domenica, 12 luglio, 2020
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INTERVISTA a DAVID HAUGHTON - di Michele Olivieri

David Haughto. Foto Amy Haughton David Haughto. Foto Amy Haughton

David Haughton, nato a Cork, in Irlanda, è attore, scrittore e regista teatrale, residente in Italia dai primi anni ottanta. Da adolescente ha combinato passione per il teatro, la letteratura e lo sport, a collegi in Irlanda e Inghilterra, e poi all’Università di Cambridge. Dopo la laurea ha fondato un gruppo di teatro sperimentale a Londra. Nei primi giorni del 1974 ha debuttato in “Flowers” con la Compagnia di Lindsay Kemp al Bush Theatre di Londra… una produzione poi trasferita al West End di Londra e dopo a Broadway, New York. Con questa compagnia di teatrodanza è rimasto in tournée internazionali come collaboratore ed interprete principale, regista assistente, drammaturgo-autore, co-direttore e organizzatore della “Lindsay Kemp Company”, e saltuariamente direttore tecnico e lighting designer. Ha lavorato in primo piano nella creazione di tutti i numerosi spettacoli di successo mondiale di Kemp fra gli anni settanta e il 2018, e anche come regista-aiuto nelle dieci produzioni di opera lirica di Kemp, e in altrettanti balletti con compagnie di danza. Ha inoltre scritto e dedicato due libri allo stesso Maestro, un libro di poesie, due libretti di opera contemporanea. Ha scritto tutti i testi di presentazione nei programmi di sala e per la stampa di ogni produzione di Lindsay Kemp per quarantacinque anni... e ultimamente, i testi sul sito ufficiale lindsaykemp.eu David Haughton è conosciuto inoltre come regista ed autore di numerosi spettacoli in Italia, tra l’altro di quattro musical prodotti e replicati dal Teatro dell’Opera di Roma tra il 2001 e il 2010. Nel teatro di prosa ha diretto la messinscena di tre testi di Maurizio Donadoni (“Fosse piaciuto al cielo” al Todi Festival 1993 e in tournée, “Vajont... Memoria di Classe” – premio alla regia al Festival di Benevento 1994 – e “Checkpoint Papa” al Teatro Litta in Milano e al Teatro Quirino di Roma). Poi, fra gli altri, una regia di “L’Architetto e L’Imperatore di Assiria” di Arrabal al Teatro Stabile di Parma. Nel campo della Lirica ha firmato la regia e luci di “L’Opera da tre soldi” ai teatri di Livorno, Pisa e Lucca, e diretto i musical “Salomé in Musica” al Teatro Brancaccio, e “She Loves Me” al Teatro Flaiano, a Roma. Notevoli tra le altre messinscene, tre adattamenti e regie in tre anni, tutti in luoghi speciali all’aperto, per il Festival di Viterbo (1997-99): con una Compagnia sua ha diretto un “Sogno di una notte di mezza estate” ambientato in una necropoli rupestre etrusca, “La Tempesta” immersa fra le acque termali nel paesaggio lunare dei Bullicame, e un Shakespeare/Verdi “Falstaff’” nel bosco del parco di Villa Lante. Notevole anche un suo progetto negli anni 1990-95 con i detenuti di Rebibbia, con lo sviluppo e performance di tre spettacoli sia dentro il carcere, sia fuori, nel Teatro di Trastevere e al Teatro Parioli (la prima volta in Italia che dei detenuti sono stati autorizzati a recitare fuori dal carcere, tornando in cella la sera). Gli spettacoli, con solo uomini, sono stati “Le Baccanti”, “Prova per la libertà” – un testo originale, sviluppato con i detenuti – e “Aspettando Godot”. Altre regie ‘insolite’ sono stati tre Eventi-Happening di massa, con molti mini-spettacoli e musiche eseguiti simultaneamente nella strade di tre città d’arte, in collaborazione con Arturo Annecchino… a Viterbo, Attigliano e Orvieto… l’ultimo, nel 2010, coinvolgendo centinaia di allievi e cittadini del luogo. Ha anche recitato in varie produzioni teatrali italiane, fra cui “Il ritratto di Dorian Gray” di Giuliano Vasilicò, e nell’Opera contemporanea “The Wings of Deadalus” di Maurizio Squillante. Come attore cinematografico, con il nome d’arte David Brandon, è stato protagonista di molti ‘film di genere’ e film d’arte, e ha lavorato in ruoli primari per numerose produzioni internazionali e serie televisive. È noto quindi per i ruoli avuti in vari film horror e thriller, diretti da registi quali Joe D’Amato, Umberto Lenzi, Lamberto Bava e Michele Soavi. Fra più di settanta altri film e TV figurano “Jubilee” di Derek Jarman, “Good Morning Babylon” dei Fratelli Taviani, “La Bella Otero” di José Sanchez, “Malamore” di Eriprando Visconti, “Musica per vecchi animali” di Stefano Benni, “Le foto di Gioia”, “Per Sempre” e “Fino alla Morte” di Lamberto Bava, “Caligola – La storia mai raccontata” di David Hills, “La casa 5” di Claudio Fragasso, “Ator l’invincibile” di Joe D’Amato, “Sole nudo” di Tonino Cervi, “La Figlia del Maharaja” di Burt Brinkerhoff, “Qualcuno in ascolto” di Faliero Rosati, “Deliria” di Michele Soavi, “Anno Domini” di Stewart Cooper, “Il Barone” di Enrico Maria Salerno, “Mal d’Africa” di Sergio Martino, “Modì” di Franco Brogi Taviani, “La stanza delle parole” di Franco Molè, “Nessuno ci può fermare” e “Gli Insoliti Ignoti” di Antonio Grimaldi, “Caccia allo scorpione d’oro” di Umberto Lenzi, “Borderline” di Tonino Cucca, “Scarlet Diva” di Asia Argento, “Francesco” di Michele Soavi, “Ora e per sempre” di Vincenzo Verdecchi, “Cartoline Italiane” di Memé Perlini, “Guinea Pig” di Antonello De Leo, “Nassiryia” di Michele Soavi, “Rino Gaetano” di Marco Turco, “La Strana Storia di Olga O.” di Antonio Bonifazio, “Intelligence” di Alexis Sweet, “Cenerentola” di Christian Dugauy, “La strada di Paolo” di Salvatore Nocita, “Neverlake” di Riccardo Paoletti, “Ricordi?” di Valerio Mieli, “Il nome della Rosa” di Giacomo Battiato, “I Medici” episodio 2 di Jon Cassar ed episodio 3 di Christian Duguay. Ha avuto anche una lunga e prolifica carriera “nascosto negli studi di registrazione” come Speaker e Voice Artist.

