lunedì, 20 maggio, 2024
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BÉRÉNICE - regia Romeo Castellucci

Isabelle Huppert in “Bérénice”, regia Romeo Castellucci Isabelle Huppert in “Bérénice”, regia Romeo Castellucci

liberamente ispirato a “Bérénice” di Jean Racine
un monologo con Isabelle Huppert
e con la partecipazione di Cheikh Kébé e Giovanni Manzo
e la presenza di dodici persone locali
concezione e regia: Romeo Castellucci
musica originale: Scott Gibbons
costumi: Iris Van Herpen
costumista: Chiara Venturini
ideazione trucco e acconciatura: Sylvie Cailler et Jocelyne Milazzo
sculture di scena e automazioni: Plastikart Studio Amoroso & Zimmermann
produttori esecutivi: Societas, Cesena ; Printemps des Comédiens / Cité du Théâtre Domaine d’O, Montpellier
co-produttori: Théâtre de La Ville Paris, France; Comédie de Genève, Switzerland; Les Théâtres de la Ville de Luxembourg; deSingel International Arts Center, Belgium; Festival Temporada Alta, Spain; Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, Italy, Thalia Theater Hamburg, Germany; Onassis Culture - Athens, Greece; Triennale Milano, Italy; National Taichung Theater, Taiwan; Holland Festival, Netherlands; LAC Lugano Arte e Cultura, Switzerland; TAP - Théâtre Auditorium de Poitiers, France ; La Comédie de Clermont-Ferrand – Scène Nationale, France ; Théâtre national de Bretagne – Rennes, France ; Yanghua Theatre, China.
Milano al Teatro della Triennale 8 aprile 2024

www.Sipario.it, 21 aprile 2024

Nell’ambito della rassegna Fog, magnifica Isabelle Huppert 
Con la regia di Romeo Castellucci “Bérénice” al Teatro della Triennale 
Racine oltre la contemporaneità, il palcoscenico come mente avvolta nella nebbia

