martedì, 29 settembre, 2020
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SIPARIO RECENSIONI: Barocci Silvia

Menzionato Prosa - Silvia Barocci

Byron's Ruins - regia Marco Filiberti
Le notti bianche - regia Henning Brockhaus
Parolepotere - regia Simone Guerro

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Byron's Ruins
Le notti bianche
Parolepotere. Un secolo e mezzo di storie dei vinti

Byron's Ruins di Marco Filiberti
Con Giovanni Scifoni, David Gallarello, Enrico Roccaforte, Niccolò Tiberi, Gabriele Gallinari, Gianluca d'Ercole
Scene Benito Leonori, luci Alessandro Carletti, costumi Patricia Toffolutti, suono Marco Benevento
Regia di Marco Filiberti
Visto al Teatro studio Valeria Moriconi di Jesi il 25 gennaio 2012

JESI (AN) - "Dopo tutto, cosa sono tutte le cose se non uno spettacolo"? Basta un verso dal Don Giovanni per comprendere tutto l' "accadimento teatrale" di Marco Filiberti, Byron's Ruins, andato in scena il 25 gennaio in prima nazionale al Teatro studio Valeria Moriconi di Jesi. Uno spettacolo scandaloso – e non certo per il nudo integrale in scena perfettamente integrato nella macchina progettata da Filoberti - a partire dalla struttura, una morality play moderna, un dramma filosofico sulla condizione umana, con protagonisti un angelo del bene ridotto a silenzio e un angelo del male vestito da nazista, simbolo dell'orrore di tutta l'umanità. Nel mezzo di questo gioco delle parti si inserisce un Lord Byron uno e trino: il poeta, l'uomo e il suo corpo messo letteralmente a nudo sono un unicum anelante alla libertà ma al tempo stesso schiavo di passioni, si chiamino Shelley, la poesia, le donne o il piacere. E neppure c'è speranza nel dramma: l'uomo vive in questa terra desolata in cui odio, ignoranza e ingiustizia sono declinazioni di un unico vizio, non vittima ma colpevole artefice della miseria che lo circonda. Byron's Ruins è uno spettacolo che usa il linguaggio altissimo di uno dei massimi esponenti del Romanticismo europeo, Lord George Gordon Byron e che punta, se è possibile, ancora più in alto: ricchissimo di rimandi all'arte tutta, con citazioni da Friedrich, David, Delacroix, al fiore della letteratura romantica (bellissime tra l'altro le scene di Benito Leonori anche se è un colpo al cuore vedere tutte quelle pagine di libri sventrati in scena) ma forse è in questo che rischia il suo più grande difetto. Filiberti adotta apertamente una prospettiva queer per rileggere uno dei più grandi poeti inglesi in chiave postmoderna: non c'è redenzione e dopo tanta bellezza, dopo tanta "folie byroneuse", dopo tanta passione fisica, intellettuale, morale non resta che l'insofferenza per quanto c'è di marcio intorno a noi. David Gallarello, nel ruolo di George, il migliore in scena.

Silvia Barocci

Le notti bianche di Dostoevskij
regia di Henning Brockhaus con Lucia Bendia e Francesco Bonomo
Musiche di Stefano Sasso, elementi scenici e costumi di Giancarlo Collis, organizzazione di Patrizio Giulioli. Evento promosso dal "Teatro Festival Frasassi" dal Consorzio Grotte di Frasassi e prodotto dall'associazione culturale Coniglingarage
Visto alle Grotte di Frasassi (An) il 22 aprile 2012
GENGA (AN) - Racconta Lucia Bendia che Le notti bianche è un testo al quale è cosi legata da non ricordare neppure più la prima volta che lo ha letto. Che l'idea di mettere in scena Dostoevskij nella Grotta del Vento le è venuta un giorno in cui era in escursione a Frasassi per i fatti suoi e che ha creduto talmente tanto in questo progetto da aspettare anni pur di trovare la persona giusta a cui affidarlo. Ha incontrato Henning Brockhaus e ha fatto un'ottima scelta. Il romanzo breve di Dostoevskij, adattato e ridotto da Riccardo Ricciardi a poco più di 45 minuti di recitato andato in scena a Genga domenica 22 aprile, si è calato perfettamente nel palco naturale delle Grotte di Frasassi. Di più, la Grotta del Grande Vento ha amplificato tutte le potenzialità visive del testo originale a partire dal "fiat lux" e l'abile gioco di luci con cui, dal buio totale (della notte? dell'incoscienza? di chi non ha ancora amato, vissuto?), Brockhaus ha dato il via allo spettacolo. Un centinaio gli spettatori confusi tra le signore della cava, stalattiti e stalagmiti come tanti spettrali sampietroburghesi, ricoperti di fini drappeggi e gelidi come statue di marmo. L'uomo non è che una misera figurina nelle mani della natura e Fëdor, che rincorre in lungo e in largo l'amata Nasten'ka fermandosi solo nei rifugi soffici come sogni immaginati da Brockhaus, consegna allo spettatore il suo dramma della solitudine: in cinque notti ha conosciuto la felicità eppure il sogno finisce, Nasten'ka si stacca da lui e torna dal suo promesso sposo. Lo spettacolo, un viaggio itinerante nel ventre della terra, si conclude così nel punto esatto in cui era iniziato: siamo all'ingresso della cava che trattiene Fëdor e lascia fuggire Nasten'ka. Chi conosce San Pietroburgo sa che le notti bianche accadono una volta l'anno in tarda primavera, quando il sole tramonta così tardi e sorge così presto da lasciare la città velata di un rosa malinconico e insieme un'atmosfera spettrale. Il dramma della solitudine diventa allora dilemma esistenziale: sogno, doppio sogno o realtà?