Carissimo David, dopo la laurea a Cambridge, hai lavorato a Londra con un gruppo teatrale che avevi formato all’Università. Che inizi sono stati i tuoi nel mondo dello spettacolo, che aspettative nutrivi?
C’era molta attività teatrale a Cambridge, anche di buon livello, e ho preso parte in varie produzioni di teatro sperimentale. La mia tesi finale esplorava il rapporto fra letteratura e teatro, e mi trovavo spesso a difendere il secondo contro la prima: o almeno contro l’arroganza snob del mondo accademico. Si parla del 1970-73, quindi l’avant garde di quegli anni era già forte… con Jerome Savary, il Living Theatre, Kantor e tanto ancora… ma questi erano poco ammirati fra le torri medievali di Cambridge. Guardando indietro, in quegli anni ho sviluppato le basi delle mie idee successive sul fare teatro in modo meno servile alla letteratura e l’intelletto... più sogno e meno ragionamento, più sensi e meno razionalità. Si è formato un gruppo di quattro-cinque studenti e studentesse di talento (dopo, tutti hanno avuto belle carriere teatrali), e abbiamo continuato a lavorare a Londra con tre produzioni in un anno. Ci chiamavamo “The Phases of the Moon” (Le Fasi della luna)!

In seguito hai iniziato a prendere lezioni da Lindsay Kemp a Londra. Che ricordi conservi del vostro primo incontro?
Due delle fasi della luna hanno deciso di migliorare la loro tecnica di movimento, ed uno ero io. Abbiamo deciso di andare alle lezioni che Lindsay Kemp, come spesso in quegli anni, teneva al leggendario “Dance Centre” in Floral Street, Covent Garden. Avevamo visto una indimenticabile versione di “Flowers” al Festival di Edimburgo l’anno prima. Alle prime classi, l’esperienza era totalmente travolgente… più sensi e meno razionalità moltiplicato per cento! Trance e pazzia collettiva, indotte da questo sciamano ed entertainer. Non era come “conoscere qualcuno”… non prendevo in considerazione l’idea di un incontro personale con lui. Poi, dopo alcuni giorni, iniziò a flirtare!

