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CAMERA AZZURRA (LA) - regia Serena Sinigaglia

"La camera azzurra", regia Serena Sinigaglia. Foto Laila Pozzo "La camera azzurra", regia Serena Sinigaglia. Foto Laila Pozzo

di Georges Simenon
adattamento teatrale di Letizia Russo
con Fabio Troiano, Irene Ferri, Giulia Maulucci, Mattia Fabris
scene Maria Spazzi
costumi Erika Carretta
disegno luci Alessandro Verazzi
scelte musicali Sandra Zoccolan
regia Serena Sinigaglia
produzione Nidodiragno/Coop CMC – Sara Novarese
Thiene (Vicenza), teatro Comunale, 26, 27, 28 aprile 2022

www.Sipario.it, 29 aprile 2022

Passioni, tormenti, omicidi, il romanzo di Georges Simenon “La camera azzurra”, adattato da Letizia Russo per il teatro e messo in scena da Serena Sinigaglia, inizia lentamente in una scatola blu, ovvero la famosa camera del titolo. Una scatola-luogo che contiene e conterrà fino alla fine tutti i segreti delle vicende intrecciate dei protagonisti, ovvero Tony Falcone, la sua amante Andrée, la moglie di Tony Gisèle e il giudice. Quattro tormenti sullo sfondo della provincia francese, un’ambientazione simile a certi film di Francois Trauffaut, anche se il testo ovviamente è precedente ai film del regista. Nel continuo confessare e confessarsi (agli spettatori) i quattro mescolano più volte le loro carte a disposizione. Tony è accusato di aver ucciso sua moglie, porto sicuro a suo dire, ma condivisa con una relazione extraconiugale con una ex compagna di scuola, una passione sfrenata, disinibita. Il testo di Simenon somiglia tanto ad alcuni fatti di cronaca, che periodicamente accadono. Non gli è da meno, a Tony, la sua amante, la bruna Andrée, sfavillante e sensuale, cinica e lasciva, diretta. Anche suo marito è morto e lei si trova nella stessa situazione di Tony, accusata di omicidio. Quel che il giudice insinua di continuo, incalza è la complicità costruita dai due amanti, con freddezza e risoluzione, due atteggiamenti cinici sebbene è proprio Tony che cerca in tutti i modi di ribaltare la scena, costruendosi una corazza e provando a difendersi a più non posso. Gisèle, sua moglia, muta e tranquilla in un angolo per una mezz’oretta, intentissima a sferruzzare un maglioncino per la sua figlioletta Marianne, a un certo punto si svela, narrando di sé e del marito, entrando in gioco, di fatto, sulla scena. Il giudice, che è quello che rappresenta ovviamente la giustizia, a sua volta è perfettamente incalzato come lui fa con gli altri, continuamente messo in croce dinanzi a visioni altrui che guardano al suo personale. Il testo di Simenon colpisce per varie cose, favorevolmente, perché in crescendo, abilmente scritto dispensando porzioni di erotismo disincantato, menzogna, una specie di lucida follia perpetrata l’uno a danno dell’altro, e con il peso di due assassinii. Un crescendo, come detto, che svela pian piano le furbizie e i piani messi in atto, e porta al resoconto finale. La regia di Serena Sinigaglia, come qualche altra volta, non convince del tutto, anche l’enorme presenza di quell’azzurro presente sulla scena anestetizza un po’, rimanda quasi a una volta celeste terrena, asfissiante, rinchiusa dentro quella bolla blu chiamata camera, ma contribuisce all’epilogo. Va detto però che gli attori sono tutti diretti assai bene e che portano a termine il loro difficile compito (i personaggi sono assai complessi nelle loro numerose sfaccettature) mettendo molto del mestiere, creando un piccolo universo in qualche modo aggregato. Dei quattro interpreti sulla scena particolarmente felici sono le interpretazioni di Irene Ferri, maliarda e forse anche innamorata davvero, e di Mattia Fabris, un giudice in qualche modo disturbato, ossessionato da alcuni fantasmi che si porta dentro, tentando di rimaner lucido di fronte agli avvenimenti che invece, per lavoro, deve affrontare. Giulia Maulucci disegna con grazia una Gisèle acquiescente, non senza una vena di creduloneria, illusione, che subisce una disfatta, mentre Fabio Troiano si inerpica nervosamente, con accento siciliano, su per l’irto colle di chi cerca un modo per uscire dai propri guai e riesce comunque, come i colleghi, a far arrivare una bella interpretazione. Interessante sicuramente in toto, comunque, la macchina teatrale, che se mirava a far conoscere il testo di Simenon fuori dalle consuetudini c’è riuscita. Portando alla ribalta nevrosi, amori, fraintendimenti, gli errori e gli orrori della vita.

Francesco Bettin

Ultima modifica il Domenica, 01 Maggio 2022 10:20

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