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MUSEO DELLE UTOPIE - regia Giuseppe Sollazzo

Museo delle Utopie Museo delle Utopie Regia Giuseppe Sollazzo. Foto Elisabetta Giri

di Pietro Favari
Adattamento, installazioni e regia di Giuseppe Sollazzo. Costumi di Concetta Nappi. Disegno luci di Guido Levi. Montaggio video di Giuseppe De Vita, Sartoria di Lorenzo Zambrano. Parrucche di Mario Audello.
Con: Paolo Panaro, Massimiliano Rossi, Li Yang, Caterina Pontrandolfo, Gabriele Saurio, Mario Santella, Filomena Diodati, Vincenzo Musicò, Claudia Limatola, Olga Cafiero, Roberta Cacace, Clio Abate, Antonio Taiuti, Eddie Roberts, Manuela Morosini, Giuliano Ferrara (in video)
Prod.: Fondazione Campania Festival- Napoli Teatro Festival Italia.
Parco Archeologico di Pausilypon, Grotta di Seiano dall'8 al 18 giugno 2012

www.Sipario.it, 12 giugno 2012

«Mentre la politica sembra ostaggio delle speculazioni finanziarie e le ideologie sono roba d'antiquariato, buone tutt'al più per recuperi vintage, può essere suggestivo – e persino salutare – rivisitare le sue sorelle più disinibite, le utopie». Parola di Pietro Favari autore del testo il Museo delle utopie messo in scena in modo semiserio e con tanta ironia da Giuseppe Sollazzo nel ventre della Grotta di Seiano: un'incredibile galleria artificiale di quasi ottocento metri, risalente al periodo romano di oltre duemila d'anni fa, che trafora la collina di Posillipo e congiunge Coroglio con il vallone della Gaiola e che nel 1840 fu fatta ristrutturare dal re Ferdinando di Borbone dotando la struttura con ciclopici sottoarchi di tufo (se ne contano 77) per sorreggere la volta in tutta la sua lunghezza. Lo spettacolo, certamente non nuovo nella forma, è una sorta di viaggio tra le utopie della storia, una sorta di Via Crucis con tredici fermate, durante le quali si rappresenta un mondo ideale abitato da noti personaggi che esprimono il loro pensiero tra videoproiezioni, musiche e divertenti teatrini. Prima di avventurarsi nel budello di pietra un uomo e una donna litigano (per finta) perché bisogna rispettare la fila senza privilegi. Poi su un pulpito salgono i simulacri di Mao Tse-tung e di Marx: il primo intona l'Internazionale il secondo sbraita che il comunismo è stato tradito proprio dai comunisti. Poi inforcando in mano un'asta con falce e martello sulla punta, il personaggio Marx (Paolo Panaro) ci invita a seguirlo. Qualche spettatore con chiari segni claustrofobici, si rifiuta d'entrare in galleria e va via, ma sono in tanti ad andargli dietro. Ecco la prima tappa: un letto per le esecuzioni capitali a forma di croce infilzato da una miriade di bandierine USA, stretto da quattro larghe cinture di cuoio, mentre s'ode quel pensierino di Papa Giovanni XXIII sulle carezze ai bambini. Si cammina e ci si ferma davanti al corpo del filosofo e santo Tommaso Moro (Gabriele Saurio) col capo decollato per aver rifiutato di aderire allo scisma anglicano, che ci ricorda che la sua Utopia (in cui vagheggiò uno stato ideale fondato su princìpi comunisti) non esiste. Ecco adesso Mario Santella nei panni di Bizet che dialogando con la madre (Filomena Diodati) crea la sua utopia con Eufonia e mentre inneggia a Karl Valentin e al suo Teatro dell'obbligo un paio d'infermieri lo afferrano e se lo portano via. Sulla piccola scena successiva, di stampo cecoviano, conosciamo il genero di Marx, Paul Lafargue (Vincenzo Musicò) che sintetizza le teorie di Proudhon in compagnia di sua moglie Laura (Claudia Limatola) prima che entrambi si suicidino ingerendo acido cianidrico. Adesso al Marx di prima se ne aggiunge un altro (Massimiliano Rossi) gridando all'unisono che il proletariato è un aborto. Segue un filmato su Ezra Pound che ha una moneta per cognome e poi un piccolo spaccato di perfetto bordello frequentato dallo stesso Marx che nell'affermare che lo stato si riappropria del plusvalore ciuccia latte da un biberon mentre una scarlatta terna di prostitute in guêpière (Olga Cafiero, Roberta Cacace, Clio Abate) accudendolo come un bambino gli danza intorno e qualcuna intona arie della Carmen di Bizet. Adesso si è di fronte a un piccolo-triciclo-bianco-funerario, agghindato con rose bianche, cui fa seguito l'ironica immagine di un drammaturgo, un po' Ecce Homo un po' San Sebastiano, trafitto da penne di varie fogge perché nessuno mai l'ascolta. E' la volta poi del teatrino futurista di Tommaso Marinetti (Antonio Taiuti) che vuole mettere in scene in una sola sera tutte le tragedie greche e riassumere tutti i lavori di Shakespeare in un solo spettacolo. Si riprende a camminare e si ha di fronte qualcuno che dice d'essere Gulliver ( Eddie Roberts) che accudisce due cavalli e in un altro angolo appare il faccione di Giuliano Ferrara che fa il verso al delirante 1984 di Orwell e s'intravede pure l'immagine segaligna del compianto Leo De Berardinis. Il viaggio finisce quando in uno spazio prossimo all'uscita appaiono in alto appese tante piccole inquietanti figurine femminili ricoperte da burqua bordeaux in corrispondenza di una sfilza di bacili che giacciano a terra piene di liquido rosso e più avanti un altro gruppo di bamboline da prima comunione o piccole spose agghindate di bianco sempre appese in alto in compagnia di bacinelle per terra senza nessuno liquido.

Gigi Giacobbe

Ultima modifica il Mercoledì, 09 Ottobre 2013 13:35

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