lunedì, 18 ottobre, 2021
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INTERVISTA a VLADIMIR DEREVIANKO - di Alma Daddario

Vladimir Derevianko Vladimir Derevianko

Vladimir Derevianko: un’étoile innamorata dell’Italia

Si è formato come danzatore alla scuola del Bolshoi di Mosca, dove nel 1977 è entrato a far parte della compagnia del teatro, divenendone subito primo ballerino per il gran talento. Qui ha avuto modo di affiancare miti del balletto russo come: Vladimir Vassiliev, Galina Ulanova, Maya Plisetskaya, Vladimir Nikonv, per citarne solo alcuni. Nel 1983 si trasferisce in Europa, invitato a danzare nelle compagnie più prestigiose al mondo. Dotato di una grande versatilità e in grado di interpretare ruoli sia drammatici che comici, diviene presto un riferimento ideale per coreografi di fama come Uwe Scholz, Glen Tetley, John Neumeier, Amedeo Amodio. Indimenticabili nella storia del balletto le sue interpretazioni di Mercuzio, in Romeo e Giulietta diretto da Iury Grigorovich, Petrushka, Pierrot Lunaire. Docente nell’organico della Scuola del Balletto di Roma, attualmente si occupa prevalentemente di insegnamento e creazioni coreografiche. Nel corso della sua brillante carriera ha ricevuto premi come: il Benois de la Danse, il Premio Nijinsky dell’Accademia di Kiev come miglior danzatore europeo, il Premio Positano “Leonide Messina” nel 1983 come giovane étoile, e nel 2004 sia come danzatore che come direttore artistico del Balletto di Dresda. Nel 2001 ha ricevuto il premio Ombra della Sera nell’ambito del Festival Internazionale del Teatro Romano di Volterra. Lo abbiamo incontrato in questa occasione.

La danza è l'espressione artistica che più necessita di una ferrea disciplina, sei daccordo?
Tutte le arti richiedono impegno se affrontate seriamente. Certo la danza è particolare perché oltre all’impegno mentale richiede un grande impegno fisico. Ma anche la musica richiede attenzione e disciplina, è impegnativo riuscire a padroneggiare uno strumento, ne so qualcosa avendo studiato anche violino durante la mia infanzia.

La scuola russa – ti sei formato al mitico Bolshoi divenendo primo ballerino – per quello che riguarda il balletto classico, è ancora la migliore del mondo? E in cosa si differenzia rispetto alla scuola francese e a quella italiana?
Il Bolshoi è certo un nome di riferimento importante per la danza classica a livello mondiale, ma i risultati cambiano di anno in anno: tutto dipende anche dagli allievi, possono esserci anni in cui emergono allievi più bravi per esempio. E’ sempre il talento dei gruppi che si formano a fare la differenza per valorizzare il prestigio di una scuola. La scuola di Mosca comunque è più creativa per esempio, quella di Pietroburgo più accademica. Ora resta da vedere gli sviluppi in questa fase di ripresa dopo circa due anni di lock – down dovuti alla pandemia che hanno impedito lo svolgimento regolare delle lezioni. Per quello che riguarda la scuola francese, debbo dire che è notevolmente migliorata soprattutto dopo l’arrivo di Rudolf Nureiev a Parigi: un maestro che ha lasciato un’impronta indelebile. Anche la scuola italiana, la Scala di Milano, oggi è tra le migliori del mondo, ha subìto l’influenza russa. Molti maestri si sono russi si sono avvicendati alla Scala, come Vladimir Vassiliev e Maya Plissetskaya, e alcune tra le étoile più importanti italiane si sono formate e diplomate al Bolshoi. Un esempio è Paolo Podini, che è stato dopo il Bolshoi primo ballerino alla Scala di Milano, ma ce ne sono tanti altri.

Quando ti sei accorto che avresti voluto dedicare la tua vita alla danza?
All’età di dieci anni, quando mi ammisero alla scuola professionale. Lì iniziai a studiare la danza, insieme al violino.

Avevi miti / maestri di riferimento?
Certamente, tra questi sempre Vladimir Vassiliev, Galina Ulanova, la Plissetskaya, Nurejev, Michail Barisnikov, Ekaterina Maximova.

Trovi che le nuove generazioni rispetto alle precedenti, siano ancora attratte da un'attività artistica come la danza classica, che richiede dedizione e disciplina?
Si credo che l’interesse per la danza, così per la musica ed il canto, siano immutati nel tempo. La danza è un’espressione di vita, fa parte dell’essere umano, è un’arte, ma anche un modo di comunicare emozioni, passioni e tanto altro, così come il canto.

Qual'è il segreto per poter diventare un'étoile internazionale?
La prima cosa, ma vale per tutte le espressioni artistiche, è individuare qual è il proprio talento innato, e lavorare su quello. Certo per quello che riguarda la danza bisogna avere determinate doti fisiche, partire da quelle per affinare tecniche, attraverso lo studio costante. Studio e disciplina sono fondamentali per costruire la personalità di un’étoile.

Tra i vari ruoli che hai interpretato, ce n'è uno particolarmente caro, o dei partner con cui hai condiviso delle affinità?
Mi ritengo fortunato perché ho danzato dal 1977 sino al 2011, svolgendo tutti i ruoli che avrei voluto, e affiancando grandi danzatori e coreografi come Uwe Scholz, Glen Tetley, John Mayer, per citarne alcuni, e Amedeo Amodio che ha creato delle coreografie appositamente per me. Come partner ho danzato con étoile come Irina Piaktina, Carla Fracci, Eva Evdokimova, Elisabetta Terabust, Viviana Durante, Evelin Hart, Noella Pontois, prima ballerina dell’Operà di Parigi, Luciana Savignano.

Come mai hai scelto di vivere in un paese come l'Italia, dove purtroppo e paradossalmente le attività culturali e artistiche incontrano tante difficoltà rispetto all'estero?
Direi per amore. Ho sposato un’italiana, Paola Belli, e qui ho oramai la mia famiglia, anche se per metà è anche russa. Dopo aver soggiornato in vari paesi e viaggiato in Europa un po' dappertutto, ho deciso di fermarmi a Roma, per il clima, la gente, la storia che si respira ad ogni angolo di strada. Certo penso che per la cultura si potrebbe fare molto di più, mi rammarico che sia un settore poco considerato in un paese così ricco di storia da questo punto di vista.

Se avessi il potere di proporre delle leggi, c'è qualcosa in merito che vorresti segnalare a chi ci governa e gestisce la cultura?
Sarebbe sufficiente che ci fosse più serietà, onestà e impegno per chi gestisce la cultura di una nazione. E naturalmente competenza. Non ci vorrebbe molto di più. Anche fare bene e con coscienza il proprio lavoro è fare buona politica.

Progetti futuri?
Oramai mi dedico soprattutto all’insegnamento e a realizzazioni coreografiche. Mi piace quello che faccio, mi piace il contatto con le nuove generazioni, trasmettere loro la mia esperienza, suscitare interesse ed entusiasmo per quello che fanno. E raccogliere i frutti di questo è una grande soddisfazione. Spero di continuare così, lasciando un’impronta che abbia un significato nel mondo della danza e non solo.

Alma Daddario

Ultima modifica il Venerdì, 08 Ottobre 2021 13:38

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