mercoledì, 19 gennaio, 2022
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INTERVISTA a PIETRO CITATI - di Alma Daddario

Pietro Citati Pietro Citati

“Negli anni cinquanta divenni amico di Romolo Valli e di tutta la Compagnia dei Giovani….Valli era il più amabile e il più colto….mi chiedevano pareri per gli autori: raccomandavo particolarmente Molière”

Incontro con Pietro Citati
A cura di Alma Daddario

Abbiamo incontrato una delle voci più illustri della critica letteraria contemporanea, Pietro Citati. Ma forse definirlo critico è riduttivo, anche perché i suoi saggi risultano accattivanti e di lettura piacevole come veri e propri romanzi. Tra l’altro Citati si è appassionato anche di teatro, in familiarità con la compagnia dei Giovani e collaborando con Giorgio Strehler.

Scrittore, saggista, critico, letterato, in quale tra queste definizioni si sente più rappresentato?
Critico direi.

Tra i grandi scrittori che ha conosciuto personalmente, ce n'è qualcuno in particolare che ha sentito affine e ha lasciato un segno nella sua formazione letteraria?
Carlo Emilio Gadda
.

Qual è la differenza fra scrittore e critico e può esserci rivalità fra queste due figure?
Sì, può esserci rivalità. Tra essi la differenza è molto grande. Lo scrittore è padrone del gioco delle immagini. Dell’invenzione assoluta. Io sono un critico, ma non sono uno scrittore.

Esiste un'età per un lettore, che rende più adatta e comprensibile l'opera di determinati autori impegnativi, come per esempio: Proust, Joyce, Dostoevskij?
È molto difficile dire quale sia l’età più adatta, per incominciare. Dostoevskij e Proust si possono leggere anche nell’adolescenza. Io ho iniziato a leggere Dostoevskij a 13 anni, Proust a 15. Joyce più tardi.

Esiste una scrittura di genere, o lo scrittore, donna o uomo che sia, dovrebbe essere una sorta di identità neutra?
Deve essere di identità neutra. Lo scrittore, la scrittrice, sono androgini.

Ha scritto che negli ultimi secoli la società e la cultura italiana hanno quasi completamente ignorato la propria anima femminile, cercando di ridurla al silenzio. È una prerogativa che ha riscontrato in ambito esclusivamente italiano, e da cosa dipende? Può trattarsi di un condizionamento dovuto alla tradizione cattolica?
No, non è dovuto alla tradizione cattolica. Penso alla cultura americana, a scrittori come Hawthorne e Melville, che hanno fatto a meno della propria anima femminile.

A proposito di autrici donne, ha affermato in un'intervista che sconsiglierebbe la lettura della Tamaro e della Fallaci. Quali tra le nostre scrittrici contemporanee consiglierebbe?
Tra le recenti Elsa Morante, Cristina Campo, Annamaria Ortese; tra le poetesse Rosita Copioli; tra le biografe Benedetta Craveri e Serena Vitale. Lei mi chiede delle “nostre”, e delle “contemporanee”. Come sa, io ho avuto sempre uno sguardo allargato, da passato a presente, non solo in Italia, né in Europa, e non amo le classifiche. Mi sono occupato in particolare delle scrittrici mistiche, di Angela da Foligno, di santa Teresa, della Austen, delle sorelle Brontë, della Dickinson, della Woolf, della Weil, della Achmatova, della Cvetaeva, della Arendt, della Banti, della Yourcenar, di Agatha Christie, di Colette, di Nathalie Sarraute, di Djuna Barnes, di Gertrude Stein, della Bachmann, della Blixen, della O’Connor, della Nemirovsky, della Stead, della Munro, della Rowling, e di altre che ora mi sfuggono. Testi dedicati ad alcune di esse formarono Ritratti di donne, nel 1992. Ma come faccio a dirle che avrei potuto scrivere anche di altre, sulle quali non ebbi un’occasione determinante?

Come organizza la sua giornata da scrittore, ha orari in cui preferisce scrivere, ha bisogno di un silenzio assoluto, preferisce scrivere con un accompagnamento musicale?
Ho sempre preferito scrivere al mattino. Quando ero giovane cercavo la musica, mentre scrivevo. Ora non più. Ma riesco a scrivere anche se non ho completo silenzio intorno a me.

Ha affermato che senza pensiero metafisico non è possibile la letteratura. Cosa intendeva?
Le dò degli esempi: Manzoni, Dostoevskij, Simone Weil. Non esisterebbero senza lo spessore metafisico.

Il prossimo autore di cui si occuperà (o il prossimo saggio)?
Il prossimo libro, La ragazza dagli occhi d’oro (titolo preso dal racconto di Balzac fiammeggiante di sangue, dove Eros è il male assoluto), è un percorso di voci che si corrispondono, nell’immaginazione non solo letteraria, ma teologica e pittorica (con l’incursione musicale e letteraria di Mozart, e cinematografica di Chaplin, dei fratelli Marx, e di Fellini). Parte dall’antichità, da alcuni esempi delle metafisiche (ebraica, greca, cristiana, iranica, islamica) e della storia, per giungere agli scrittori di oggi, attraversando i totalitarismi del Novecento. Vi sono i protagonisti più intensi, ma anche quelli più ariosi, della forza immaginativa; in particolare, coloro che attraversano le tragedie, con apparente vittoria.

