martedì, 01 dicembre, 2020
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Nella notte delle figure la risposta all’angoscia pandemica. Negli esiti dei lavori di Animateria maturità e urgenza di dirsi. -di Nicola Arrigoni

"Un po’ maschio, un po’, un femmina po’ me" di e con Benedetta Berti "Un po’ maschio, un po’, un femmina po’ me" di e con Benedetta Berti

Pupazzi, palloncini che si trasformano in personaggi, fagotti di cicogne transgender, mascherine che diventano storie di distanziamento di corpi e anime: il Covid non ha bloccato la voglia di raccontare e di trasfigurare la realtà, compito del teatro, compito di quel teatro di figura che sa far essere altro da ciò che sono oggetti, materiali e alla fin fine gli stessi corpi degli attori che diventano segni e narrazioni. Tutto questo è accaduto ne La notte delle figure 2020, azzardo produttivo, surplus creativo, voglia di resistere alla pandemia, messo in atto dagli allievi/attori/performer/ drammaturghi di Aninateria, corso di formazione per operatore esperto nelle tecniche e nei linguaggi del teatro di figura, organizzato dal Teatro GiocoVita, dal Teatro delle Briciole e dal Teatro del Drago, col sostegno della Regione Emilia Romagna. Il percorso formativo si è svolto nel pieno del lockdown e solo da maggio in avanti è stato possibile lavorare in presenza, ma ciò non ha impedito di dare i suoi frutti. Direttore pedagogico del corso è Fabrizio Montecchi, insieme al coordinatore Martina Voltarel e al tutor Nicoletta Garioni con la partecipazione nell’ambito del project work di Beatrice Barruffini, Marco Ferro, Nadia Milani e Valeria Sacco. Eppure in un certo qual modo l’effetto Covid ha influito – come era logico che fosse – sugli esiti del corso di Animateria, un influenza che è parsa ravvisabile da un lato nei molti lavori individuali, m anche in una preponderanza di racconto e drammaturgia che molto spesso hanno fatto dell’aspetto figurale un sostegno alla narrazione di storie o condizioni, stati d’animo, situazioni sceniche.
Gli artisti del corso di teatro di figura sono riusciti a fare dell’isolamento pandemico un motivo di lavoro e non solo una limitazione, per quanto la matericità e la gestione stessa delle figure magari sia passata in secondo piano. Ma sta di fatto che nella Notte delle figure 2020 – un’intensa carrellata dei lavori – ciò che è uscita sono una forte consapevolezza narrativa, una tenuta dei lavori pregevole, lavori maturi e non work in progress. Le figure sono sostegno a racconto. Accade per Un po’ maschio, un po’, un femmina po’ me di e con Benedetta Berti che si immagina di essere una sorta di operatrice che deve distribuire alle cicogne fagotti rosa e azzurri alle. Ma cosa succede quando il fagotto è bianco? L’operatrice prenatale cerca di dialogare col futuro infante, gli pone dinnanzi oggetti: scarpe maschili o femminili, una barbie piuttosto che una macchinina per cercare di capirne il sesso che malgrado gli sforzi della donna rimane incerto, una decisione da prendere successivamente, vivendo. E alla fine l’operatrice addetta al sesso dei nascituri contravvenendo alle regole si porta via il bimbo futuro transgender.

Valentina Lisi in "Relazioni necessarie"

È la soluzione di un grande libro di foto pop up che permette a Valentina Lisi – occhiali rotondi e volto da fumetto – di raccontare le Relazioni necessarie (questo il titolo dello spettacolo) con mamma, papà e parentado vario in uno sfogo ironico e pungente di chi si sente straniera alla propria stessa famiglia.

Giorgia Forno in "Il distacco"

Giorgia Forno in Il distacco sceglie le mascherine chirurgiche come oggetto metonimico per un racconto improntato sull’oggi, sulla condizione che si sta vivendo, fra ironia e una malcelata disillusione.

