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GIGANTI DELLA MONTAGNA (I) - regia Giuseppe Dipasquale

I giganti della montagna I giganti della montagna Regia Giuseppe Dipasquale

di Luigi Pirandello
Regia: Giuseppe Dipasquale
Scene: Antonio Fiorentino, Costumi: Elena Mannini, Musiche: Marco Betta, Movimenti coreografici: Donatella Capraro, Luci: Franco Buzzanca
con Magda Mercatali, Vincenzo Pirrotta, Gian Paolo Poddighe, Anna Malvica, Vitalba Andrea, Giancarlo Condè, Barbara Gallo, Enzo Gambino, Camillo Mascolino, Plinio Milazzo, Giampaolo Romania, Sergio Seminara e con Lucia Fossi, Luca Iacono, Marina La Placa, Liliana Lo Furno, Alberto Mica, Viviana Militello, Nicola Notaro, Ramona Polizzi, Lucia Portale, Francesco Russo, Clio Scira Saccà, Giorgia Sunseri, Irene Tetto
Teatro Verga, Stabile di Catania. Dal 29 aprile al 12 maggio 2012

www.Sipario.it, 27 aprile 2012
www.Sipario.it, 30 aprile 2012

Non avendo trovato requie nello scandaglio della umane relazioni (inquinate, ma ineludibili) sino alla distruzione dell'ego e all' 'auxiluim' della follia benefattrice (si pensi al grande paradigma di "Enrico IV"), Luigi Pirandello, allo scoccare degli anni trenta, e in prossimità della lunga notte nazi-fascista, inizia a percepire la senilità del corpo come 'approdo' e 'minaccia' del suo ésprit indagante, sperimentante, speculativo.

Nella progressiva crisi della creatività 'empirica' e raziocinante (mirante al paradosso e allo svuotamento d'ogni ruolo sociale), nella progettata ma diffidente attuazione di un 'sistema' di immaginazione che attinga al mito e all'utopia (nell'ambito mai sublimato dei suoi rapporti ferrigni con l'isola nativa), lo scrittore si imbatte nella possibilità di utilizzare i tempi e i modi dell'apologo, dell'allegoria morale (come in "Lazzaro" e "La nuova colonia") per imbastire- in uno spazio immaginario e fuori dal tempo- una sorta di testamento morale e 'libro premonitore' della barbarie in agguato.

La drammaturgia di Pirandello, ascendente ai 'massimi sistemi' dell'ambizione oracolare (attraverso la profezia) e della virtù divinatoria (attraverso i simboli) si depotenzia, rispetto alla relativismo del suo repertorio della maturità, in una landa di perorazioni estetiche e neo-idealiste in cui l'Arte (il guaio delle maiuscole...) si erge a vittima sacrificale dell'umana stoltezza. In una dimensione che soffre, dopo l'età dell'oro, di un' arcana (recondita) maledizione fatta del suo 'dover vivacchiare' nel degrado di opportunisti, ignoranti e prosseneti. E in un sistema di contiguità, di vasi comunicanti adattabili a qualsiasi dismissione della pubblica 'virtude e decenza'- specie in ambito di mercificazione culturale. "Chi ucciderà l'Arte?"- si (ci) chiede il regista Depasquale, e a noi (a lui) non resta che l'imbarazzo della scelta, specie in tempi di vacche indiane e ottundimento del 'sapere critico' come quelli che ci toccano in sorte in questo inizio di millennio cui manca poco per adeguarsi ai genocidi avvenuti

Potrà salvarci l'Arte? L'Arte come 'sacro fuoco', l'Arte come "magnifica ossessione' destinata a schiantarsi contro il rifiuto e l'insensibilità del 'potere materiale'. Diversamente da Pirandello e dai suoi esegeti, stentiamo a ravvedere la 'traccia di Pollicino' quand'essa è dettata dalla fuga nel visionario , nell'immaginifico, nella trepidazione dell' irrazionale, seppur alimentati da formidabili elementi poetici, fabulistici, di fibrillante energia compositiva..