Com’erano strutturate le lezioni di Lindsay?
Erano piuttosto destrutturate. Ipnotizzanti. Lui improvvisava un fiume di parole incitanti, poesie ritmate, una cantilena spontanea, mescolata con un collage di musiche fortissime che andava dai tamburi africani a Bach, dal Rock and Roll ai canti buddisti, da canzonette di varietà alla musica dodecafonica. Praticava un incantesimo. In seguito, ho scoperto che pianificava e strutturava ossessivamente le lezioni… ma poi durante la lezione quasi sempre cambiava idea e buttava via i suoi piani. Diceva di questo la stessa cosa che diceva sulle sue improvvisazioni sul palcoscenico: “mi piace avere una struttura o una coreografia preparata, ma da usare solo se mi manca l’ispirazione.” Nei successivi trent’anni l’ho aiutato spesso con le sue lezioni (che dava ovunque si trovasse nel mondo), traducendo, assistendo, e preparando le musiche… che all’ultimo secondo inevitabilmente cambiava, facendomi infuriare!

In pochi mesi sei entrato a far parte del cast della prima esibizione di “Flowers”, al Bush Theatre, nel ruolo dell’Arcangelo Gabriele. Un debutto sicuramente straordinario, raccontami il dietro le quinte di questo iconico spettacolo?
Beh… al Bush non c’erano quinte! E poi, iconico o no, non esisteva uno spettacolo chiamato “Flowers”… esistevano varie versioni prima del Bush, e molte dopo: versioni con cambiamenti grandi in ogni senso. E poi, per ogni ‘versione’, ogni recita era diversa… e anche se qualche volta non era diversa, avrebbe potuto esserlo… per il cast e per il pubblico: e quindi aveva sempre un’elettricità imprevedibile. Ma torniamo al Bush. Era una stanza tutta nera sopra un pub. L’unico camerino era anche la biglietteria, il foyer e la toilette per tutti. Nella stanza a fianco, pubblico e cast occupavano insieme uno spazio di non più di 10x10 metri, con il pubblico seduto su alcuni scalini di legno ripidi e neri. Durante lo spettacolo si sentiva il rumore del pub sotto. Per terra, gli attori inciampavano sui piedi della prima fila. “Flowers” non era stato previsto, ma un giorno Lindsay mi ha telefonato: “c’è un cambio di programmazione” disse, “facciamo ‘Flowers’... vieni alle prove domani”; e nel giro di un paio di settimane, il 2 gennaio del 1974, mi sono trovato nel cast della prima recita di “Flowers” a Londra.

La compagnia di Kemp nel giro di pochi mesi riscosse un enorme successo. Secondo te da cosa rimaneva colpito e affascinato il pubblico?
Parlando per un momento ancora del Bush, in pochi giorni “Flowers” è diventato un caso. Ogni sera c’era una fila in strada di duecento persone senza biglietti. In quello spazio nero che poteva accogliere meno di cento persone, si stipavano in centocinquanta, molti in piedi direttamente in scena. Con la musica fortissima, l’incenso, il fumo e il contatto quasi fisico col pubblico, non si respirava: così, la prima scena, con il cast sdraiato per terra seminudi come i detenuti di Genet, muovendosi sotto coperte grigie con una colonna sonora di respiri e versi masturbatori… puoi immaginare Michele l’atmosfera! Insomma, siamo stati costretti a fare due recite al giorno, la stampa impazziva, siamo stati trasferiti in un teatro più grande, e da lì al West End, tutto esaurito per mesi, poi a Broadway, New York, all’inizio di una tournée globale non-stop per più di vent’anni. E non ho ancora risposto alla tua domanda su “Flowers”!