Il teatro può essere un modo per fruire della letteratura, in modo emotivamente intenso, più o meno della lettura individuale?
Sì, certo, può esserlo, in modo assolutamente più intenso, e travolgente, della lettura individuale. Ho ricevuto un’educazione al teatro fin da bambino, quando frequentavo l’Istituto Sociale di Torino, la scuola dei Gesuiti, i quali attribuivano una grande importanza al teatro, che la Ratio Studiorum di sant’Ignazio imponeva. Tutte le scuole dei Gesuiti avevano un teatro interno, dove gli allievi potevano assistere a tragedie, commedie, o azioni sceniche, partecipandovi in prima persona; almeno tre o quattro volte l’anno, venivano fatti recitare le proprie composizioni, perché senza questo esercizio la poesia è fredda e inanimata, sosteneva la cinquecentesca edizione della Ratio Studiorum. Il teatro non era solo tragedie, e opere serie, anzi. Poteva essere buffonerie, insensatezze. I Gesuiti amavano la bellezza, e anche il comico. Ricordo che ogni mercoledì veniva messo in scena il prediletto Buster Keaton, ma anche Charlot. Al Sociale veniva anche il torinesissimo Carlo Campanini, un attore molto bravo, oggi dimenticato. A Torino la pratica del teatro era diffusa; perfino nel santuario della Consolata. Da adulto, mi sarei appassionato alla storia del teatro gesuitico del Seicento, che era parte della grande tradizione retorica. Volevo pubblicare le opere di Saverio Bettinelli, che fu uno degli autori del teatro gesuitico nel Settecento.
Negli anni Cinquanta e Sessanta divenni amico di Romolo Valli, e di tutti gli altri membri della Compagnia dei giovani: De Lullo, Albani, Falk, Guarnieri, alla quale si unirono la Morelli e Stoppa, e per un anno Buazzelli. Si conversava. Valli era il più amabile e il più colto, avrebbe diretto anche il Festival di Spoleto. Mi chiedevano pareri per gli autori; raccomandavo particolarmente Molière: Il tartufo, oltre al più famoso Malato immaginario, e anche il Don Giovanni o il convitato di pietra, e questo, che discutemmo a casa mia, fu letto a Radiouno nel 1961.
Negli anni Settanta collaborai con Strehler per il Don Giovanni, e Il flauto magico di Mozart, sui quali scrissi; su Mozart continuo a tornare, l’ho fatto anche di recente. Convinsi Strehler a dare un ruolo importante a Papageno. Strehler era molto triestino, terribile, egocentrico, addirittura arrogante, ma straordinario. Strehler fece la regia del Flauto magico diretto da Herbert von Karajan, che inaugurò il Festival di Salisburgo il 26 luglio 1974. L’anno seguente ne nacque un libro per Rizzoli: Il flauto magico di Mozart-Schikaneder, tradotto da Gian Piero Bona, con la mia introduzione, intitolata La luce della notte, e la nota di Giorgio Strehler.

Breve biobibliografia

Pietro Citati è nato a Firenze il 20 febbraio 1930, da una famiglia ligure-piemontese, con ascendenze siciliane ed emiliane. Dopo gli studi alla Normale di Pisa, iniziali esperienze di docente, di collaboratore a riviste come il «Punto», «L’Approdo», «Paragone», svolge un’intensa attività editoriale, e diviene critico letterario di quotidiani quali «Il Giorno» di Pietra e Murialdi (1960-1973), il «Corriere della sera» (1973-1988), «Repubblica» (dal 1988 a oggi, con breve ritorno al «Corriere» tra il 2011 e il giugno 2017). Nel 1970, con Santo Mazzarino e Carlo Gallavotti, fonda l’Associazione, poi Fondazione Valla, collana di scrittori greci e latini, pubblicata da Mondadori.
Questi i libri scritti: Goethe (Mondadori 1970, premio Viareggio), Il tè del Cappellaio matto (Mondadori 1972), Immagini di Alessandro Manzoni (Mondadori, 1973; col titolo La collina di Brusuglio, 1991), Alessandro (Rizzoli, 1974; col titolo Alessandro Magno, 2004), La primavera di Cosroe (Rizzoli, 1977), I frantumi del mondo (Rizzoli, 1978), Il velo nero (Rizzoli, 1979), Vita breve di Katherine Mansfield (Rizzoli, 1980), Il migliore dei mondi impossibili (Rizzoli, 1982), Tolstoj (Longanesi, 1983, premio Strega 1984), Il sogno della camera rossa (Rizzoli, 1986), Kafka (Rizzoli, 1987), Storia prima felice, poi dolentissima e funesta (Rizzoli, 1989), Ritratti di donne (Rizzoli, 1992), La colomba pugnalata (Mondadori, 1995), La luce della notte (Mondadori, 1996), L’armonia del mondo (Rizzoli, 1998), Il Male Assoluto (Mondadori, 2000), La mente colorata (Mondadori, 2002), Israele e l’Islam (Mondadori, 2003), La civiltà letteraria europea (Meridiano Mondadori, 2005), La morte della farfalla (Mondadori, 2006), La malattia dell’infinito (Mondadori, 2008), Leopardi (Mondadori, 2010), Elogio del pomodoro (Mondadori, 2011), Il Don Chisciotte (Mondadori, 2013), I Vangeli (Mondadori, 2014), Sogni antichi e moderni (Mondadori, 2016), Il silenzio e l’abisso (Mondadori, 2018), Dostoevskij – senza misura. Saggi russi (La Repubblica, 2021). Titolo del prossimo libro: La ragazza dagli occhi d’oro.

Ultima modifica il Domenica, 26 Dicembre 2021 20:14

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