Se il palcoscenico - tutti gli oggetti che appaiono, le immagini sorprendenti di piante e fiori, un calorifero per esempio - è lo spazio della mente del personaggio/ della persona in un tutt’uno che s’agita di dolore vero/ recitato, versi che fluiscono con l’amatissima Isabelle Huppert, icona del cinema e del teatro, la continua nebbia lattiginosa in cui è immerso, con velario al proscenio, rivela lo stato di visione offuscata di “Bérénice”, la razionalità dispersa nei versi di Racine, tutto quanto nebuloso, quasi una perdita di sé e del linguaggio, l’ultimo monologo una sorta di singhiozzo afasico, parole spezzate. Dopo anni di fedeli incontri con la Societas, inseguita la compagnia un po’ ovunque, e poi ancora, cercando di vedere il maggior numero di opere di Romeo Castellucci, lo si era però a un certo punto perso di vista: “Bérénice” in calendario a Milano, al Teatro della Triennale nell’ambito della stimolante rassegna Fog, era davvero eccellente occasione per avvicinare nuovamente la poetica di un grande artista, ogni volta sorprendente, spesso senza adeguati strumenti, questa l’impressione, l’indagine critica. 
Al pubblico offerta una sinossi del testo di Racine - ed è sembrato strano. Intanto perché reperibile ovunque - e poi non si ricordano dirette corrispondenze, così facilmente narrative, tra i titoli di Castellucci  e quanto avveniva in scena. Forse la relazione con l’opera lirica ha sollecitato questa scelta, avvertito il bisogno di un territorio comune per parola e azione. Ma non importa: bello affidarsi alla creatività degli artisti e ogni volta raccogliere dal vivo relazione segrete, legami raggiunti per passaggi misteriosi, catene di pensieri, di intuizioni, filosofiche ed estetiche. 
All’inizio e al termine dello spettacolo parole di luce ricordano le materie di cui è composto il corpo umano. Suoni scanditi, come di campana al proscenio. Nell’opera di Racine echi dalla Didone virgiliana: Enea era partito perché così era scritto nel destino, anche gli dei - che se ne fanno portavoce - costretti a obbedire, a seguire la sorte segnata. Possono regalare tempo, creare dei diversivi, ma alla fine deve accadere quanto già è definito. E la regina di Cartagine non vuole ragionare sulle motivazioni di Enea - e ne morirà.
Tito avrebbe potuto scegliere? Era tornato vincitore dalla guerra giudaica, con sé Berenice che avrebbe sposato a Roma. Ma il padre, l’imperatore Vespasiano, muore. Tito il successore. E il senato non avrebbe mai accettato che lui prendesse per moglie una straniera. Anche l’amico Antioco è innamorato di Berenice. Tanti i non-detto, stati d’animo, pensieri lasciati in sospeso. Come avrebbe potuto Tito spiegare a Berenice la sua scelta? Anche Enea era semplicemente andato a preparare la flotta per la partenza al porto. Didone aveva visto - e aveva deciso di uccidersi. Antioco va a parlare con Berenice, infelice messaggero: la donna non può credergli. Ma poi anche lei vedrà - e capirà. Era stata scelta la ragion di stato. In scena parla solo Isabelle/ Berenice, in un crescendo variabile di disperazione, tra allucinazioni e sogni di morte. Ma alla fine, così instabile, ai confini con la follia, il discorso disarticolato, lei deciderà comunque di vivere. Via però, lontano da Roma. 
No, nulla da spartire con il conflitto Creonte/ Antigone, due opposti principi, in nome del bene dello stato, della fedeltà ai legami familiari. Qui tutto sfuma. Lo stesso personaggio di Berenice in Racine è ben lontano dalla figura storica, molti più anni di Tito, già sposata, traditrice del suo popolo. Già: dove sarebbe potuta tornare, lasciata Roma? Svetonio ricorda la promessa mancata di Tito, ma nulla si sa del destino di Berenice. Sulla scena lo svelamento - Tito sì l’amava, ma aveva saputo rinunciare a lei - smarrita la mente, che diviene palcoscenico, spazio/ tempo della rielaborazione. Frammenti di testo, dalla scena IV del primo atto, alla settima dell’ultimo, singulti inquieti. Il teatro totale di Romeo Castellucci, Leone d’Oro alla Biennale di Venezia, continua a sfidare la contemporaneità, quanto è semplicemente e superficialmente segnato da una differenza che pare solo moda d’anticipo, lo sguardo appena un po’ più in là. Qui la cultura cristiana rivolta all’antica Grecia di Racine diviene suono di parole con Isabelle Huppert e musica complessa, sofferente, insinuante, con Scott Gibbons.
Oltre la nebbia, il fumo, il filtro del velo, appaiono forme in movimento spesso con la sola luce. Bellissimi i costumi della Huppert. Lo spazio pare respirare. Uno specchio. Strane creature e diffusa sensualità. Tutto si muove ma il dolore di Berenice sembra fermo, lì, statico, motore immobile che tutto agita. Come ha potuto Antioco dire il suo amore pur sapendo che lei stava per diventare la moglie dell’imperatore? Dialoga con Fenice assente Berenice, ancora vuole credere in Tito che tante volte aveva sostenuto il loro amore “contro la dura legge”. Ma non c’è indagine psicologica: quanto avviene è una sorta di assoluto culturale di visioni e ritmi interni. Corpi asciutti, quasi anoressici, quelli di Cheikh Kébé e Giovanni Manzo, Tito e Antioco, mentre dodici figuranti, come legati tra loro, potrebbero rappresentare il senato romano. A tratti quasi un bisogno di spiritualità anche con il canto. Stoffe, colori, fiori e foglie occupano lo spazio ma poi avvizziscono. Tutto si sfalda: restano solo sillabe. Ma c’è anche quell’urlo ripetuto: no, no, lui non doveva seguirla mentre andava via. Pudore? bisogno di solitudine? ormai consumate le parole: <per l’ultima volta addio>. Esplosivo, lunghissimo il saluto d’applausi del pubblico per Isabelle Huppert. 

Valeria Ottolenghi

Ultima modifica il Lunedì, 22 Aprile 2024 22:19

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