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ISTRUTTORIA (L') – regia Gigi Dall’Aglio

“L'istruttoria”, regia Gigi Dall’Aglio. Foto Morgillo “L'istruttoria”, regia Gigi Dall’Aglio. Foto Morgillo

di: Peter Weiss
traduzione: Giorgio Zampa
con: Roberto Abbati, Paolo Bocelli, Cristina Cattellani, Laura Cleri, Paola De Crescenzo,
Davide Gagliardini, Pino L’Abbadessa, Milena Metitieri, Massimiliano Sbarsi
musiche originali: Alessandro Nidi
esecuzione musicale al pianoforte: Davide Carmarino
costumi: Nica Magnani
luci: Claudio Coloretti
regia: Gigi Dall’Aglio
produzione: Fondazione Teatro Due
Parma, a Teatro Due 25 gennaio 2024

www.Sipario.it, 30 gennaio 2024

E’ la voce di Gigi Dall’Aglio con le parole di Pasolini ad aprire lo spettacolo
Ha compiuto quarant’anni “L’Istruttoria” del Collettivo/ Teatro Due di Parma

La voce di Gigi! Non doveva essere una sorpresa. Quante volte, in quarant’anni di repliche, si era visto - e recensito - “L’istruttoria”? Ci si era preparati (quasi) all’immersione nel male (come dolore, come ferocia dell’uomo) e anche all’assenza di Gigi Dall’Aglio, come prima di Tania Rocchetta, pure la sua voce registrata nell’accogliere gli spettatori/ testimoni del processo, fors’anche ebrei scesi dal treno in attesa della selezione, groviglio di stati emotivi, di immersioni possibili, ha creato una piroetta al cuore. Scandite le parole di Pier Paolo Pasolini che rivelava la propria inquietudine, ancora giovane, “intorno ai quarant’anni…”, una maturità che ancora cercava il confronto con i maestri/ padri: intanto gli attori, in quei camerini uno di fianco all’altro, retro della parete nera delle fucilazioni, dove scrivere con il gesso il titolo dei canti, si guardano allo specchio smarriti, posati qua e là gli oggetti che sarebbero poi entrati in scena, in quello spazio anche i tanti abiti da indossare via via, varcate quelle porte che conducevano all’altra parte, lì dove il pubblico avrebbe assistito al processo di Francoforte, 1963/64 contro i maggiori responsabili di Auschwitz.
Peter Weiss utilizza per il suo testo le parole pronunciate durante il dibattito dai testimoni, e da coloro che, colpevoli di innumerevoli delitti, consideravano ormai lontano quel tempo, infastiditi, irritati per quanto veniva loro ricordato. L’autore però, quasi nell’impossibilità di usare un dialogato normale, sintetizza, filtra il materiale raccolto, rendendolo ancora più intenso e toccante, attraverso la forma dell’oratorio, evocando forse anche Dante: perché è la poesia a rendere più intenso, vero, infinitamente “scandaloso”, quell’inferno creato in terra a cui a volte, ancora, si stenta a credere. Nel cuore dell’Europa, nella colta terra di Germania. Del resto anche Primo Levi nomina spesso in “Se questo è un uomo” l’Inferno dantesco, quasi che le parole d’orrore, terrore e vergogna nei discorsi, nei giornali, consumino presto la loro forza. Indispensabili allora altre forme,   l’oratorio inizialmente spazio religioso dove gli uomini si raccoglievano in preghiera per esercizi di pietà. E “pietà” è l’ultima parola della citazione pasoliniana prima che il pubblico si avvii dall’altra parte per trovarsi dentro quel processo che è anche rievocazione di quanto è stato ad Auschwitz.
Si ricordano ancora i silenzi dentro e intorno al dolore delle famiglie, di chi era tornato, di chi ancora sperava, aspettava qualcuno dei propri cari alla porta. Anche Primo Levi aveva avuto inizialmente difficoltà a pubblicare il suo libro. E non era stato facile scrivere le prime volte dell’”Istruttoria”, come infrangere un tabù, superare una soglia. Ma: ”meditate che questo è stato”. Si sono quindi moltiplicate le testimonianze con materiale documentario, libri, film. Quasi troppo, una ridondanza che sembra condurre all’assuefazione, come per le parole che evidenziano crudeltà, efferatezze strazianti, insostenibili. Scoprendo magari che l’efficacia della finzione - “Schlinder’s List” - superi quella delle riprese dirette, registrazioni all’aperture dei campi, corpi nudi ischeletriti accatastati su camion. Anche su questo - su realtà e finzione, il confine proprio del teatro - si era interrogato Gigi Dall’Aglio, che anni dopo aveva realizzato anche  un’eccellente ripresa video del suo spettacolo, verità emotiva che però denunciava intanto - così già nel testo di Peter Weiss - i rapporti concreti, d’interesse, delle industrie tedesche con il nazismo chiedendo operai ai campi di concentramento/ di sterminio ben vedendo come si andassero consumando, continuo il loro ricambio.
Undici i “Canti”: della banchina, del Lager, dell’altalena, della possibilità di sopravvivere, di Lili Tofler, dell’Unterscharführer Stark, della Parete Nera, del fenolo, del Bunkerblock, del Zyklon B, dei forni. “Tutti noi/ abbiamo fatto solamente il nostro dovere/ anche se spesso ci riusciva difficile”: sono le ultime parole degli imputati, seduti con una certa sicurezza, con la nazione che ha saputo ritrovare una posizione eminente, forse, sottinteso, anche per merito loro, tutti con posizioni di rilievo nella società. “Oggi/ dovremmo occuparci di altre cose/ piuttosto che di accuse/ che da tempo si sarebbero dovute considerare/ cadute in prescrizione”. Lo spettacolo si conclude così - e non può esserci applauso. Il pubblico viene invitato con un semplice gesto a lasciare la sala - e il silenzio permane a lungo, anche all’uscita, indispensabile un tempo di rielaborazione. Anche oggi, quando pure tanto si sa, si è visto. Teatro: così con “L’Istruttoria” di Peter Weiss e la firma di Gigi Dall’Aglio, intellettuale, grande maestro.

Valeria Ottolenghi

Ultima modifica il Sabato, 03 Febbraio 2024 08:58

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