Cosa rendeva spettacolare, ed unica, la Lindsay Kemp Company Dance?
In due parole, la risposta è Lindsay Kemp. Un totale accentratore ma con il dono di riconoscere le potenzialità dei possibili collaboratori, e anche il dono di insegnare loro e ispirarli ad arrivare a livelli prima apparentemente impossibili. Come è impossibile in poche parole descrivere gli elementi contrastanti della sua personalità che hanno determinato il percorso del suo sviluppo personale e professionale: elementi fantasticamente vari che, verso l’età di 35-40 anni – dopo avere per anni assorbito come una spugna onnivora e insaziabile ogni sorta di esperienza creativa, artistica e culturale – ha iniziato a sintetizzare in una gioiosa e a volte terribile fusione stilistica. Una personalità giocosa e dionisiaca che maturando acquisisce anche equilibrio apollineo. Così, mille influenze sono fuse in una energia trascinante che lui trasmetteva alla sua compagnia e al suo pubblico. Un cocktail diabolico e irresistibile che, nel lungo momento specifico degli anni settanta, ha colto di sorpresa spettatori di mezzo mondo. Aveva creato un linguaggio per l’epoca senza precedenti. Con grande determinazione, disciplina e tecnica sviluppava e proiettava enorme intensità emotiva, realtà stilizzate e oniriche, e puro entertainment. Ecco solo un po’ delle cose che hanno reso spettacolare ed unica la “Lindsay Kemp Company”.

Ad un certo punto hai iniziato a collaborare maggiormente con Kemp all’organizzazione della compagnia e alla direzione artistica. Cosa ha significato per te lavorare al suo fianco, a stretto contatto?
Alcune settimane dopo il debutto di “Flowers”, il nostro rapporto diventava sempre più stretto, nel lavoro e nella vita. Era naturale che collaboravamo maggiormente, su tutti e due i fronti. Diventava un rapporto complementare. Ma fui sorpreso quando dalla mia iniziale riverenza passavo presto a percepire la sua insicurezza, e quindi a sentire un sentimento fortemente protettivo nei suoi confronti. A prescindere dall’amore a volte tempestoso e l’amicizia spesso messa alla prova, col passare degli anni è stato forse l’istinto protettivo quello che mi ha fatto sopportare mille situazioni poco sopportabili. Naturalmente, insieme a centomila situazioni e avventure meravigliose!

Una collaborazione durata dieci anni, esibendoti in tutte le produzioni oltre all’ideazione, la drammaturgia e la direzione degli spettacoli nuovi. Un lavoro molto impegnativo ma anche ricco di soddisfazioni?
Veramente è stata una collaborazione durata quarantacinque anni… dal 1973 a al 2018. Senza mai interrompersi! Sì, i primi dieci anni sono stati i più continuativi. Dopo ho cercato e creato una mia dimensione indipendente, che poi co-esisteva con la collaborazione con Lindsay. Ci parlavamo spesso da parti opposte del pianeta. Era una collaborazione ed una amicizia-amore che si è evoluta durante fasi diverse in modi diversi, anche con i nostri impegni differenti, fino al 24 agosto del 2018. In un certo senso, per me almeno, la collaborazione continua ancora oggi, mentre nutro il suo website. Una collaborazione ricchissima, sì, e in diversi campi e diversi stagioni. Regalandomi profondo piacere (sono d’accordo con Lindsay quando diceva che l’artista non è, e non deve mai essere, ‘soddisfatto’!)… perché sì, era una collaborazione e sfida che toccava ogni area delle mie capacità!

Hai avuto modo di collaborare in seguito anche con Maguy Marin a Parigi. Raccontami di questa esperienza?
Ho conosciuto Maguy prima dei suoi grandi successi. Abitavo tra Roma e Parigi, con una fidanzata a Parigi. Lei è diventata membro della compagnia di Maguy, e così siamo diventati amici. Poi mi ha invitato a sostenere un ruolo nel suo lavoro “Week-end au Paradis”, nei primissimi anni Ottanta. Ho potuto osservare il suo straordinario lavoro e quello della sua compagnia, da dentro e da fuori. Molto diverso dalla compagnia di Lindsay, ma anche affine. Affascinante!

