martedì, 01 dicembre, 2020
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Accenni sul teatro di figura in Italia: "Kafka e la bambola viaggiatrice" - da Incanti 2020. -di Valeria Minciullo

Desy Gialuz e Valerio Malorni in "Kafka e la bambola viaggiatrice", regia Fabrizio Pallara. Foto Daniele Fona Desy Gialuz e Valerio Malorni in "Kafka e la bambola viaggiatrice", regia Fabrizio Pallara. Foto Daniele Fona

tratto dal romanzo “Kafka y la muñeca viajera” di Jordi Sierra i Fabra
adattamento e drammaturgia Valerio Malorni e Fabrizio Pallara
regia Fabrizio Pallara
con Desy Gialuz e Valerio Malorni
immagini video Massimo Racozzi
scene e costumi Fabrizio Pallara e Luigina Tusini
luci Fabrizio Pallara e Simone Spangaro
ideazione e costruzione bambola Ilaria Comisso
organizzazione Sara Ferrari
foto di scena Daniele Fona
una produzione CSS Teatro stabile di innovazione del FVG
con teatrodelleapparizioni

C’è sempre questo annoso problema che, in Italia, il teatro non gode del successo che gli spetterebbe, e uno scarso riconoscimento generale, da parte di potenziale pubblico e istituzioni, come dimostrano anche i recenti provvedimenti in materia Covid, che lo mortificano e declassano ad “attività non essenziale”.
Se questo vale per prosa, danza e opera, ancor di più lo è per il teatro di figura, al punto che gran parte della gente non saprebbe nemmeno dire il significato dell’espressione. Bambole, burattini, ombre, pupazzi… così è certamente più chiaro, ma non appena accenni a descrivere di cosa si tratta, è altamente probabile che si associ questo genere di spettacolo a una dimensione fanciullesca: magnifica, sì, ma ormai superata. E, quindi, a meno che non ti stia rivolgendo a eterni Peter Pan, o instancabili sognatori, difficilmente incuriosirai il potenziale spettatore. Non che il teatro di figura non metta anche in scena storie dedicate ai bambini, prestandosi naturalmente a incantare, sorprendere, ipnotizzare e utilizzando quelli che sono strumenti per loro così familiari… ma non soltanto, non esclusivamente. Senza contare che ciò che può appassionare o insegnare qualcosa a un bambino, potrebbe fare altrettanto con un adulto.
Oltre a dover superare il pregiudizio, gli artisti che operano in questo campo, in aggiunta alla difficoltà di trovare sale teatrali che ospitino i loro spettacoli, si trovano a dover spesso lavorare all’estero (dove invece questo genere va anche fortissimo) o a sperare che qualche maestro del settore tenga un corso in Italia, non esistendo nel nostro Paese delle scuole ufficiali preposte alla loro formazione. E pensare che l’Italia non è certo ultima in quanto a tradizione. Tutt’altro! Pulcinella dalla Commedia dell’arte e l’Opera dei Pupi, sono solo due esempi, tra i più noti, che non portano solo la prova di un’antica e solida tradizione (che ha origine almeno dall’epoca classica) ma, mettendo in scena storie quotidiane o epiche, sono anche la dimostrazione che il teatro di figura (quando ancora non si era nemmeno ben delineato il concetto di infanzia) era stato pensato proprio per rivolgersi a un pubblico adulto.

Incanti 2020 – edizione OnLive sul teatro di figura
Fortunatamente, ciò che non manca in Italia, sono dei festival dedicati a promuovere questa forma d’arte così complessa e sofisticata, dietro la quale si nascondono anche lunghi anni di intenso lavoro. Nel novero, ricordo Incanti, rassegna internazionale del teatro di figura che si svolge a Torino, e che avrebbe dovuto essere quest’anno alla sua XXVII edizione; “sarebbe” in quanto è stata pensata come un’eccezione al percorso, un’edizione OnLive, per adeguarsi al cambiamento imposto dalla pandemia. Dall’8 al 15 ottobre si sono infatti susseguiti una serie di spettacoli, eventi e workshop, dal vivo e spesso, combinatamente, fruibili online. Le interviste sono ancora visionabili sulla pagina Facebook del festival, mentre quasi tutti gli spettacoli sono rimasti a disposizione per 48h in streaming. Tra questi, mi ha colpito in particolar modo l’intervista a Marta Cuscunà, talentuosissima e affermata artista del settore che ha raccontato le difficoltà, ma nello stesso tempo l’entusiasmo che precede e accompagna ogni sua creazione, e uno tra gli spettacoli proposti, di cui avevo già letto un’ottima recensione.

Kafka e la bambola viaggiatrice: da una storia fantasiosamente vera
Lo spettacolo, della compagnia Teatro delle apparizioni, è stato una piacevolissima immersione in una vicenda che forse nemmeno tutti gli appassionati di Franz Kafka conoscono.
L’idea è stata suggerita dal romanzo di Jordi Sierra i Fabra (protagonista, tra l’altro, di un incontro col pubblico al termine della rappresentazione) che ha riportato una singolare vicenda, rimasta altrimenti inespressa e senza memoria; ma ancor prima da Dora Diamant, la compagna di Kafka, che raccontò un caso che aveva coinvolto lo scrittore nell’autunno del 1923, un anno prima della sua morte. Quando si trovava a Berlino, infatti, era per lui una piacevole abitudine recarsi allo Steglitzer Park, e passeggiando, in un pomeriggio apparentemente simile a tutti gli altri, s’imbatté nel pianto di una bambina, Elsi, disperata per aver perso la sua bambola. L’evento lo attirò e lo turbò allo stesso tempo e a tal punto da prendere a cuore la disperazione della piccola e cercare, a suo modo, di consolarla; inoltre – ma questo entrambi non lo sapevano ancora – a darle una grande lezione di vita.

