lunedì, 16 settembre, 2019
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PORCILE - regia Valerio Binasco

Elisa Langone e Francesco Borchi in "Porcile", regia Valerio Binasco. Foto Luca Del Pia Elisa Langone e Francesco Borchi in "Porcile", regia Valerio Binasco. Foto Luca Del Pia

di Pier Paolo Pasolini
regia VALERIO BINASCO
scene Lorenzo Banci
costumi Sandra Cardini
musiche Arturo Annecchino
luci Roberto Innocenti
personaggi e interpreti:
Padre Mauro Malinverno
Madre Valentina Banci
Julian Francesco Borchi
Ida Elisa Cecilia Langone
Hans-Guenther Franco Ravera
Herdhitze Fulvio Cauteruccio
Maracchione Fabio Mascagni
Servitore di casa Pietro d'Elia
nuova coproduzione Teatro Metastasio Stabile della Toscana / Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia con la collaborazione di Spoleto58 Festival dei 2Mondi
Prato, Teatro Metastasio dal 5 al 15 novembre 2015

www.Sipario.it, 6 novembre 2015

Porcile, o l'infelicità dell'amore

PRATO - Avidità, ipocrisia, sentimentalismo, infelicità, crudeltà, indifferenza, amore, sincerità, paradosso. Porcile è il dramma borghese per eccellenza sulla borghesia europea del secondo Dopoguerra - così come Gli indifferenti lo è per quanto riguarda la generazione precedente -, e Valerio Binasco recupera esattamente questa dimensione del testo pasoliniano, allestendo uno spettacolo duro e doloroso, a suo modo anche scomodo, che disorienta il pubblico allontanandosi dal Pasolini "classico" della parodia ideologica.
Porcile, nella rilettura del regista, è la storia di un giovane uomo incapace di amare, nato e cresciuto nella Germania del Dopoguerra, una nazione impegnata nella ripresa economica e nella crescita industriale, non troppo interessata a guardarsi indietro, e assorbita, come il resto dell'Europa occidentale, dalla società dei consumi e del profitto economico.
Chi è Julian? Un convincente Francesco Borchi, impegnato nella sua, sin qui, migliore prova drammatica, dà vita all'apatia di un giovane "disadattato", che se anche avesse covato qualche ambizione, gli è stata soffocata sul nascere da un oppressivo ambiente familiare, dalla mancanza di valori con cui si sta scontrando la giovane generazione contestataria, nonché da una forma di perversione sessuale che lo porta a ignorare la giovane Ida e a preferire un'altra forma di amplesso. Nel rappresentare questo personaggio sospeso fra alienazione e un eccesso di sensibilità, Borchi dispiega un'efficace rabbia derivata dalla frustrazione, che la pronuncia blesa vela di effeminata stanchezza, quasi una nausea sartriana, che però non ha dietro di sé un pensiero, ma al contrario ha il rifiuto del pensiero stesso. Al suo fianco, almeno fino alla metà del dramma, la dolce Ida, interpretata da Elisa Langone che si cala nella parte di una giovane idealista, politicamente impegnata (ma si tratta solo di una posa), e alla ricerca di una forma di amore che in qualche maniera la domini, e le imponga una direzione. La troverà in un altro uomo, anche se non rinuncerà a un ultimo addio a uno Julian sempre più perso nella sua solitaria follia. Della quale non riescono a darsi ragione i genitori, (Mauro Malinverno e Valentina Banci), una coppia di ricchi borghesi che a loro modo ha amato il figlio, senza però riuscire a capire l'essenza della sua anima. Il porcile evocato dal titolo, a una prima lettura potrebbe essere questo, ovvero il recinto degli affetti familiari che soffocano con le esagerate premure di una madre quasi sdolcinata, e di un padre, il signor Klotz, amareggiato nell'assistere all'apatia del figlio, che di fatto lo priva di una discendenza adeguata a mantenere l'impero economico da lui fondato. Perché a fianco del dramma personale di Julian, c'è quello della borghesia compromessa con il nazismo (le industrie belliche del padre producevano cannoni per la Wehrmacht), e che cerca di giustificare il suo passato, magari cercando qualcuno ancora più colpevole. E Klotz lo trova nel vecchio compagno di scuola Herdhitze, che ha scoperto essere implicato nello sterminio degli ebrei, ma che adesso è anche suo avversario politico alle prossime elezioni. Spera quindi di distruggerne la figura, e nella macchinazione Malinverno dispiega una freddezza al limite della disumanità, che dà la misura dell'ambiguità di quella borghesia: