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TROVATORE (IL) - regia Cesare Lievi

"Il trovatore" regia Cesare Lievi. Foto Michele Monasta, Maggio Musicale Fiorentino "Il trovatore" regia Cesare Lievi. Foto Michele Monasta, Maggio Musicale Fiorentino

FESTIVAL D’AUTUNNO DEL MAGGIO MUSICALE FIORENTINO
DEDICATO A GIUSEPPE VERDI
Stagione Lirica 2022/2023
Sala Zubin Mehta
Giuseppe Verdi
Il trovatore
Dramma in quattro parti
Libretto di Salvatore Cammarano (completato da Leone Emanuele Bardare)
Tratto da El Trovator, dramma di Antonío García Gutiérrez
Edizione: Edwin F. Kalmus & Co., Inc., Boca Raton, Florida
Personaggi e interpreti
Il Conte di Luna Amartuvshin Enkhbat
Leonora María José Siri
Azucena Ekaterina Semenchuk
Manrico Fabio Sartori
Ferrando Riccardo Fassi
Ines Caterina Meldolesi
Ruiz Alfonso Zambuto
Un vecchio zingaro Davide Piva
Un messo Joseph Dahdah

Maestro concertatore e direttore Zubin Mehta
Regia Cesare Lievi
Scene e costumi Luigi Perego
Luci Luigi Saccomandi
Coro e Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino
Maestro del Coro Lorenzo Fratini
Firenze, Sala Zubin Mehta 29 settembre, 2022

