mercoledì, 27 ottobre, 2021
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OH LES BEAUX JOURS - regia Robert Wilson

Oh les beaux jours Oh les beaux jours Regia Robert Wilson

di Samuel Beckett
regia: Robert Wilson
con Adriana Asti e Yann de Graval
Lussemburgo, Grand Théâtre, 24 e 26 settembre 2008

Corriere della Sera, 28 settembre 2008
Adriana Asti, Winnie senza tempo

Camminare per Città del Lussemburgo in attesa di Giorni felici è assurdo, cioè - secondo la vulgata - beckettiano. Poi, a guardar meglio, a lasciarsi andare, e quasi sprofondarvi, in questa città senza ombre e senza radici, tra i suoi palazzi tutti simili, in vetro e acciaio, tutti uno spigolo, un contundente angolo, un boulevard percorso da neri suv che sembrano carezzare l' asfalto - poi, dicevo, a guardar bene - Luxembourg sembra la città giusta non per Beckett ma per il suo regista, per Robert Wilson. Non è un regista compassato, un manovratore di luci fredde e abbaglianti, un mago della peripezia evitata per un soffio? Wilson è come il parco della città: leggenda e realtà vogliono che di notte, inoltrandosi tra i suoi abeti e i suoi agrifogli, sia uno dei luoghi più sicuri del mondo, nessun rischio di furto, nessun rischio di stupro. Non solo. Wilson come lo abbiamo assimilato negli anni (come abbiamo assimilato il suo stile), è anche simile al Grand Théâtre quale, alle otto di sera, ci si presenta: un edificio non troppo alto, che si sviluppa per lungo, con la facciata a rombi, rettangoli obliqui, incastrati tra loro. Cosa di più meravigliosamente wilsoniano? Forse, vien fatto di pensare due ore dopo, dopo aver assistito al suo primo incontro (a 65 anni) con Beckett, dopo aver visto il suo Giorni felici, nato dalla strabiliante combinazione tra due privati cittadini milanesi, Franco Laera e Elisabetta di Mambro, il Grand Théâtre di Luxembourg e il Festival di Spoleto, più wilsoniano ancora sarà proprio lo spettacolo di cui, al fianco di Yann de Graval, è protagonista la magnifica Adriana Asti. Pure, non è così. Lo spettacolo è sì wilsoniano, ma, direi, beckettiano fino a un certo punto. Wilson immagina che il monticello di sabbia in cui la matura, cinguettante, malinconica e irrisoria Winnie sprofonda, sia un' eruzione dell' asfalto, una vera anomalia lussemburghese! Winnie vi spadroneggia, tiranneggia il suo povero Willie, cui non concede più di dieci battute, ricorda, s' incanta, ritualizza, poiché prigioniera, la propria giornata. Sopravvivere è la prima ragione. La seconda è vivere, cioè trasformare, ancora e sempre, i giorni in giorni felici. Quando questo dramma andò in scena nel 1963 a Parigi molti vi videro compiacimento e squallore, non già quell' inno alla vita che è. Quasi lo stesso accadde a Torino, due anni dopo, allorché il suo primo regista, Roger Blin, lo presentò al pubblico italiano con Laura Adani. Ma per noi più interessante è che la Asti ne fu già interprete nel 1985, diretta da Mario Missiroli. La Asti di allora la ricordo davanti a un' enorme clessidra, in lotta con il tempo. La Asti di oggi del tempo si disinteressa. Nello spettacolo di Wilson, in cui urla il vento e trillano le sveglie, accade ciò che in Beckett forse non dovrebbe accadere: che l' allegoria, sempre accostata, ma mai compiuta, semmai rimpianta (è essa il «vecchio stile» evocato da Winnie), l' allegoria in Wilson si ricompone. O tutto s' illumina, o tutto s' oscura. La Asti non può più evocare con il cuore, le occorre la testa, le occorre l' urlo; per richiamare l' attenzione sul suo inabissarsi le occorre gridare. Willie è «risucchiato nell' azzurro»? Il parasole va a fuoco? Pazienza, decreta Winnie; pazienza per le anime nostre. Cos' è la terra se non «un vecchio estintore»? Pure, agli applausi, quando si chinerà ad abbracciare Adriana, il texano dagli occhi di ghiaccio per un attimo si commuoverà. La terra è un vecchio estintore. Ma non tutto si estingue.

Franco Cordelli

Ultima modifica il Venerdì, 20 Settembre 2013 08:52

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