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CECILIA - regia Leo Muscato

"Cecilia", regia Leo Muscato "Cecilia", regia Leo Muscato

Azione sacra in tre episodi
Musica: Licinio Refice
Libretto: Emidio Mucci 
 
Angelo: Elena Schirru
Cecilia: Martina Serafin
Valeriano: Antonello Palombi
Tiburzio: Roberto Frontali
Vecchia cieca: Giuseppina Piunti
Vescovo: Alessandro Spina
Amachio: Leon Kim
Regia: Leo Muscato
Maestro del coro: Giovanni Andreoli
Teatro Lirico di Cagliari Dal 28 gennaio al 5 febbraio 2022

www.Sipario.it, 9 febbraio 2022

Aprire di questi tempi la stagione operistica con un’opera sacra può sembrare liberatorio, come un tempo il Te Deum dopo le pestilenze. O ingeneroso, quasi si voglia irridere il  sacro, già abbastanza a mal partito nella modernità. O provocatoriamente reazionario, come a rimpiangerlo, data la miseria dei tempi. Certo è che la scelta del sovrintendente del Lirico di Cagliari di mettere in scena un’opera (Il martirio di Santa Cecilia) che, scritta nel 1924 era stata rappresentata in Italia solo due volte (1935 e 1953) non può che sembrare, per dir così, originale. Le due precedenti rappresentazioni cadevano in tempi consoni: la prima a pochi anni dal Concordato, la seconda nel tempo d’oro del clericalismo e di Maria Goretti. Ma oggi? Forse provocazione, appunto. Tanto più evidente se si sta al libretto. Esempio: coro delle fanciulle del primo quadro: “Così la bimba finché fu pura/ ad ogni cuore eletto e’tanto cara/ ma se cade il suo fiore virginale/ perde ogni incanto.....”. La evidente sessuofobia, sinceramente sentita e disseminata nel libretto a piene mani, ci riporta indietro nei secoli. Ad un cattolicesimo complessato, controriformista, da seminario salesiano, dove Refice del resto si è formato. La drammaturgia dell’opera è elementare: angelicamente buoni (Cecilia, il suo sposo Valeriano, il vescovo Urbano) da una parte, diabolicamente cattivi (Amachio, il soldato romano che selvaggiamente trucida Cecilia) dall’altra. Proprio come nel realismo socialista dei tempi di Stalin. Ma, a parte qualche eccesso stentoreo, comprensibile in un’opera di edificazione come questa, la musica è bella. E soprattutto ben cantata. Da tutti, ma soprattutto da Martina Serafin (Cecilia), bel soprano, voce piena di sfumature e gesti delicati. Merita forse opera migliore. Più che onesta la messa in scena: bianco abbagliante dalla prima all’ultima scena, il colore della purezza, ovviamente.

Attilio Moro   

Ultima modifica il Mercoledì, 09 Febbraio 2022 23:50

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