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ROSARIO (IL) - regia Clara Gebbia ed Enrico Roccaforte

Il rosario Il rosario Regia Clara Gebbia ed Enrico Roccaforte

da Federico De Roberto
progetto, drammaturgia e regia Clara Gebbia ed Enrico Roccaforte
direzione musicale e musiche originali Antonella Talamonti
con Filippo Luna e Nenè Barini, Germana Mastropasqua, Alessandra Roca
Produzione TEATRO IAIA
Foto Erika Venturella
Chiesa S. Ippolito - Piazza Armerina 21 Luglio 2011

www.Sipario.it, 5 agosto 2011

È l'antico dilemma dell'essere umano quello che contrappone la sfera della spiritualità, intesa come un senso imprescindibile del vivere e del sentire, da quella cristallizzata in forma cadaverica, in esteriorità imbalsamata e immobile.

Così Il Rosario di Clara Gebbia ed Enrico Roccaforte, tratto dalla omonima novella di De Roberto, è permeato da questa contraddizione tra una religione vissuta e sentita e una solamente subita e imposta.

È soprattutto potenza della visione, energia del racconto fatto per blocchi statuari e immagini pittoriche, cadenzato da nenie e antiche litanie, poetica di suoni remoti e canti ancestrali sciolti in preghiere e lamenti. Si racconta di un universo familiare chiuso come un cerchio stringente attorno a tre sorelle, sopraffatte dal tirannico potere di una madre-padrona.

Un canto puro, delicato, struggente, sonorità lontane come memoria del tempo, come effusione dell'anima, nelle belle intuizioni musicali di Antonella Talamonti.

Il canto è l'unica via di fuga, in un mondo dove il dialogo è negato, dove le parole non sono ascoltate, è l'unica scansione di un tempo che si riavvolge su sé stesso, che srotola solo perfidie sottili, dinamiche familiari perverse che ingabbiano tutte le aspirazioni di queste tre sorelle, le bravissime Nenè Barini, Germana Mastropasqua e Alessandra Roca, prigioniere di una matriarca despota e autoritaria quasi fino alla follia.

Non c'è spazio per la pietà in una casa fondata sull'immobilismo di regole e leggi che si perpetuano all'infinito. Vani restano i tentativi di intercessione delle tre giovani verso l'insensibile madre, per la quarta sorella, la ribelle, colei che con il suo matrimonio ha osato stravolgere l'antico e inflessibile sistema di convenzioni che non consente nessuna libertà. Ora che il marito sta per morire, le donne provano pietà per lei che sta per rimanere sola in una disperata povertà.

Il breve tempo del Rosario, con il suo rituale di ipnotica ripetizione, è l'unico momento concesso per tentare un dialogo assurdo tra le figlie e una madre sempre più impassibile, arroccata su un esercizio di potere e su un una religiosità che è solo strumento di sopraffazione.

Adattissimo a questo ruolo è l'interpretazione di Filippo Luna, un tentativo di indagare sulle sfere del potere a lungo detenuto da uomini, insensibili, perversi, ossessivi nel loro senso del possesso e di conservazione del patrimonio familiare, valore assoluto cui sacrificare l'esistenza.

Luna ci regala una memorabile interpretazione che ha qualcosa fuori dall'ordinario, da aggiungere alla numerosa galleria di personaggi nati e nutriti dalla sua istintiva capacità di sbalzare una natura umana e tutta la sua carica psicologica, con la vis espressiva del proprio corpo. Una cifra stilistica dettata dal senso della misura, dalla necessita interiore, dalla generosa capacità di immersione introspettiva ed emersione di diversi tipi umani.

Filippa Ilardo

Ultima modifica il Lunedì, 23 Settembre 2013 18:40

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