domenica, 03 marzo, 2024
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INTERVISTA A ALESSANDRO PREZIOSI - di Francesco Bettin

Alessandro Preziosi. Foto Gabriele Galimberti Alessandro Preziosi. Foto Gabriele Galimberti

Si è laureato in giurisprudenza col massimo dei voti, a Napoli (sua città natale) e dopo un breve periodo di lavoro Alessandro Preziosi ha sentito di dover virare il suo percorso professionale verso il teatro, sua grande passione. Si è stabilito a Milano, ha studiato all’Accademia dei Filodrammatici, per poi debuttare nel’Amleto con la regia di Antonio Calenda. Ben presto ha iniziato a lavorare anche per la tv, dove ha ottenuto na grande notorietà interpretando il conte Fabrizio Ristori, in Elisa di Rivombrosa. Si è sempre alternato tra fiction, teatro e cinema, lavorando con registi come Armando Pugliese, Faenza, Baracco, Ozpetek, Pappi Corsicato, e mettendo in scena, come regista, diversi spettacoli (interpretati, anche) con elegante spirito visionario, come Il ponte, Cyrano de Bergerac, Don Giovanni,  tutti di  grande successo. Da diversi anni sta facendo un percorso di grande intensità e studio, e ricerca su testi anche classici, portandoli a teatro con efficacia e rigore stilistico. Ha appena terminato Aspettando Re Lear, di Tommaso Mattei, da Shakespeare, con cui ha debuttato all’Estate Teatrale Veronese, che ha portato in giro in una breve tournèe in Veneto, e che riprenderà. 

Quando pensi di riportarlo nei teatri,  il tuo raffinato Aspettando Re Lear?
Abbiamo finito il primo turno, diciamo, e dovremmo riprenderlo nel 2024, portandolo nelle grandi capitali, Roma, Parigi, Milano. 

Quel verbo nel titolo, Aspettando, a cosa si riferisce esattamente?
Allude in maniera molto forte allo stato di nichilismo e di azzeramento che si ritrovano negli scritti di Samuel Beckett. La nostra idea, mia e di Tommaso Mattei, autore del testo, è quella di restituire l’aspetto apocalittico della tragedia di Shakespeare, di questa carambola incontrollabile nella quale i personaggi travolgono il sire e tutti quelli che sono intorno a lui. Considerando che è una tragedia dove tutti i personaggi muoiono, tranne Edgar, quell’attesa del Re Lear, quell’aspettare vuole in qualche modo aiutare lo spettatore, e voleva farlo anche con noi stessi durante l’adattamento. Prendere considerazione di tutti quegli aspetti che restituiscono una tabula rasa, una specie di non senso delle cose che annulla tutto ciò che invece ha senso. 

Un po’ di similitudine con l’autore irlandese?
In qualche modo, in Beckett, i personaggi e le atmosfere suggeriscono quello. Da una parte. Dall’altra, nell’adattamento, nella scrittura, nel cercare di mettere a fuoco con la lente di ingrandimento i rapporti tra padre e figlio, Gloster, Edgar e Edmund, e Lear – Cordelia, dove l’attesa diventa invece un senso di speranza. Come se, in qualche modo questo senso del nulla, della morte del linguaggio attraverso il concetto del niente, della morte in vita, del morire prima di morire, come ho scritto nelle note di regia, dà appunto una grandissima aspettativa. E l’attesa è una forma di illusione, appunto, di speranza. 

In scena, sul palco, le opere del maestro Michelangelo Pistoletto, un grande protagonista dell’Arte povera. Opere che diventano scenografia. Come mai questa scelta?
Il maestro ha tre figlie…chissà…un certo destino? Quelle opere sono in grande armonia con lo spirito dello spettacolo. Devo dire la verità, però, è stata più una coincidenza che una scelta premeditata, una specie di occasione creatasi. Abbiamo incontrato Pistoletto durante una sua personale, al Chiostro del Bramante, a Roma, e accennandogli a quella che era la storia, e le motivazioni con le quali stavamo affrontando la riscrittura del Lear, il caso ha voluto che le sue opere rappresentassero in qualche modo quello che iconograficamente vedevamo nel nostro spettacolo, e potevano farne parte. 

Un levare, un togliere, considerando Pistoletto.
Esatto, tutta arte povera, tutti oggetti in meno. Quindi un Re che parla di un regno che vuole dividere, che è un letto con una palla, un pulpito da dove parla che invece è una struttura per parlare in piedi, un tavolo delle trattative che è un segno porta. O ancora, una porta dove si entra e si esce che è l’uomo di Vitruvio. Arte in meno, elementi di cui liberarsi. 

