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GIULIO CESARE - regia Alex Rigola

"Giulio Cesare", regia Alex Rigola. Foto Serena Pea "Giulio Cesare", regia Alex Rigola. Foto Serena Pea

di William Shakespeare
traduzione di Sergio Perosa
adattamento e regia di Alex Rigola
con Michele Riondino, Maria Grazia Mandruzzato, Stefano Scandaletti,
Michele Maccagno, Silvia Costa, Margherita Mannino, Eleonora Panizzo,
Pietro Quadrino, Riccardo Gamba, Raquel Gualtero, Beatrice Fedi e Andrea Fagarazzi
spazio scenico di Max Glaenzel, spazio sonoro di Nao Albet
illuminazione di Carlos Marquerie, costumi di Silvia Delagneau,
assistente alla regia Lorenzo Marangoni
produzione Teatro Stabile del Veneto ed Estate Teatrale Veronese
Venezia, Teatro Goldoni 2 Febbraio 2018

www.Sipario.it, 4 febbraio 2018

"Giulio Cesare": tematiche di pace da e per congiurati

La parola può avere il potere di cambiare le sorti delle persone, può sedurre, può calmare gli animi oppure incitarli, può intrigarle, corromperle e indebolirle.
Words, "parole" è l'immagine che infatti viene proiettata sul parallelepipedo di colore bianco che imponente è posto nel centro della scena.
Sulle proiezioni e le luci si gioca molto del lavoro svolto in questa pièce, coniugandole con potenti effetti sonori, che pur coinvolgendo lo spettatore non danno però la sensazione di novità che ci si aspetterebbe da una trasposizione contemporanea, in particolar modo ci si riferisce a quelle scene chirurgiche e sanguinose che proiettate durante l'uccisione di Giulio Cesare faranno venire alla mente la Medea di Ronconi.
Video e suono come detto poc'anzi sono elementi essenziali su cui la regia spende moltissime energie talvolta arrivando a scelte discutibili.
In particolar modo l'uso di microfoni sulla scena: spezzano la dialettica dei personaggi in modo tale da allontanare lo spettatore. Nella prima parte l'uso è circoscritto ad alcune battute, mentre nella seconda parte diventano fissi.
Invece per quanto riguarda lo strumento video, seppure vi sono scelte di grande impatto emotivo come la figura del dictator appena pugnalato, di tocco delicato, pone diversi interrogativi invece la figura di Porzia.
Infatti mentre quest'ultima parla con suo marito, Bruto, viene proiettata la sua immagine, quando però è anch'essa sulla scena, producendo così nello spettatore un possibile moto di spaesamento: guardando il video infatti si pone attenzione a un'ottima espressività da parte dell'attrice, ma qualora lo sguardo diventi più ampio andando a comprendere la figura fisica, che è proprio accanto al video, si denota una forte contrasto tra l'espressività corporea ed emotiva, risultando quest'ultima innaturalmente passiva.

I video diventano, perciò, parte integrante dell'elaborazione in chiave contemporanea dell'opera di William Shakeaspere: si apre il tutto con le immagini dei "grandi della Terra", soffermandosi in particolare sull'ex Presidente Obama che è assistito dai suoi fedelissimi mentre in diretta guardano l'operazione che porterà all'uccisione di Osama Bin Laden, e poi ancora immagini più o meno suggestive vengono proiettate, alcune ricordano, come detto soluzioni già viste, mentre altre sono realmente funzionali al coinvolgimento del pubblico. Risultano più deboli alcune scelte registiche come quella del travestimento di lupi, una scelta fortemente pop, forse oggi inflazionata, comunque fine a sé stessa, arida.

Certamente l'utilizzo di 12 attori non è facile denotandosi quindi una rilevante maestria registica.
Da segnalare in particolar modo la transizione meta-teatrale in cui con con meccaniche e tempistiche perfette gli attori diventano il popolo che in un primo momento ascolta attentamente i congiurati, quasi cedendo alle ragioni della mente, ma poi si ricrede grazie all'orazione di Marco Antonio: il pubblico diviene popolo, parte integrante della rappresentazione, divenendo spettacolo esso stesso e non più semplice elemento passivo.
Seppure lo spettacolo viene a intitolarsi, "Giulio Cesare", con l'ottima interpretazione dell'attrice Maria Grazia Mandruzzato, quello che viene a essere sottolineato non è tanto la figura del dictator, quanto quella dei congiurati, uomini spinti chi dai propri desideri di ambizione, chi di vendetta, ma anche chi come Bruto, figlio adottivo, di reale convincimento di preservazione della res pubblica.

L'opera purtroppo sembra permearsi e concludersi con una retorica smielata, creando un messaggio senza troppe pretese e inducendo non tanto al pensiero, quanto all'emozione, difatti viene a essere utilizzata la figura del piccolo Aylan, il bambino morto sulle coste Turche, che tanto fece scalpore, evidenziando così il convincimento della ciclicità della storia: Giulio Cesare viene ucciso per restaurare la Repubblica, ma i congiurati saranno sconfitti e un altro prenderà il posto della loro vittima sacrificale, in un gioco perverso di violenza che richiama altra violenza, i cui morti per eccellenza sono gli indifesi e gli innocenti.
Nella stessa scena che porta all'epilogo, la sconfitta dei congiurati, si caratterizza come quella iniziale: frammentaria e confusionaria, avvenendo un susseguirsi fin troppo vorticoso di azioni.
Infine la domanda posta all'inizio allo spettatore sembra indirizzarci fin troppo semplificatamente a voler credere che solo attraverso un modello di pace si possa instaurare la pace.
Il Giulio Cesare di Alex Rigola è un'interessante esperimento, ma rimane confinato a questa definizione, senza riuscire a dare rilevanti risultati. Tante domande e punti interrogativi, poche risposte. Le prove attoriali di tutti, se come detto in precedenza, saltuariamente si fanno apprezzare, nel complesso risultano de-potenziate, quasi legate, bloccate, anche per via delle proiezioni delle luci che tendono in certi momenti a schiacciare gli attori, senza che questi riescano mai a esplodere, rimanendo la recitazione più di una volta reclusa esclusivamente entro i limiti del proscenio.

Matteo Taccola

Ultima modifica il Domenica, 04 Febbraio 2018 18:41

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