martedì, 19 gennaio, 2021
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INTERVISTA a CLAUDIO BOTOSSO - di Francesco Bettin

Claudio Botosso. Foto Paolo Galletta Claudio Botosso. Foto Paolo Galletta

L’attore Claudio Botosso, debutto in cinema da protagonista con Pupi Avati in “Impiegati”, poi attore con Fellini (Ginger e Fred), Bellocchio (Diavolo in corpo), Bruno Bozzetto (Sotto il ristorante cinese) e molto altro anche in tv e a teatro, ci parla del RAAI, Registro Attrici Attori Italiani, formatosi a tutela dei diritti degli interpreti italiani, e del ruolo dell’attore, della sua funzione sociale, partendo da alcuni requisiti fondamentali d’appartenenza. Qualcosa si è mosso in questo complicato periodo di emergenza sanitaria, Il Covid-19 sembra abbia risvegliato coscienze troppo sopite negli anni.

Questa iniziativa del registro da dove nasce e da chi, esattamente?
E’ stata un’idea di Karin Proia e Raffaele Buranelli, che mi hanno contattato per collaborare, per diffondere l’idea e cercare di sensibilizzare chi poteva a sua volta darci una mano. E’ importante che tutti i nostri colleghi capiscano la necessità di questa iniziativa, che attraverso dei criteri ben precisi definisce l’attore e l’attrice.

Quali sono i requisiti che invece avete posto nel registro per identificarvi meglio?
Requisiti di base sono i 150 contributi Enpals, giorni lavorativi, e che il 51 per cento del reddito provenga dal lavoro d’attore. Se si è studenti di scuole d’arte drammatica riconosciute dallo Stato e dalle Regioni, ogni anno di studio vale 50 contributi. Il RAAI è ora una proposta di legge in Parlamento presentata da Marianna Madia, Debora Serracchiani, e Flavia Piccoli Nardelli che hanno accolto le nostre istanze.

Puntate al consenso di tutti naturalmente.
Sì, è importante che tutti i partiti dell’arco parlamentare votino la legge. Il partito democratico ha accolto la nostra proposta,, e gliene siamo grati, ma l’attore è un soggetto trasversale alla società, e a teatro, al cinema ci vanno persone che votano a sinistra e persone che votano a destra.

Come mai finora non era venuto in mente a nessuno di formarsi delle tutele?
Probabilmente non ci siamo mai riconosciuti come lavoratori, nonostante l’Inps ci definisca lavoratori dello spettacolo, ma unicamente come artisti. Ora lo stato di emergenza ci ha costretti a guardare noi stessi senza quell’atteggiamento “aristocratico” che spesso ci fa perdere il senso della realtà. Nell’immaginario collettivo l’attore è la star, una persona ricca e famosa. La realtà invece è fatta di migliaia di attrici e attori di talento che lavorano con passione e sacrificio senza essere star. Queste migliaia di attrici e attori stanno subendo più di tutti la chiusura di teatri e cinema. Ed è per questo motivo che la legge è stata proposta al Ministero del Lavoro al fine di ottenere maggiori tutele e diritti adeguate allo specifico del lavoro dell’attore. Ad esempio, se un ‘attrice è incinta, non ha alcuna tutela; oppure vengono richieste 120 giornate lavorative all’anno ai fini di ottenere la pensione, impossibile anche per una star televisiva.

La situazione negli altri paesi europei qual è?
Francia e Germania riconoscono alla cultura e all’arte un ruolo fondamentale nella composizione di una società moderna, quanto lo sono la religione, la sanità, l’istruzione. Ne riconoscono il beneficio spirituale ed economico.

Ma i grandi nomi non sono un po’ in disparte in questa partita?
Il registro delle attrici e degli attori ha raggiunto più di 2200 iscritti, tra cui i nomi più famosi e popolari del cinema della tv e del teatro, a conferma che è una necessità avvertita da tutti. In questo periodo di emergenza sono nate varie associazioni come Unita, Facciamo la conta, che hanno appoggiato il registro e con le quali il dialogo è continuo, così come con le collecting Nuovoimaie, Artisti 7607 e la Fondazione Piccolomini.

Finora ci son state poche responsabilità, dunque?
La mia opinione è che le responsabilità vadano suddivise: la distrazione di noi attori e il distacco distorto con cui le istituzioni guardano al settore dello spettacolo.

Lo spettacolo dal vivo è il più colpito.
Nel decreto misure antiCovid del Mibact sono stati assegnati 14 milioni di euro a vari teatri. La logica vuole che i teatri, in attesa che le sale riaprano, mettano in prova degli spettacoli in modo che gli attori possano riprendere a lavorare, così come tutte quelle figure che necessità la messa in scena di uno spettacolo: registi, scenografi, costumiste, datori luci tecnici e maestranze.

Questo riguardo attori e registi, e gli altri lavoratori dello spettacolo dal vivo?
Auspico che tutte le altre categorie dello spettacolo facciano un proprio registro per poi unirsi tutti in una specie di academy.

Ma tutti gli attori sono uniti e solidali fra loro, per un unico obiettivo o qualcuno è fuori linea?
Non tutti hanno la giusta percezione dell’importanza del registro. Ma ho fiducia che il messaggio di unione passi.

Il futuro prossimo come lo vedete?
Lo stato di emergenza ha evidenziato le disfunzioni del nostro settore, questo può essere un’opportunità per ridefinire le priorità e le regole con un progetto a medio lungo termine.

Ma come si è potuti arrivare a questa disconoscenza professionale?
Nel corso degli anni ci si è adagiati in un silenzio-assenso. Diritti e tutele esistevano, ma via via sono svanite, senza che ci fosse mai stata una protesta di categoria. In verità ricordo uno sciopero di qualche anno fa. Di lunedì, giorno di riposo dei teatri.

Anche perché è importante la figura dell’attore.
La sua funzione è dare voce a chi non ce l’ha, alle persone comuni, a chi non può andare in tv o sui giornali. Le persone hanno necessità di sentirsi rappresentate nei loro ideali, nelle loro sconfitte. Per trovare conforto, per non sentirsi isolate. Questa necessità spiega bene il successo dei social, dove ognuno può autorappresentarsi. Ma i social si basano sull’emotività, il teatro invece è la narrazione dei sentimenti dal vivo. Perciò è insostituibile.

Francesco Bettin

Ultima modifica il Venerdì, 27 Novembre 2020 09:54

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