martedì, 15 giugno, 2021
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GIORNI FELICI - regia Robert Wilson

Giorni felici Giorni felici Regia Robert Wilson

di Samuel Beckett
regia, scene e ideazione luci: Robert Wilson
costumi e trucco: Jacques Reynaud
drammaturgia: Ellen Hammer
disegno luci: A.J. Weissbard
suono: Emre Sevindik
con Adriana Asti, Yann de Graval
Spoleto, 52° Festival, Caio Melisso, dal 27 giugno al 5 luglio 2009
Teatro Ponchielli Cremona, 6-7 febbraio 2010

www.Sipario.it, 8 febbraio 2010
Giornale di Sicilia, 29 giugno 2009

Potente, abbagliante, intenso, dolente e ironico questo è Giorni felici di Samuel Beckett nella versione registica di Bob Wilson con Adriana Asti nei panni di Winnie e Yann de Graval in quelli di Willie. Il regista texano ha imprigionato Winnie in una frastagliata montagna di cemento, macchia grigia antracite che si staglia su un fondale che cambia colore a seconda degli stati d'animo di quella donna, prigioniera della terra e proiettata verso il cielo, una donna aggrappata alle parole e determinata nel difendere la felicità della vita, nonostante tutto. Giorni felici s'apre con una tempesta fragorosa destinata a morire improvvisamente in quella landa desolata e silenziosa in cui Winnie, svegliata da un campanello, porta avanti la sua esistenza, ricordando i tempi passati, aggrappandosi a pochi oggetti: uno spazzolino da denti, una borsa, uno specchietto e un ombrellino. Winnie dialoga con Willie che risponde a grugniti, ma è pur sempre il suo Willie che ama di un amore tenero e bestiale al tempo stesso, in cui le allusioni sessuali sono il lascito di un contatto che agli occhi è assente. Winnie monologa, parla di sé e del mondo, della vita e del vuoto che la attanaglia, parla della fine che è prossima, dice di quando le parole non ci saranno più e lei sarà lì ancora a guardare davanti a sé, occhi spalancati sul mondo e bocca serrata. Bob Wilson costruisce un Giorni felici di assoluta bellezza, quel fondale che muta pian piano colore e a volte richiama i quadri di Rothko, emozioni di colori, stupisce con il paesaggio iperrealistico che scende dall'alto per raccontare di un mondo che non c'è più, fa correre un brivido con quel fondale blu cobalto attraversato da un lampo bianco che richiama il volto di Winnie, ormai completamente prigioniera della montagna di cemento, nella seconda parte dello spettacolo. Adriana Asti in tutto ciò è una macchina da guerra, è una leggera e ironica Winnie, una terribile Winnie, già cadavere eppure innamorata della vita, tutta occhi e con una mimica di rara intensità. Adriana Asti costruisce una Winnie che sa essere dura, impietosa verso di sé, che si sfida al gioco della vita, che è determinata nel resistere al deserto che la circonda. Adriana Asti dà prova di conoscere e saper frequentare tutta la grammatica d'attrice, costruisce con una mimica precisa e tremenda, con le tonalità di un recitare 'vecchio stile' la sconvolgente modernità di Winnie. Ad un certo punto si ha come l'impressione che l'attrice non sia più corpo, ma solo immagine e voce, una voce che è carne e respiro, che è poesia e dolore, che è inno d'amore e ultimo, disperato poeticissimo anelito di felicità in quel suo cantare...

Nicola Arrigoni

SPOLETO ( gi.gi.).- Venticinque anni fa Mario Missiroli per i suoi Giorni felici di Beckett aveva collocato la Winnie di Adriana Asti all'interno d'una grande clessidra in plexiglas. Adesso Bob Wilson, alla "prima" del 52° Festival dei due Mondi, utilizzando la traduzione di Carlo Fruttero,  i costumi e il trucco di Jacques Raynaud e la drammaturgia di Ellen Hammer, pensa che quella donna di mezza età vada interrata, nel primo tempo sino alla vita nel secondo sino al collo, dentro una sorta di piccolo Stromboli o di Etna, originato da un'eruzione d'una strada asfaltata, distante da quel monticello terroso con erba inaridita indicato in didascalia dal suo autore. Wilson fa iniziare il suo spettacolo con forti sibili di vento, appena sopportabili all'udito, che fanno sventolare sinistramente il leggero sipario bianco e la Winnie–Asti nella sua postazione appare con corti capelli biondi ondulati, viso bianchissimo interrotto dal rosso del rossetto e dal suo generoso decolleté su un vestito grigio-azzurro. Alle sue spalle il fondale è d'un bianco accecante, che in alcuni momenti vira verso l'azzurro e il rosa, quasi un fotogramma-negativo in controluce che rende sempre nera quella struttura vulcanica. E' una donna, Winnie, che parla per due ore ininterrottamente, mentre il suo Willie ( Yan de Graval ) con cranio rasato e ferita che sanguina, coperta poi da fazzoletto e paglietta, se ne sta a dormire o a bofonchiare di spalle quando è sveglio, leggendo dal giornale solo annunci economici. Parla Winnie, al vento forse, di sicuro a sé stessa e a tutte quelle donne in sala che vivono la sua condizione di donna sola e che vorrebbe, "per dirla nel vecchio stile", essere soltanto amata, desiderata, rispettata, ascoltata. E ogni giorno che passa per lei è un nuovo giorno che cerca d'affrontare imbellettandosi, indossando un cappellino con piuma, rispondendo al telefono, addolcendo le unghie con una limetta, meravigliandosi con una lente d'ingrandimento finanche d'una formica carica d'una pallina bianca e ringraziando per giunta il suo compagno per i giorni felici che le fa vivere. Gioca la Asti con spazzolino e dentifricio come un bambino che fa combattere fra le mani dinosauri di plastica e gioca pure con un ombrellino di sole che non va a fuoco, come nel testo, e tiene in mano una pistola che non farà mai sparare verso sé stessa e non estrarrà dalla sua sporta un organetto per sentire le note del duetto Tace il labbro della Vedova Allegra, ma che canterà in chiusura. E' straordinaria la Asti, un vaporoso clown in alcuni momenti, quando serra la bocca e quando rotea le sue pupille serpentine, arricchendo il personaggio con rinnovata comicità e ironia, mentre il mago Wilson, questa volta, appare contenuto nei suoi marchingegni di illuminotecnica, solo un fugace verde paesaggio alla fine del primo atto e verso la fine, dopo un rombo violento, una saetta di neon zigzagante attraverserà la scena e il fondale si colorerà d'azzurro. Lunghi applausi e ovazioni al Teatro Caio Melisso.

Gigi Giacobbe

Ultima modifica il Giovedì, 19 Settembre 2013 08:45

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