Sostanziati dall' acuto parallelismo con cui Dipasquale affronta le potenziali scaturigini dell'opera:

"Nel Pantagruel, Rabelais narra che per trovare l'origine della stirpe dei Giganti occorreva risalire a quando la terra era stata fecondata dal sangue di Abele. Dunque un assassinio, un fratricidio, aveva dato vita alla meravigliosa anomalia dei giganti. Non sappiamo se Pirandello ricordasse il passaggio rabelaisiano, certo è che un omicidio si compie anche in questo caso"

Che è quello di Ilse, detta la Contessa, capocomico di una compagnia di attori girovaghi venuta a 'redimere' (rappresentando la "Favola del figlio cambiato") sia la 'terra desolata' sia quelle entità orfiche e ciclopiche, dissennate e vandaliche, cui –per convenzione e per mito- diamo nome di Giganti: origlianti, minacciosi, incombenti come mostri dell'inconscio collettivo o antesignani degli 'ippopotami' cannibali, secondo Eugene Ionesco (che tanto ammirava Pirandello).

Lo scrittore 'sognò' un incompiuto finale (raccontato al figlio Stefano poco prima della morte) con "un ulivo saraceno e una grande tela...dietro la quale ci saranno i Giganti..... Li sentiremo arrivare, ne avremo paura, ma non potremo vederli, né il Teatro riuscirà a mostrarceli"

Limite rispetto al quale indietreggia anche questa compìta e cesellata edizione dell'opera (che resta affascinante, labirintica, quasi in codice 'esoterico'), disegnata in uno spazio morbido e ovoidale, come dentro una porzione di tunnel alle cui estremità si stagliano le millantate magie di Cotrone e la luce di qualcosa "di ciò che non può essere detto e che quindi è meglio tacere". Giustappunto

Angelo Pizzuto

L'ultimo pensiero di Luigi Pirandello prima che l'eterna nemica se lo portasse via con sé, pare fosse rivolto ai suoi Giganti della montagna rimasti incompleti nel quarto momento del terzo atto, ricostruiti dal figlio Stefano "da quanto gliene disse suo padre e col senso che avrebbe dovuto avere". Giuseppe Dipasquale, affascinato da questo arcano, ripropone quest'incompiuta, al Teatro Verga di Catania, come se quelle poche paginette di Stefano potessero aggiungere qualcosa di nuovo o di non detto o come se quella lunga schiera di registi, a cominciare da Strehler e a finire con Vetrano-Randisi, non avesse messo in debito conto il suo valore. Semmai sono servite (quelle paginette) a Dipasquale ad animare in un paese di balocchi i suoi fantocci, abitatori d'un pianeta che scompare nel secondo tempo, ma ben visibile nel primo, quando la compagnia degli attori della contessa Ilse (una sofferta e affranta Magda Mercatali) giunge alla villa di Cotrone (del sempre energico e corpulento Vincenzo Pirrotta) e dei suoi scalognati per completare una missione d'arte e d'amore. Lo spettacolo si caratterizza per la bella scena di Antonio Fiorentino, una sorta di antro oscuro, un cul-de-sac, una galleria di metrò con una vista nell'universo stellare, da dove si può ammirare un pianeta che lievita, forse quello stesso abitato dai Giganti, mostri della politica e dell'economia, dell'industria e della scienza, che non appariranno mai, ma che di loro si udrà solo il crepitio di tamburi o d'una guerra alle porte. Andrà avanti quella piccola umanità di fuoriusciti e di comici sino alle soglie delle abitazioni dei Giganti. Vuole rappresentare, su indicazioni di Ilse, la Favola del figlio cambiato, un'opera scritta da un poeta suicidatosi per lei e a niente serviranno gli sforzi di Cotrone per farla desistere e accontentarsi di vivere la sua vita. Nel finale tragico – quello raccontato da Stefano - Ilse non ce la farà e il suo corpo si spezzerà come quello d'una marionetta e con lei morirà l'arte e in certa misura pure il metafisico Pirandello. In evidenza il conte di Gian Paolo Poddighe, il Cromo di Giancarlo Condè, la Sgricia di Anna Malvica.

Gigi Giacobbe

Ultima modifica il Giovedì, 19 Settembre 2013 08:42

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