www.Sipario.it, 4 ottobre 2022

Il 29 settembre ha preso il via al Maggio Musicale Fiorentino, nella sala Mehta, con la prima rappresentazione de Il Trovatore di Giusepe Verdi, quel FESTIVAL D’AUTUNNO: Dedicato a Verdi, annunciato, nel febbraio scorso, al momento dell'insediamento di Daniele Gatti quale direttore musicale della Fondazione fiorentina. Un Verdi programmato con tre titoli di ambientazione storica su quell'immagine che nell'800 si aveva della Spagna, tenebrosa e oscura, accesa di roghi inquisitoriali e di guerre politiche: Il Trovatore, Ernani e Don Carlo. Drammi teatrali di autori diversi con l'unico spagnolo, Garcia Gutierrez quale autore del soggetto originario Il Trovatore, assieme al francese Victor Hugo autore dell'Ernani e il Don Carlo del tedesco Friedrich Schiller, rappresentanti di una modalità tutta romantica di come il mondo del dramma teatrale si sia appropriato della Storia. Una connessione di temi che sembra fare il verso al festival parmense, in questi giorno attivo con un cartellone che segna i tre titoli verdiani tratte da drammi d'autore spagnolo presentati in edizioni critiche. Qui a Firenze non ci si addentra in proposte filologiche. Anzi la tradizione interpretativa, fatta di tagli e aggiustamenti sui cantanti, è una garanzia di riconoscibilità e di affezione per un pubblico che deve essere ancora motivato a nuovi ascolti e a nuove visioni, ancorando l'idea di questi festival di mezza stagione sulla garanzia della locandina.
Seguirà a gennaio il FESTIVAL DI CARNEVALE DEL MAGGIO: Dedicato al Faust e Goethe, ma declinato al richiamo alla ricerca dell'eterna giovinezza, che mette insieme La Finta Semplice di Mozart, con la verdiana Traviata, Rake's Progress di Strawinskij, assieme al Doktor Faust di Ferruccio Busoni. Una programmazione articolata che è un richiamo esplicito all' organizzazione musicale in festival Stagionali di Salisburgo, ma bisogna capire se funzionale, data anche una diversa organizzazione teatrale della città mozartiana. Il Trovatore inaugurale, si presentava solidamente ancorato alla presenza in buca di Zubin Mehta, alla regia di Cesare Lievi, alla sua terza presenza in breve tempo sul palcoscenico fiorentino e un cast interessante per la presenza del baritono Amartuvshin Enkhbat, Conte di Luna, Azucena del mezzosoprano Ekaterina Semenchuk, protagonista il tenore Fabio Sartori come Manrico e la Leonora di Maria Josè Siri. La direzione di Zubin Mehta ha adottando una scelta interpretativa tra tagli e aggiustamenti sulle qualità degli interpreti, caratterizzata da tempi lenti che hanno certamente giovato alle prese di fiato dei cantanti come a togliere quel ritmo da rincorsa che spesso induce una frettolosa lettura della partitura. Certamente un andamento più sostenuto avrebbe giovato anche all'incedere della trama e soprattutto a quell'aria del conte di Luna Il balen del tuo sorriso, chiave di una amore d'istinto e violento, sintesi di un fuoco inestinguibile di passione che distrugge, che qui è stata resa con un eccesso di lentezza che ha fatto perdere l'andamento alla cantabilità intrinseca dell’aria e in qualche modo messo in difficoltà nelle prese di fiato lo stesso baritono. Il baritono Amartuvshin Enkhbat "dal nome impronunciabile" come viene chiamato dal suo pubblico, è stato, senza dubbio, uno dei migliori interpreti di questo edizione fiorentina, dotato di voce morbida e suadente, musicale capace di plasmare il canto anche le zone di fraseggio. Gli si rimprovera di non essere abbastanza attore, ma sta mettendo a segno tutti ruoli baritonali verdiani, se da Parma passa Firenze e ritorno nell'arco di una settimana. Degna accoppiata con il mezzosoprano Semenchuk, voce potente e di stile attenta a non cedere ad effetti di ricerca di tono gravi lasciando che sia la regia a disegnarle il personaggio di una Azucena persa tra deliri e angosce di vendetta. Sartori definisce un Manrico di buon livello, che procede sicuro nell'avanzare dell'opera, senza strafare, certo delle sue possibilità e anche dei suoi limiti, ma risolutivo quando serve dall'iniziale Deserto sulla terra, all'attento e romantico procedere Ah! sì ben mio, fino al dirompente Di quella pira gestita anche questa senza esuberanze vocali ma risolvendo con misura la nota finale. Accanto, il soprano Maria Josè Siri, che ha proposto una Leonora spavalda e svettante nei suoi interventi, non regala al pubblico finezze interpretative, non cerca l'afflato lirico ma piuttosto l'esuberanza delle eroine verdiane della scrittura del Verdi giovanile. Convincente il basso Riccardo Fassi, Ferrando, che con emissione chiara e ben definita partecipa il pubblico in quella che è la vicenda dell'opera di vendette, guerre e amori perduti che ricuce il filo degli eventi passati. Altro protagonista il coro, gestito da Lorenzo Fratini, nelle molteplici parti in cui è coinvolto da gitani, signori nel forgiar armi, da guerrieri pronti all'assalto di castelli, come prigionieri che intonano il Miserere. Bene il cast di contorno voci giovani che si stanno formando con Ines di Caterina Meldolesi, Ruiz di Alfonso Zambuto, Un vecchio zingaro con Davide Piva, Un messo Joseph Dahdah. La regia di Cesare Lievi era partita con buone intenzioni, del definire l'opera come opera essenzialmente notturna, buia e disperata dove gli amori si muovono in un destino di morte, con il fuoco che riduce in cenere, corpi e affetti. Era incentrata sul personaggio di Azucena, motore di tutto, con il suo dovere di vendetta promessa nei confronti della madre mossa dall’invettiva "Mi vendica" quale la parola chiave. Il pubblico non ha gradito gli intenti del regista con l'eccessiva presente di doppi e di controscene. Se il complesso scenografico e di costumi ha restituito l'idea del cupo e di un destino di lotte e di morte, scene e costumi Luigi Perego e luci Luigi Saccomandi, l'agire in palco è stato ridondante di controfigure, che non hanno ben risolto il piano dell'inconscio, del lato onirico e di incubo che sovrasta l'opera, appesantendone il flusso narrativo. Regia anche poco provata per malattia del regista costretto a lavorare a distanza e con poco tempo disponibile con il cast. Applausi e ovazioni agli esecutori musicali, in primis al Maestro Zubin Mehta, qualche buato al regista, ma alla fine il pubblico fiorentino si è riappropriato dei propri spazi esaurendo la sala Auditorium, appagato del risultato musicale.

Federica Fanizza

Ultima modifica il Sabato, 08 Ottobre 2022 09:51

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