Gli sviluppi della storia e l’impatto emotivo, visivo e sonoro
Lo spettacolo si apre con l’ingresso di Desy Gialuz, che introduce la vicenda con una voce rassicurante e morbida, come quella di una madre che si appresta a raccontare una fiaba ai propri bambini, muovendo i passi dentro una scenografia dapprima semplice, eppur d’impatto. Foglie secche punteggiano il palco, e lo sfondo è una grossa nuvola nera su un cielo verde bosco, uno schermo che scopriremo cangiante nel corso d’opera. La musica languida del pianoforte ci introduce ancora di più nel mood dell’intero spettacolo: dolcissimo, poetico, cullante. Sul lato della scena, una panchina sorregge i sussulti di Elsi, qui una bambola dal cappottino azzurro pastello, i capelli a fili rossi di lana, e un’espressione trasognata. È sempre Desy Gialuz, che rimane visibile seduta alle sue spalle, come una presenza non presenza, a manovrarla anche nei più piccoli movimenti, ricreando un effetto assai realistico. L’entrata in scena di Kafka, interpretato dal perfetto Valerio Malorni (che insieme a Fabrizio Pallara si occupato dell’adattamento e della drammaturgia) si staglia di profilo su uno sfondo insolito come uno strano personaggio magrittiano, ben vestito e con la tipica bombetta nera. Anche attraverso la mimica, la gestualità e l’eloquio sincopato, scopriamo la bizzarria del personaggio, il lato sensibile e umano, la sua fantasia: per consolare Elsi, Kafka s’inventerà infatti di essere “il postino delle bambole” e tornerà ogni giorno, e per circa tre settimane, a portarle una lettera scritta per lei da Brigida, la bambola scomparsa. Saranno lettere scritte ogni sera nella penombra del suo studio, alla scrivania dove a ispirarlo c’è un grande mappamondo illuminato e la compagna Dora (interpretata sempre da Desy Gialuz), dapprima trascurata per questa novità, ma poi complice e consigliera in questa scrittura febbrile, il cui impegno è forse superiore a quello richiesto per un romanzo. Perché dall’altra parte c’è l’aspettativa, la speranza, il dispiacere o la gioia di chi egli sa esistere, e di cui dovrà affrontare il giorno dopo forse una delusione, di certo la curiosità, sperando ogni volta di vederne lo sguardo rinfrancato, le preoccupazioni acquietate.
L’intimità della casa viene resa attraverso lo schermo che diventa trasparente, come a spiare la coppia attraverso un velo, o un’enorme vetrata un po’ opaca, dietro cui scorgiamo due camere adiacenti e i personaggi che si muovono all’interno, talvolta nella stessa stanza, talvolta nei vani separati, creando una scena visivamente molto interessante. Il suono di un violino accompagna nel mentre lo spettacolo, seguendo una partitura incalzante, per rendere ancor più vibranti questi attimi di genio e frenesia.

Il senso profondo dello spettacolo: l’incanto che si muta in disincanto
L’impegno e il talento di Kafka nell’inventare storie fa sì che questa avventura si trasformi in una bellissima metafora: attraverso le sue lettere, egli rende partecipe Elsi della volontà della sua bambola, ovvero l’ambizione verso una libertà che non compromette certamente l’affetto che nutre per lei; è arrivato infatti, per Brigida, il momento di staccarsene fisicamente e di esplorare il mondo: Londra, Parigi, infine l’Argentina, dove Kafka, per concludere questa sorta di corrispondenza, decide di farle incontrare l’amore. Lo sfondo verde intanto, viaggio dopo viaggio, inizia ad acquerellarsi di nero e la grande nuvola presente all’inizio si dissolve per lasciare il posto a simboli e panorami tipici delle città descritte.
La finzione (Kafka, a tratti, sembra quasi un mago che dispensa meraviglie dalla sua bombetta) non è qui però illusione o inganno, ma un fantastico espediente per far compiere a Elsi un passo in avanti verso il mondo adulto e l’accettazione della realtà, che avviene proprio quando arriva a scoprire, pian piano e senza traumi, che la storia è inventata, ma il messaggio è assolutamente profondo e vero.
L’epilogo dello spettacolo si discosta lievemente dalla vicenda reale, ma resta perfettamente intatto il messaggio complessivo: l’importanza del lasciare andare cose o persone che siano, e il distacco dall’idea di amore come possesso, per la via che conduce alla piena realizzazione dell’altro, anche lontano da noi, senza mai spezzare del tutto il legame che, nel corso del tempo, si trasforma.

Cala dunque il sipario e i forti chiaroscuri delle luci, come le palpebre sugli occhi dopo aver ascoltato una fiaba prima di dormire, conoscendo un lato inedito di Kafka, e ritrovando il nostro, più intimo e bambino.
E per chiudere il cerchio: non è forse vero che ogni adulto ne ha bisogno?

Valeria Minciullo

Ultima modifica il Mercoledì, 28 Ottobre 2020 11:18

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