mercoledì, 19 febbraio, 2020
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MANDRAGOLA - regia Giacomo Giuntini

"Mandragola", regia Giacomo Giuntini. Foto Fabio Sau "Mandragola", regia Giacomo Giuntini. Foto Fabio Sau

di Niccolò Machiavelli
canzoni originali composte da Philippe Verdelot
con Cristina Cattellani, Laura Cleri, Paola De Crescenzo, Davide Gagliardini,
Nicola Nicchi, Luca Nucera, Massimiliano Sbarsi, Emanuele Vezzoli, Nanni Tormene
con Jacopo Facchini Alto e Maestro Concertatore, Francesca Cassinari Soprano,
Matteo Magistrali Tenore, Roberto Rilievi Tenore, Marco Saccardin Baritono e Liuto
costumi Maria Giovanna Farina, luci Claudio Coloretti
assistente alla regia Francesco Lanfranchi
regia Giacomo Giuntini
produzione Fondazione Teatro Due
al Teatro Due, Parma, 31 gennaio 2020

www.Sipario.it, 1 febbraio 2020

«Questa è cultura. In tre anni cercherò di farvela amare», dice la professoressa alla studentessa e non si capisce se sia un augurio o una minaccia. Sta di fatto che all’uscita della Mandragola di Niccolò Machiavelli, nella versione registica di Giacomo Giuntini il pubblico del Teatro Due – che produce l’allestimento in assoluta autonomia – è soddisfatto. Per accontentare le richieste del pubblico sono state aggiunte repliche, aprendo le matinée scolastiche anche al pubblico over 65. Tutto ciò per Mandragola di Niccolò Machiavelli un testo lontano, complesso, ma che evidentemente rappresenta nell'immaginario ciò che deve essere il teatro che il pubblico va cercando e in cui riconosce un’idea rappresentativa e documentaristica dell’andare in scena. 
Per questo parlare di Mandragola di Giacomo Giuntini, alla sua prima prova di una regia con un cast complesso, vuol dire cercare di analizzare lo spettacolo e tenere conto delle attese e risposte del pubblico. Lo spettacolo si offre come recupero di una tradizione testuale che rischia di essere dimenticata dalle urgenze contemporanee. Qui non ci si chiede se Mandragola parli a noi del XXI secolo, qui si va in cerca della lingua, delle radici di una cultura letteraria che ci appartiene e che ancora sa affascinare. Lo si fa non per sovranismo, piuttosto nella consapevolezza che uno stabile (anche privato) abbia il dovere di coltivare la tradizione, di recuperare il repertorio oltre che raccontare l’oggi. Per questo la modalità linguistica può più del racconto, almeno in questo caso. 
Messer Nicia (Emanuele Vezzoli) pur di soddisfare la voglia di avere una discendenza che non arriva dalla bella Lucrezia (Paola De Crescenzo) è disposto anche ad accondiscendere d’essere fatto cornuto dal libertino Callimaco (un testosteronico Nicola Nicchi) che grazie all’inganno orchestrato da Licurgo (mellifluo e diabolico Luca Nucera) riesce a impalmare la bella donna col consenso del marito e il miraggio di una prossima paternità. Ciò che fa Giuntini è sciogliere la lingua di Machiavelli, fare in modo che ciò che viene detto abbia la giusta scansione, il ritmo adatto per rendere il più comprensibili possibili i nessi sintattici, la costruzione di  dialoghi che si giocano sulla contrapposizione, sull’enumerazione e sul forte argomentare logico. Gli attori scandiscono il testo, fino ad offrire una certa estraneità a ciò che sono e fanno. Ciò che accade non ha attinenza con il reale, è un divertissement, un gioco carnevalesco, un gioco di corte, accompagnato dalle canzoni originali e coeve di Philippe Verdelot. Anche il comico è per così dire raggelato nella costruzione dell’intreccio che in Licurgo ha il suo regista interno. Messer Nicia e la sua bella Lucrezia assomigliano ai coniugi Arnolfini, rappresentazione iconica del contratto matrimoniale borghese, mentre Sostrata di Cristina Cattellani assomiglia a certe Madonne che s’aprono le vesti non per mostrare i mutandoni come in questo caso, ma schiere di fedeli adoranti. 
Forse anche l’utilizzo degli specchi che fanno da pareti e pavimento a parte della scena sono un richiamo allo specchio nel quadro di Jan van Eyck in cui i coniugi si riflettono, in cui si mostra ciò che è invisibile allo spettatore che sta dinnanzi al quadro. Ma le superfici specchiate e l’architettura lignea di stampo rinascimentale adagiata sulla scena richiamano alla memoria gli spettacolo Oltre lo specchio e Peccato che fosse una puttana di Luca Ronconi, quest’ultimo produzione del Teatro Due e andato in scena al Farnese. La sottotraccia ronconiana dà la temperatura dell’intero allestimento, della recitazione volutamente non naturalistica, perché ad andare in scena sono i tasselli di un gioco e di un inganno carnevalesco con le sue maschere, non quelle animalesche che indossano i musici, ma piuttosto quelle dei personaggi borghesi di una Firenze opulenta, con un clero corruttibile, ambizioni di discendenze e appetti sessuali, il tutto coperto dal non detto, dall’onorabilità borghese che tiene più alle apparenze che alla sostanza. E dopotutto che non interessi il racconto, ma il suo svolgimento è chiaro fin dall’inizio, affidato a Davide Gagliardini che con ammiccante rigidità racconta ciò che accadrà e ha il pregio di abituare l’orecchio dello spettatore alla lingua di Machiavelli sciogliendo gli antefatti con calorosa partecipazione vocale. 

Nicola Arrigoni

Ultima modifica il Domenica, 02 Febbraio 2020 08:35

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