mercoledì, 18 maggio, 2022
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VOIX HUMAINE (LA) - regia Federica Zagatti Wolf-Ferrari

"La Voix Humaine", regia Federica Zagatti Wolf-Ferrari. Foto ENNEVI, Arena di Verona "La Voix Humaine", regia Federica Zagatti Wolf-Ferrari. Foto ENNEVI, Arena di Verona

“LA VOIX HUMAINE”
Tragedia lirica in un atto su testo di Jean Cocteau
Musica di Francis Poulenc
Elle LAVINIA BINI
“THE TELEPHONE or L’Amour à trois”
Opera buffa in un atto di Gian Carlo Menotti
Lucy DANIELA CAPPIELLO
Ben FRANCESCO VERNA
Orchestra della Fondazione Arena di Verona
Direttore Francesco Lanzillotta
Regia Federica Zagatti Wolf-Ferrari
Scene Maria Spazzi
Costumi Lorena Marin
Luci Paolo Mazzon
Nuovo allestimento della Fondazione Arena di Verona
Verona, Teatro Filarmonico, 5 dicembre 2021

www.Sipario.it, 8 dicembre 2021

Due nuove opere dedicate al “telefono" sono approdano al Teatro Filarmonico di Verona come ultimo allestimento di questa stagione 2021, anomala tra eventi passati in streaming, teatro aperto ma contingentato e finalmente al pieno della disponibilità. E' stata una stagione organizzata e programmata tenendo presente le prescrizioni sanitarie e quindi concepita con allestimenti il più semplici possibili, presenze in scena ridotte al minimo: precedenza quindi ad atti unici più o meni noti. Ecco la scelta
dell'inedita accoppiata di atti unici La Voix humaine di Francis Poulenc (1959) e The Telephone di Gian Carlo Menotti (1947), titolo che approda per la prima volta sulla scena lirica veronese: tragedia lirica in un atto quello di Poulenc con la sola protagonista Elle in scena, duetto tra Lucy e Ben in quella che il compositore definisce opera buffa in un atto: durata complessiva del tutto senza pause un'ora e mezza, sostanzialmente omogenei per la tematica e la cronologia compositiva. Si tratta di due composizioni del'900 lirico maturo, ma strutturate su precise armonie che non comportano grandi innovazioni stilistiche, accomunati da un comune oggetto, il telefono, quale metafora della modernità comunicativa interpersonale un'invadente tecnologia che trasforma il meccanismo del dialogo interpersonale in una comunicazione astratta e surreale. Tra l'altro la composizione di Poulenc del 1959 ha come libretto l'omonimo dramma che Jean Cocteau scrisse nel 1930, un pezzo di bravura attoriale su cui si sono confrontate tutte le più grandi attrici di teatro internazionali (memorabile l'interpretazione che offre Anna Magnani con la regia di Rossellini nel 1948), quella di Giancarlo Menotti è scritta nel 1947. Nonostante tutto, il pubblico veronese ha latitato, occasione persa per un ascolto di quanto l'opera del '900 abbia di tradizionalmente armonico, di facile ascolto e di riconoscibilità musicale, come di facile presa emotiva.
Poulenc ha realizzato la sua opera quando ancora si poteva interagire con un centralinista su un testo di scritto trent’anni prima, quando il telefono era soprattutto, come ricorda, uno strumento misterioso e inquietante. Una struttura narrativa in cui lo spettatore, ascolta (e vede) un solo capo della conversazione, quello di lei, abbandonata in una situazione formale che obbliga l’attrice a recitare la parte dell’altro assente attraverso dosati silenzi. Una chiamata ancorata ad un filo quanto lungo possibile, in attesa di una di una conversazione che non si vorrebbe mai perdere e mai terminare, un filo che lega alla vita e ai ricordi. E anche nel libretto di Menotti (1947) l'uso del telefono crea rapporti problematici di impossibilità di comunicare con la persona accanto (l'impossibilità di Ben a rivelare il suo amore a Lucy) tutta impegnata a chiamare e a ricevere telefonate nel tentativo di rimediare a equivochi insorti tra amici. All'innamorato, per la paura di perdere un treno, non resterà altro che chiamarla da una cabina telefonica disvelando il suo amore. Ma il facile ascolto non deve sottendere facilità di esecuzione. Sono le parti vocali su cui ricade il peso dell'esecuzione. Nel dramma di Poulenc il tutto è sorretto sulla sola interprete femminile in scena (genericamente definita “lei”) che ha la responsabilità dell’esecuzione. Alla sua voce e alle sue doti attoriali spetta svelare le inquietudini, le menzogne, le preghiere, il pianto, i sorrisi nervosi, la disperazione della protagonista che ha, come unico mezzo per comunicare a distanza il proprio amore, solo la voce umana, mediata dalla cornetta del telefono. Brava il giovane soprano Lavinia Bini nel condurre la concitazione drammatica dell'atto unico; con la sua voce lirica e giovanile è stata capace, con estrema sicurezza e immedesimazione, di delineare la tragedia con una eccitazione nervosa sempre crescendo fino al parossismo finale, con la massima espressione del canto, tra l'altro su una base orchestrale costruita con economia di mezzi che contribuisce alla resa di una realtà da incubo.
A seguire, come un semplice cambio scena, l'atto unico di Gian Carlo Menotti, da lui stesso definito opera buffa: The Telephone (1947) che guarda scopertamente al genere dell’intermezzo buffo settecentesco ma con la melodia e la scaltrezza dell’uomo del Novecento che conosceva Broadway e i meccanismi della presa sul pubblico. Il malizioso sottotitolo L’Amour à trois investe l’apparecchio telefonico di uno scomodo ruolo, quasi un animale domestico che si intromette fra gli amanti, per poi permetterne riconciliazione e lieto fine. Il tutto condotto con estrema brillantezza dal duo in scena la Lucy di Daniela Cappiello e il Ben di Francesco Verna. Occorre dare merito alla regista Federica Zagatti Wolf-Ferrari di aver saggiamente gestito il palcoscenico con l'essenziale: il filo del telefono che pervade la scena nella Voix humaine, impostata sui pochi riferimenti (un letto sfatto e un specchio). Filo che diventa fili di cellulari e auricolari considerato che il telefono qui in Menotti, diventa il cellulare dal quale nessuno si vuole distaccare. E diventa un giocare quello di Lucy con le chiamate disinteressandosi di quanto accade interno e alle di vicinanza personali. Il tutto tra situazioni di canto ricche di melodie, costruite come arie, e recitativi a due sostenute al pianoforte, un ritorno all'antico uso degli intermezzi comici dell'opera del '700. Qua e là a qualche cenno a illustri melodrammi italiani. Sul podio dell’Orchestra della Fondazione Arena, rialzata a livello di platea il maestro Francesco Lanzillotta che ha condotto con estrema precisione la ricostruzione musicale delle due composizioni. Tanti calorosi applausi dallo scarso pubblico nei confronti degli artefici della rappresentazione chiamati più volte alla ribalta e con particolare segno di riconoscenza per la protagonista del dramma di Poulenc.

Federica Fanizza

Ultima modifica il Domenica, 12 Dicembre 2021 13:02

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