Giunto in Italia, ti sei affermato come attore cinematografico, il passaggio dal teatro al cinema come lo hai vissuto?
Avevo già fatto alcuni film a Londra. Nei primi tempi a Roma, al Teatro Eliseo con Lindsay, i tassisti o i baristi mi dicevano molto spesso “ma… lei è un attore… conosco la faccia.” Poi cercavano di indovinare, con una lunga lista di attori improbabili. A volte negavo, a volte facevo il misterioso… ma iniziavo a fare qualche pensierino. Guidarino Guidi, personaggio mitico del cinema degli anni Sessanta, mi ha preso nella sua agenzia. E ho iniziato subito a sostenere ruoli da protagonista. All’inizio in film di genere, più B che C. In quei contesti, confesso, dopo i livelli di tremenda intensità emotiva vissuti con la compagnia di Kemp, non riuscivo a prendere molto seriamente il cinema. Ero abituato a prepararmi per lo spettacolo della sera fin dal risveglio la mattina… lentamente canalizzando l’energia verso quei novanta minuti di magia e trasformazione sul palcoscenico. Nel cinema trovavo difficile accendere il sacro fuoco per qualche minuto e poi tornare a chiacchierare sul set, aprendo e chiudendo il rubinetto della concentrazione per ore. Ero molto disciplinato, ma mi affascinava fin troppo guardare il bellissimo spettacolo dei personaggi sul set… i truccatori, parrucchieri, elettricisti, macchinisti, attrezzisti, figuranti, autisti… che poi, una volta trasportato il circo a Zimbabwe, Marocco o Rajasthan (oppure Grottaferrata) diventava ancora di più una parodia di sé stesso. Mi divertivo un sacco! Comunque, negli anni ho anche avuto ruoli belli in film belli.

Perché da attore di cinema adottasti il nome d’arte di David Brandon?
Guidarino mi ha detto che il cognome era impossibile da pronunciare e tanto meno da ricordare. Ho deciso per David Cain, non saprei perché. Poi, dopo una paio di anni ho cambiato in David Brandon (ispirato dalla mia montagna preferita in Irlanda). Poi – secondo il contesto – ho iniziato a chiamarmi anche David Brandon Haughton oppure David Haughton Brandon, e qualche volta Brandon Cain. Mi divertiva cambiare, con totale serietà. Il piacere degli alter ego! Ma alla fine mi sono confuso, e ho smesso!

Proseguendo la carriera hai diretto, progettato e illuminato molte produzioni teatrali italiane. L’arte quanto ti ha donato nella tua vita?
Che dire? Tantissimo. Forse, semplificando molto, ci sono stati tre grandi continenti nella mia vita ‘globale’: quello che ruotava intorno a Lindsay e quindi a tutte le arti, quello delle mie attività indipendenti nel teatro e nel cinema, e quello della mia famiglia: sono sposato da oltre venticinque anni con Alexia, madre delle nostre due gemelle, ora ventenni. Ovviamente, tutte e tre i continenti sono stati connessi con l’arte, e ovviamente hanno interagito molto fra di loro… generalmente senza troppi drammi! Poi c’è l’infanzia e l’adolescenza, piena di arte e cultura. E poi… comunque, c’è sempre anche la difficile arte di amare. Mi ha donato molto e richiesto molto…come deve essere!

Come dicevi prima hai pubblicato due libri di poesie, due libretti per opere contemporanee, due libri sulla vita e l’arte di Lindsay Kemp e molto materiale di comunicazione su Kemp e le sue creazioni, oltre ad essere oggi un prolifico traduttore. Si può dire che la tua arte non abbia confini... come ti poni nei confronti della scrittura?
Fin da piccolo mi piaceva scrivere. Ma dire che la mia attività ‘non abbia confini’ sarebbe eccessivo! Semplicemente non mi sono specializzato. Non ho scelto una sola strada, eliminando altre. Mi sono messo davanti ad una biforcazione, cercando un compromesso. Navigo a vista. Vuol dire diluire la forza in troppi rivoli? Oppure moltiplica i punti di vista? Non sarà un best practice da raccomandare, ma è la mia natura. E almeno non incoraggia l’aggressività. Ho spesso evitato guai a Lindsay facendo il conciliatore. Scrivere è bello, ed è utile… a volte sono diventato praticamente la voce di Lindsay, me lo chiedeva lui… e quando scrivevo in suo nome, scrivevo meglio di me e meglio di lui! Ma ho usato la mia voce sovente per altri scopi. Nel teatro (mio e di Lindsay) mi ha sempre affascinato esplorare le tensioni e attrazioni fra i poli di silenzio e parole, sensazione e pensiero, musica e ragione. Binomi contrari come nella mia tesi a Cambridge, fra letteratura e teatro. I soliti eterni duetti – tesi anche loro! – fra Dioniso e Apollo. In cerca di equilibrio! La traduzione è un altro mondo, ma sempre un altro binomio da risolvere… tra due lingue. Sempre con il rischio di essere Lost in Translation. Spesso il silenzio è meglio!