capace di affetti e tenerezze familiari, spietata verso possibili avversari. Una zona grigia, quindi, non necessariamente sempre cattiva o sempre buona. L'altrettanto cinico Herdhitze, ha però un'adeguata contromisura: conosce il segreto di Julian, e si presenta a Klotz con la ferma decisione di ricattarlo: sa, infatti, che il giovane nutre un'insana inclinazione sessuale per i maiali, e potrebbe renderla pubblica. Affranto dalla rivelazione, il padre accetta l'alleanza finanziaria con Herdhitze, salvando il segreto del figlio, e concedendo all'ex avversario una nuova "verginità" politica e sociale. Anche questo, a suo modo, è il porcile contro cui si scaglia Pasolini, che prende la Germania come paradossale esempio di una borghesia europea votata all'interesse economico, cui sacrifica qualsiasi valore o ideale.
Il dramma di Julian non è però concluso: caduto in una sorta d'inspiegabile coma, ne esce soltanto subito dopo la firma dell'alleanza economica fra il padre e Herdhitze; uno stato vegetativo per rendere il quale Borchi opera un eccellente lavoro di mimica, tendendo allo spasimo i pugni stretti, e spalancando la bocca inerte in quella che sembra una silenziosa richiesta d'aiuto, oppure un altrettanto silenzioso e bestiale urlo di dolore. Uscito però dal coma, di lui si apprende la notizia che sia morto divorato da quegli stessi maiali che amava. Unica traccia per cercarvi una spiegazione, un messaggio registrato su nastro, che Julian aveva donato a Ida al momento dell'addio, quando questa gli annuncia il suo imminente matrimonio; si tratta della confessione di un'anormalità, di un inspiegabile dramma personale originato da una disfunzione, che gli ha impedito di esprimere l'amore in maniera normale.
Ma della morte di Julian, per volere di Herdhitze (cui la notizia viene data da un servo), nessuno dovrà sapere niente, nemmeno i genitori. È lui, interpretato da un disturbante Fulvio Cauteruccio, l'infernale deus ex machina del dramma, del quale Julian e i suoi genitori sono le vittime. Valentina Banci è una commovente figura materna che sopperisce alla mancanza di particolare acume, con premure di soffocante dolcezza verso il figlio, desiderosa di vederlo sposato con Ida. E Malinverno, è un borghese con una scala di valori a tratti discutibili ma comunque saldi, incapace però di comunicare con il figlio.
Binasco esegue sul testo originale un approfondito lavoro drammaturgico, eliminando la presenza dalla scena del filosofo Spinoza, che spiega la morte di Julian come un atto di martirio, compiuto in nome dell'amore per l'Altro, un atto liberatorio dalla tecnocrazia della Ragione. Con questa scelta si spiega anche l'allestimento scenico, suggestivamente "nudo", con un sipario olografico gettato sullo sfondo.
Pasolini scrisse questo dramma fra il 1967 e il 1968, all'apice della contestazione e della "fantasia al potere", quando l'ideologia imponeva, in un certo senso, cesura e parodia verso la generazione dei padri, volendo ovviamente celebrare i figli come eroi. A distanza di mezzo secolo, si può rileggere Porcile alla stregua di una storia reale, incentrata sulla difficoltà di Julian ad accettare le sue bizzarre pulsioni amorose; analogamente, il conflitto generazionale si discosta dalla netta divisione fra buoni e cattivi; Julian non è un eroe, così come i suoi genitori non sono completamente malvagi, ma caratterizzati anche loro da sentimenti di tenerezza. Lo spettacolo allestito da Binasco diventa quindi un dramma psicologico, dove nell'ipocrisia dei genitori di Julian, Pasolini riecheggia un atteggiamento elevato a potente elemento drammaturgico da Tennessee Williams, ovvero quella paura di sapere che porta al rifiuto della conoscenza dell'altro e delle sue sofferenze, anche morali.
La rilettura di Binasco ci consegna un Pasolini più attuale dell'ordinario, che indaga su una diversa ricerca del piacere, sulle incomprensioni familiari che nascono senza che ce ne sia l'intenzione, sulla stanchezza di chi si sente oppresso dalla necessità di assumere una posizione. In un'epoca di smarrimento quale è appunto quest'inizio di millennio, Pasolini parla di noi in maniera acutamente inquietante.

Niccolò Lucarelli

Ultima modifica il Venerdì, 06 Novembre 2015 09:23

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