Giacomo Occhi in "Scoppiati ovvero la vita quotidiana di un palloncino"

Di tutt’altro tenore – ma sempre monologante – il lavoro di Giacomo Occhi con Scoppiati ovvero la vita quotidiana di un palloncino, sempre uguale, sempre monotona fino all’incontro deflagrante e scoppiante con l’altra metà. Giacomo Occhi lavora al tavolino e costruisce una partitura comico/mimica di grande efficacia che conquista per maturità, intensità, ironia e perché in mezzora o giù di lì rende in carne ed ossa la vita normalissima di quel palloncino che tanto ci somiglia. Risate in abbondanza.

"Area 52" di Emanuela Belmonte

Risate da fumetto sono quelle sollecitate da Area 52 di Emanuela Belmonte, una sorta di conferenza stampa in cui si annuncia il primo incontro con una intelligenza extraterrestre. L’attrice sembra un po’ Angela Finocchiaro, mostra di saper usare con abilità il pupazzo extraterrestre per un divertito esercizio di comicità dal vago sentore clownesco.

"R.I.P.I.T o della Nera Signora" di e con Alessia Candido ed Esther Grigoli

Se questi lavori si concentrano su un individualità narrativa sostenuta dall’utilizzo delle figure e possono rappresentare una quadrilogia per un teatro di figura solitario e solidale, gli altri lavori cercano una maggiore coralità di gruppo, ma si inseriscono anche in un filone in cui l’azione del teatro di figura ambisce a farsi segno autonomo rispetto a un racconto. R.I.P.I.T o della Nera Signora di e con Alessia Candido ed Esther Grigoli racconta di un legame fra sorelle e affronta una leggenda britannica sull’elaborazione del lutto. Il teatro d’ombra ha qui una sua conferma di segno e di racconto, un esercizio elegante che fa del lavoro del Teatro Sospeso un esercizio di stile sospeso e tradizionale.

"Altro Mare" di Silvia Cristofori, Margherita Fontana ed Eva Miškovičovà, Costantino Orlando e Riccardo Paltenghi

Altro Mare di Silvia Cristofori, Margherita Fontana ed Eva Miškovičovà, Costantino Orlando e Riccardo Paltenghi non è altro che uno spazio in cui alberga l’attesa della morte, è la consapevolezza della fine di una vita da parte di un vecchio intento a festeggiare il suo ultimo e bianco compleanno prima di sprofondare in un altrove che altro non è che lo spazio della mente in cui al momento della fine ci si trova a fare i conti con noi stessi, guidato, sostenuto, accompagnato dall’affetto del nipote. Tutto questo si traduce in un lavoro in cui i due pupazzi mossi a vista costruiscono una elegia dell’addio che commuove per la sua poetica intensità e che ha come contesto quel teatro di figura europeo pensato non come distrazione per i più piccoli, ma come realtà aumentata per stimolare il pensiero dei grandi.
In questo contesto si crede di poter leggere anche Questi pochi centimetri di terra di Consorzio Balsamico con Roberta Bonora, Giada Borgatti, Virginia Franchi e Alessandra Stefanini in cui il rapporto materico fra terra e pupazzo parla di un nascere dalla polvere e tornare nella polvere, posizione l’esistere e il muoversi nello spazio in una dimensione del divenire che non cerca un senso, non narra un racconto, ma semplicemente è. Anche in questo caso l’azione figurale diventa strumento e non è fine, assume una sua autonomia nel segno di una forma d’arte che vive di per sé, che mostra momenti, status dell’anima, un po’ – verrebbe da dire – come la danza in cui il movimento dei corpi è di per sé racconto, è segno, è forma e questo è bastante.
Data la panoramica dei lavori del corso di Animateria, ciò che preme sottoneare è come quanto visto de La notte delle figure 2020 al teatro Gioia, è un bell’esempio di messa in gioco di una creatività che sa avere diverse temperature e che mostra – quanto mai importante – la vivacità di una forma d’arte che non è seconda, ma è teatro tout cour non dei ragazzi, non dell’infanzia, ma semplicemente teatro che resiste al Covid, che vuole essere perché sa che nei suoi racconti c’è il pensiero sulla vita e sulla morte, c’è un di più di realtà che non distrae ma concentra l’urgenza di essere presenti a noi stessi ed essere con l’altro, nel segno di una comunità che solo insieme può battere la pandemia.

Nicola Arrigoni

Ultima modifica il Mercoledì, 21 Ottobre 2020 10:01

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