Da spettatore cosa ti piace andare a vedere a teatro?
Confesso che da circa venticinque anni ho vissuto in campagna, e quando ero in città facevo spettacoli piuttosto che guardandoli. Dal vivo ho amato moltissimo Pina Bausch, Kantor, “La Tempesta” di Strehler, Carmelo Bene, il teatro Nō, Dario Fo, Nekrosius, Robert Wilson, Grotowski, e la “Socìetas Raffaello Sanzio”... ma avrei voluto vedere molto di più!

Lindsay era una figura iconica ma anche ironica, e naturalmente ricca di carisma... un artista a tutto tondo! Cosa ha significato lavorare e dividere buona parte della vita insieme ad un Maestro di tale grandezza?
Non era un santo, e camminava su un altissimo filo teso. Senza rete sotto. Aveva periodi nerissimi. Ma miracolosamente ha vissuto fino ad ottanta anni: sopravvissuto come un toro dopo una corrida insanguinata. Comunque, ci faceva ridere tantissimo. Era un clown. E mille altri personaggi veri. Dopotutto, costruiva spettacoli strepitosi, e poi li sviluppava per anni, ma la sua vera trasfigurazione avveniva misteriosamente sul palcoscenico, notte dopo notte. Era devastante. Verso la fine, con il corpo di un vecchio e il cuore di un ragazzino, nelle quinte prima dello spettacolo quasi non riusciva a camminare, ma appena entrato in scena zompava, girava, e si riempiva di luce. Purtroppo il suo genio visto in video perde il sessanta per cento della sua magia. I suoi tempi surreali non reggono. Dal vivo risvegliava nello spettatore sensazioni che erano quasi impossibili da spiegare a fine spettacolo: non c’erano parole. Lo ricordo così. E se lo vedo in certi video oggi, incorniciato al centro di uno dei suoi capolavori, anche solo col rimanente quaranta percento della sua vera potenza, so che lui potrebbe tranquillamente figurare nella compagnia dei grandi che ho elencato sopra. Anche fra i suoi miti adorati… Isadora Duncan, Vaslav Nijinsky, Sarah Bernhardt, Robert Helpmann, Eleonora Duse, Buster Keaton e il grande Pierrot: Deburau. Nel proprio Pantheon! Essere stato coinvolto nelle sue imprese, nella realizzazione del suo genio, mi riempie di orgoglio.

Tra tutti i vostri spettacoli, a parte Flowers, a quale sei più legato e perché?
Non vorrei giudicare male nessuno dei nostri spettacoli. Però sì, “Flowers” è unico, a tutti i livelli, rimane un capolavoro assoluto! Due altri show sono incisi in lettere d’oro fuso per me: “Salomé e “Mr. Punch’s Pantomime”. Diversissimi! Ma entrambi hanno fatto innamorare moltissime persone… e Lindsay confessava spesso che amava fare il ruolo di Punch (pupazzo impazzito, bullo cugino inglese di Pulcinella) più di tutti gli altri… Era uno spettacolo per “ragazzi di tutte le età”, pieno di magia, risate, tradizioni, doppi sensi e parodie, adattato in versione Musical buffo, ed è l’unico show dove Lindsay parlava e cantava… prima in inglese, ma poi, in Italia, anche nell’italiano più storpiato immaginabile! Ho fatto l’adattamento in inglese nel 1976 (con poesie in rima), e interpretato numerosi ruoli, compresi quelli del Diavolo, del Dottore ubriaco e del Mago di Bong. Altro spettacolo al quale mi sentivo e sento profondamente legato – in parte perché sono stato l’autore dell’adattamento e drammaturgia – è “Salomé”. Anche questo portato avanti in Australia, nel periodo più drammatico del mio rapporto con Lindsay. Comportava una massiccia riduzione del testo, e l’introduzione di una serie di prologhi, con simbologia primitiva e ritualistica, dimensione che continuava anche nella parte più legata con il mito di Salomé… per esempio con Jokanaan (il personaggio di Wilde equivalente a Giovanni Battista) rappresentato da un angelo volante in alto sopra il palcoscenico, con enormi ali di piume bianche (poi troncate da Erode)… la mia idea e il mio ruolo, of course! Con Lindsay nel ruolo della principessa dodicenne (trasformata in una bellissima e mostruosa donna ossessionata e spietata). Una produzione granguignolesca e macabra: il più dark di tutti. A Sydney in Australia, questa terribile storia di amore e morte è andata in scena con i due protagonisti (Principessa e Profeta) intrappolati in una totale sovrapposizione fra trama drammaturgica e “vita reale” (mortale). Per anni dopo, l’abbiamo fatto questo bellissimo spettacolo a lungo in Inghilterra, Spagna e Italia… in un’atmosfera molto meno pesante! Aggiungo che “Onnagata” era per me lo spettacolo dove Lindsay ha tirato fuori la sua interpretazione più sublime e potente… praticamente da solo sul palcoscenico per cento minuti, a cinquant’anni, in una produzione epica e grandiosa: un tour de force da togliere il fiato… suo e dello spettatore!