Silvia Barocci

Parolepotere. Un secolo e mezzo di storie dei vinti di Simone Guerro, con Chiara Caimmi e gli Onafifetti (Giovanni Filosa, Piergiorgio Memè e Mario Sardella). Regia di Simone Guerro
Scene di Ilaria Sebastianelli
Visto al Teatro Pergolesi di Jesi il 14 gennaio 2012
JESI (AN) - Simone Guerro ha lavorato duramente per ridurre tutto il faldone di testi a monte di Parolepotere. Un secolo e mezzo di storia dei vinti, in uno spettacolo di appena sessanta minuti che i alla prima nazionale al Teatro Pergolesi di Jesi del 14 gennaio ha registrato il tutto esaurito (biglietti introvabili da giorni). E ha lavorato bene, rendendo fruibili a tutti parole pesanti come le pietre, scritte con la morte nel cuore da giovani poco più che adolescenti in attesa di morire. Per che cosa? Siamo in un ipotetico altare della patria moderno e moderna è la vittima sacrificale, Chiara Caimmi, con tutto il suo cursus honorum di diplomi, lauree, master e inutili voti eccellenti. Tutto intorno il contraltare offerto dai tre Onafifetti (Mario Sardella, Giovanni Filosa, Giorgio Memè) che si sciolgono e si ricompongono in un trittico della vittoria di volta in volta cieco, muto e sordo. Formidabili i loro anni, eppure di tutti quei sogni di libertà, giustizia e uguaglianza non restano che becere scene da villeggiatura, buone al massimo per mettersi il cuore in pace, intonare alla "nostalgia canaglia" e dormire sogni tranquilli che tanto, quel che si poteva fare è stato fatto. Ma lo spirito dello spettacolo va oltre: non basta l'indignazione, non serve a niente la rassegnazione: bisogna rifare gli italiani, ripartire dal'intransigenza. È questo il senso del contrasto tra le canzonette, tutte veramente azzeccate, cantate e musicate dai tre Onafifetti e le parole lette dallo stesso regista Guerro fuori scena, estrapolate da lettere scritte da condannati a morte di tutti i Regina Coeli della storia: Settembrini, Gramsci, Foa, militi ignoti e martiri di tante storie di resistenza, dal 1830 al 1980, perché quello che è stato non si ripeta. Ammirevoli le scene curate da Ilaria Sebastianelli: l'essenziale e l'assurdo hanno tenuto banco per tutto lo spettacolo fino al finale a sorpresa, con la lettura fuori campo di "Il sarto di Ulm" e il doppio omaggio a Brecht e Lucio Magri (a cui il Centro Studi Piero Calamandrei di Jesi che ha prodotto lo spettacolo ha dedicato la prima di Jesi): di fronte a Luciana Castellina e Valentino Parlato, seduti in platea, si è gridato ancora più forte che l'uomo può volare.

Silvia Barocci

Letto 7289 volte Ultima modifica il Giovedì, 30 Agosto 2012 18:18
La Redazione

Questo articolo è stato scritto da uno dei collaboratori di Sipario.it. Se hai suggerimenti o commenti scrivi a comunicazione@sipario.it.

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