Una sfida, l’arte pura sul palcoscenico?
Fondamentalmente si’, quella che le opere di un artista, chi esso sia, possano essere visitate dall’attore e poi prendere vita e poter rappresentare anche una scogliera, una cornice, una corte dove processare le figlie. Una polifuzionalità delle opere che hanno generato forse il perno intorno al quale tutta la messa in scena, obbligatoriamente si è dovuta imperniare. 

Nel frattempo, visto che sei un una pausa teatrale, sei pronto per qualche altra tua sfida?
Dopo la trilogia, Amleto, Cyrano, Don Giovanni, e ultimamente cimentandomi con Van Gogh, Pistoletto e Shakespeare, vorrei cominciare ad occuparmi di Dostoevskij. Lo scrittore russo credo possa essere un autore interessante con il quale confrontarsi soprattutto per quello che riguarda il concetto della fede. Credo sia un autore che più di altri renda moderno, fruibile il ragionato e il rapporto dell’uomo con l’aldilà. 

La vera forza del teatro, la sua potenza qual è secondo te?
Intanto quella forza è oggi indiscussa e indiscutibile a differenza delle difficoltà con i quali il cinema sopravvive. E’ un’incredibile realtà quella che il teatro vive oggi, molto rara. C’è sempre stata ma continua imperterrita anche nelle complicazioni di questi anni. La sua forza credo che sia quella di fare il paio con ciò che, al contrario, è la vita di tutti i giorni, che è velocissima e non permette di creare concentrazione rispetto a ciò che si vede. Ad esempio, ancora il cinema:,è difficile che un film possa lasciare spunti di riflessione, farsi delle domande rispetto a uno spettacolo. A teatro la grande forza è quella di rappresentarci, di farci vedere esattamente come siamo in quel momento. 

Uno specchio di noi, quindi?
Un processo di condivisione di cui la gente ha bisogno perché è isolata, al di là della retorica dell’uso del telefonino, del rimanere a testa china sui propri oggetti, che poi è la velocità con cui si passa da un argomento a un altro e non si è parlato di nulla. Vedere dunque, inizio, sviluppo, narrazione e conclusione di uno spettacolo, è tanta roba. Credo che le persone in questo modo recuperino la propria dignità. Anche uno spettacolo come Aspettando Re Lear, dall’adattamento non facile, di elementi non così fruibili, tenta un incredibile maelstrom di contenuti, di emozioni, polifunzionalità, arte. Infatti su questo ultimo spettacolo del Lear stiamo realizzando un documentario, con lo stesso titolo.

Dove si potrà vederlo? 
Al cinema. E racconterà in modo, credo, interessante, il rapporto tra il cinema, il teatro e l’arte, e lo stile documentaristico. Si vedrà l’arrivo delle opere, in teatro, il Goldoni di Venezia, con lo sviluppo narrativo attraverso molte scene girate all’Arsenale, a Palazzo Ducale e alla Fondazione Cini. 

C’è qualche sogno che ha in mente Alessandro Preziosi? Anche come uomo, intendo.
Beh, si’. Sogno di imparare a suonare il pianoforte come Dio comanda, continuo ad avere questa grande illusione che allo stesso tempo è una frustrazione. Lo suono, ma male. Mi piacerebbe suonarlo meglio…

Magari per suonarlo sulla scena?
Certo. Il mio grande obiettivo è fare in teatro il Faust, di Thomas Mann. Con la musica, suonandola direttamente. 

Cosa ti ha dato e tolto il successo personale, il gradimento, l’essere amato dal pubblico?
Per quello che mi riguarda il successo mi ha migliorato come uomo. Credo di essere sempre stato una brava persona, ma oggi ancor di più, nel senso che se il successo incontra una persona dalle caratteristiche positive lo rende ancora migliore, appunto, mentre se uno è un cretino, tale rimane, o lo diventa di più. Ed è inversamente proporzionale a quello che ci si immagina che lo stesso determini. E’un’emozione, un momento, in fin dei conti. Sono un teatrante e quello che vivo alla fine di uno spettacolo,  lo devo ripetere il giorno dopo, quindi è una cosa effimera. 

A conclusione dell’intervista ti chiedo chi e cos’è un attore, a tuo parere…
Un operatore culturale, con un grande compito. Quello di leggere, imparare e trasmettere. Questo è l’attore, e questo fa, impegnarsi per dare alla gente la possibilità di conoscere cose in un modo che non potrebbe conoscere, altrimenti, in un altro.

Francesco Bettin

Ultima modifica il Venerdì, 08 Dicembre 2023 11:44

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