So che Lindsay amava fare scherzi. Raccontami qualche aneddoto?
Si divertiva tanto. In albergo durante le tournée, apriva la porta della sua stanza quando bussavo, o da nano inginocchiato o da gigante sopra una sedia, oppure nudo, o mascherato… spesso per trovare dall’altra parte una cameriera o il direttore dell’albergo. Stessa cosa con la porta del camerino… c’era sempre una sorpresa in attesa! Una volta, ad Adelaide in Australia, ero in camerino con lui dopo lo spettacolo quando qualcuno ha bussato. Lindsay si è girato con la schiena verso la porta, aprendo le gambe, tirando giù le mutande e piegandosi in avanti. Guardando indietro fra le gambe verso la porta, ha visto, vestito di rosso, il Vescovo di Darwin. Ma il suo singolo scherzo più memorabile riguardo a me (se possiamo chiamare scherzo... un incubo) è più lungo da spiegare. È legato al periodo drammatico a Sydney, durante la creazione di “Salomé”, quando lo spettacolo nascente si confondeva con personali complicazioni amorose sull’orlo del tragico. In questa atmosfera complicata a dire poco, siamo riusciti miracolosamente a rimanere vivi e attivi fino al debutto. Dopo circa una settimana di recite, sempre tutto esaurito, si avvicinava la fine di una recita, il punto quando, vestito solo con un sospensorio di piume bianche e vari metri di catene pesanti, coperto dalla testa ai piedi con denso trucco bianco, io… figura metà umana e metà mitologica… venivo trucidato alla San Sebastiano da sei soldati primitivi con lance di bambù. Eseguita l’esecuzione, lasciato in piedi da solo con la principessa omicida, avrei dovuto lentamente morire con la musica squisita della “Pavana per una Principessa Morta” di Ravel, per finire a terra in una specie di scultorea auto-pietà. Stavo per entrare tra le braccia della morte, già in trance (morire è la cosa più soddisfacente che si può fare in scena), quando sento l’inizio di una musica… sbagliata. Cortocircuito! Di colpo non sapevo dov’ero. In un’accecante luce bianca circondato solo da un profondissimo buio. Addirittura ho avuto un’allucinazione di essere veramente morto. Ero in un teatro o in un sogno? Dopo un tempo che sembrava lunghissimo, ho riconosciuto la musica: era l’inizio del Liebestod da “Tristano e Isotta” di Wagner. L’inno all’amore e morte, apice del romanticismo melodrammatico. Come mai? Cosa fare?! Ero perso. Sono rimasto immobile per un’eternità. Poi ho guardato su verso la luce (sempre una buon idea in palcoscenico). Ho ragionato: “l’ha ordito Lindsay, nel pomeriggio col fonico, senza dire niente! Il bastardo!” Poi lentamente la confusione e la paranoia si sono arrese al lento crescendo dell’orchestra Wagneriana. “Cazzo, è la musica che amo di più!”, pensavo, “Non sprecare questa opportunità! Divertiti!” E quindi mi sono abbandonato del tutto alla morte più esaltante possibile. Dopo lo spettacolo, Lindsay mi ha detto con finto dispiacere, “Scusami! Ho dimenticato di dirti del piccolo esperimento musicale.” Abbiamo sorriso, e poi ci siamo abbracciati. E per le prossime cento recite di “Salomé” sono spirato sulle note del Liebestod. Un dono meraviglioso!

