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IO, DON CHISCIOTTE – coreografia Fabrizio Monteverde

"Io, Don Chisciotte", coreografia Fabrizio Monteverde. Foto Gabriele Orlandi "Io, Don Chisciotte", coreografia Fabrizio Monteverde. Foto Gabriele Orlandi

Coreografia, regia e scene di Fabrizio Monteverde
Musiche Ludwig Minkus e artisti vari
Con Riccardo Ciarpella, Azzurra Schena, Roberta De Simone
e il corpo di ballo del Balletto di Roma

Costumi Santi Rinciari
Light designer Emanuele De Maria
Voce recitante Stefano Alessandroni
Direzione artistica Francesca Magnini
Vicenza, teatro Comunale, 7 e 8 dicembre 2019     Prima Regionale

www.Sipario.it, 9 dicembre 2019

La dedica sonora della voce recitante in apertura di sipario, tratta da A tutti gli illusi, da Don Chisciotte, diario intimo di un sognatore, di Corrado D’Elia, colloca Io, don Chisciotte, col Balletto di Roma su coreografie di Fabrizio Monteverde, in una dimensione che si rivolge alla passione. A quelle creature danzanti e non che quotidianamente cercano qualcosa in cui credere, che siano reietti, viaggiatori, cavalieri erranti o che siano teatranti l’oggetto principale poco importa. La sfida principale dello stesso protagonista e di Sancho Panza,che poi è una donna incinta che si muove con tanta eleganza ed energia, rimane comunque quella di riuscire a esserci in una società, un mondo moderno che ha effetti e situazioni poco piacevoli, dove si fa fatica proprio appunto a esserci. E la grazia notevole di un balletto come Io, don Chisciotte sta proprio in questo. La scena è tenebrosa, si potrebbe dire triste ma rispecchia l’andamento dei tempi. E non stupisce più di tanto nemmeno che il suo cavallo in scena sia un’automobile che ha visto tempi migliori, ora ferma, senza ruote, ma sempre punto di riferimento. I personaggi principali si muovono in contesti che si confondono, sembrano senza barriere e sempre pronti a far valere la propria personalità, lo stare al mondo, un mondo complicato.Un inseguire di continuo quello che può apparire utopia ma che va perseguito e difeso, combattuto e amato. Illusione? Chissà, certo la forza del cercare di esserci è sempre presente, e tocca momenti a dir poco di grande effetto, come quando i danzatori volteggiano attorno al veicolo, o nel finale. Una catarsi vera, diffusa, quella che i ballerini vivono, ottimamente inseriti in un racconto corale di una civiltà schizofrenica, dove inseguire il sogno può essere, forse deve essere, la soluzione per salvarsi. Una società dove si mischiano e si ripetono schiamazzi, urla, sirene, brusii e di questa ne fanno parte le persone illuse, nemmeno mascherate ma con la consapevolezza di essere fuori, di essere unici a loro modo. Le coreografie di Monteverde si fanno ancora una volta molto apprezzare, questo mostrare che la rivalsa continua, che il sogno che si ha in mente continua è un chiaro messaggio di estrema positività, perché è certamente lì che ci si riunisce, tra bolle di sapone metaforiche e realtà che si incontra – scontra ogni momento della giornata. Ed è bello vedere il ritorno di un grande coreografo che plasma così un classico della letteratura, omaggiandolo nei minuziosi particolari, con una visione assolutamente poetica. E danzano con flessuosità estetica e consolante da vedere anche il protagonista Riccardo Ciarpella che con il suo Sancho, Azzurra Schena, passa di illusione in visione onirica, costruendo e fortificando le personalità. La Dulcinea di Roberta De Simone si ritaglia un applaudito spazio personale, ma la forza del balletto di Roma è tutto l’insieme, con un corpo di ballo di nove danzatori che marciano, si inerpicano per il cofano dell’auto, sfilano in una parata di personaggi da confusione new century. Per la gioia degli spettatori, coi loro caldi applausi sull’evento che apriva la stagione di danza vicentina, e che concludono la bella serata.

Francesco Bettin

Ultima modifica il Lunedì, 09 Dicembre 2019 19:14

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