anni di contaminazione tra i linguaggi – ha raccontato il regista – , andavo a vedere alla cineteca quello che allora era il nuovo cinema americano e tedesco, Fassbinder, Herzog, Scorsese, Coppola, tutto nasceva in quel momento. Amavo quella possibilità di libertà che la mia città mi dava. Io amavo il cinema, quando ho iniziato a fare i primi esperimenti erano già esperimenti che fondevano cinema e teatro. Ormai è tutto caduto in prescrizione, quindi confesso dopo tanti anni che noleggiavo dei film in super 8 e tagliavo dei pezzi li rincollavo con la moviola e li usavo negli spettacoli che facevo. Non avendo a disposizione nulla, facevo con quello che avevo che è esattamente come faccio ora, anche quando faccio una regia alla Scala».

Fin dalle prime battute, Mario Martone ripercorre la propria carriera sorridendo e inanellando una serie di aneddoti, anche goliardici, che lo legano a una serie di colleghi e artisti: «Tutto nasce dalla voglia di chiudere con questo teatro contaminato – si fa riferimento al film Teatri di Guerra e a un periodo in cui il lavoro con Anna Bonaiuto, Toni Servillo e il compianto Salvatore Cantalupo è intenso, quotidiano – all’inizio era tutto caotico e mescolato e piano piano i fili hanno cominciato a separarsi. Il primo film che ho pensato in forma di film è Morte di un matematico napoletano. Nello stesso periodo ho realizzato lo spettacolo Rasoi, il primo lavoro asciutto, senza proiezioni: solo spazio, parola e corpo degli attori. È stato come se teatro e cinema si fossero separati e ora qui fili vanno da soli e a volte si intrecciano».

Pur raccontando il legame strettissimo tra il (suo) cinema e il teatro, Martone non nega (anzi sottolinea) la differenza sostanziale tra i due: «Il tempo del teatro è anche il tempo delle prove. Non c’è solo la scena, c’è il farsi del teatro. C’è gente che sbadiglia, che dorme: a volte le prove sono noiosissime, faticose. Ma la fatica è un valore. Nel teatro c’è questa fatica totalmente insensata che non esiste nel cinema. Puoi averla mentre scrivi, ma nel momento in cui giri, certo puoi sempre fare un cumulo di cazzate, ma c’è quell’adrenalina, quell’iper-vita del set. Il teatro, invece, è una specie di under-vita: sei sotto il palco e vedi le prove, l’attore che non ce la fa, e sprofondi nella tua poltrona. Poi c’è questa idea di arrivare a un debutto con la consapevolezza che lo spettacolo cambierà con le repliche: in genere i lavori buon crescono con tempo, mentre i lavori più zoppicanti più vanno avanti più arrancano».

Alla base (ma anche al di là) delle convergenze possibili tra cinema e teatro, protagonista dell’incontro all’Astra con Mario Martone sembra essere la riflessione sul tempo, sia a livello personale che culturale: «Avverto un senso di apertura rispetto al tempo che vivo, eppure, quando avevo 16 anni, come ora che ne ho 60, vedo il tempo che cambia. Bisogna pensare all’esperienza artistica come qualcosa in movimento».

Giovanni Luca Montanino

Ultima modifica il Venerdì, 01 Dicembre 2023 09:24

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