Come definiresti l’arte di Lindsay, un microcosmo che spaziava dal teatro, alla danza, alle arti visive e figurative?
Più che un microcosmo con più galassie, mi viene in mente un fiume… un flusso continuo costituito da tutte queste categorie normalmente concepite come cose diverse, ma che per lui erano un unico indivisibile flusso… da cavalcare e anche canalizzare, ma sempre un tutt’uno in movimento continuo… anche quando arrivava al mare.

Il teatro di Lindsay apparteneva alla vita ed era parallelo alla sua quotidianità, c’era sempre un qualcosa di autobiografico in ogni spettacolo portato in scena?
Certissimo! Vestiva i panni di Federico Garcia Lorca o il Reverendo Dodgson, di Isadora Duncan o Nijinsky, di Elizabeth Tudor, oppure Punch, Divine, Puck, Eric von Stroheim, Pierrot, Woyzeck, e tanti altri, dal Diavolo all’Angelo… ma era sempre lui, fuso con altre identità. Oppure, come diceva, tirando fuori pezzi diversi di sé stesso. Forse era quaranta personaggi in cerca d’autore, ma era sempre comunque l’autore. Ha eseguito mille autoritratti dell’artista nel ruolo di Lindsay Kemp. Non era Marcello Mastroianni, ma come lui era sempre sé stesso, e quindi reale in qualsiasi ruolo. Odiava la parola “recitare”, cioè “acting”, che gli suonava come “fingere”, fare finta di essere qualcun altro. Si lasciava possedere dal suo ruolo. Questo per Kemp il danz-attore (sic). Ma anche come autore era influenzato dal proprio passato… e per di più, soprattutto dalla propria infanzia! Era la fonte principale della sua ispirazione. In questo senso, guardava il mondo con gli occhi di un ragazzino, fino alla fine. Allo stesso tempo, si identificava con una serie di eroi e eroine, vivendo attraverso le loro vite… un processo autobiografico “indiretto”, che facilitava la sua immaginazione come autore e attore.

Come ti sei diviso in scena tra il linguaggio del corpo prima, e la potenza della parola dopo?
Non c’era divisione. Né in scena né fuori. Potrei esprimere il mistero corpo/mente (per me almeno) in modo conciso introducendo una vecchia mini-poesia mia (un formato che ho amato molto). Si chiama “Il Centauro”. Questa carne / che cavalco / sono io.

Oggi nel mondo dell’arte cosa ti gratifica maggiormente?
In questo momento, con l’arte semi-sospesa, la Musica… “la strada più diretta al paradiso” la chiamava Lindsay. Ascoltando i più grandi interpreti su Youtube, oppure suonando al mio pianoforte. Non per farlo sentire da altri, ma almeno per farmi trasportare da Schubert, o Mozart o Bach. Amavo suonare per le mie figlie quando erano piccole. E ora mi gratifica soprattutto seguire le scoperte artistiche e intellettuali di Amy e Alison.

Lindsay Kemp ci ha lasciati ma la sua anima è ben presente in tutti noi, come hai vissuto il distacco materiale?
Un fulmine. Una rottura irreparabile. Un dolore insopportabile. Ma anche… un sollievo? Non esattamente, ma almeno non rischiava più di farsi male. E se ne è andato in salute e di buon umore, nuovamente innamorato a ottant’anni, in dieci secondi… un miracolo! Bisognava essere tanto grato. Lo sono. Forse non mi sono distaccato.

Per concludere David, quanto devi a Lindsay e quanto Lindsay deve a te?
Una bella domanda Michele. Certamente, nessuno dei due ha dei debiti verso l’altro. Siamo oltre la gratitudine e il rimprovero. Come due vecchi hippy: pace e amore! Ma un dovere verso di lui ce l’ho, e cioè continuare a trasmettere il più possibile la sua vita, creazioni e genio al mondo… un po’ a tenerlo in vita… soprattutto riempendo poco alla volta il suo sito e archivio su lindsaykemp.eu e sui social, aiutato moltissimo da Daniela Maccari e Paola Autera. Lì, tutti lo possono visitare e conoscere. Sul sito, oltre a foto, disegni e articoli sul passato e sugli spettacoli e la sua compagnia, ci sono anche aggiornamenti sulle prossime attività dei suoi ultimi collaboratori, su spettacoli, mostre, eventi, workshop e il Premio Lindsay Kemp. Un work in progress… da riconciliare con gli altri impegni. Un dovere che è un piacere!

Michele Olivieri

Ultima modifica il Domenica, 21 Giugno 2020 20:05

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