martedì, 28 giugno, 2022
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SORELLE - testo, messinscena e spazio scenico di Pascal Rambert

Sara Bertelà e Anna Della Rosa in "Sorelle", testo, messinscena e spazio scenico di Pascal Rambert Sara Bertelà e Anna Della Rosa in "Sorelle", testo, messinscena e spazio scenico di Pascal Rambert

testo, messinscena e spazio scenico di Pascal Rambert
traduzione italiana di Chiara Elefante
con Sara Bertelà e Anna Della Rosa
produzione TPE Teatro Piemonte Europa – Fog Triennale Milano Performing Art
al teatro Ponchielli, Cremona, 16 febbraio 2022

www.Sipario.it, 18 febbraio 2022

Uno spazio bianco, delle sedie colorate che Sara Bertelà ordina per preparare la sua conferenza. Anna Della Rosa si presenta con una valigia, le due si guardano, l’una diagonale all’altra e iniziano a parlare, come se il discorso fosse iniziato da chissà quando... Lo spettatore vi entra quasi in maniera impudica, non esiste per le due donne, è un semplice voyeur. Parte potente e toglie il respiro Sorelle di Pascal Rambert (https://www.sipario.it/attualita/dal-mondo/item/10593-il-teatro-e-tempo-parola-corpo-colori-suoni-luci-ecc-conversazione-con-pascal-rambert-a-cura-di-nicola-arrigoni.html) con il suo rito teatrale che come accadeva in Cloture de l’amour trasforma il palcoscenico nello spazio per una sfida di boxe, in cui ai pugni si sostituiscono le parole. Pascal Rambert — che cura anche la regia — è drammaturgo dal linguaggio assoluto, preciso, chirurgico, le parole sono dette, emesse, sono materia che si genera nello spazio, costruiscono passaggio dopo passaggio la storia di quelle due donne. Nel testo originario le sorelle si chiamano Marina e Audrey, ma Rambert dà ai personaggi i nomi di battesimo degli attori che li interpretano e così Sara è Marina una donna apparentemente forte, forse la preferita del padre, attivista e tutta dedita ai poveri. Anna è Audrey apparentemente più fragile, giornalista, che rimprovera alla sorella di non averla avvisata della morte della madre, che rimprovera alla sorella di averla sempre umiliata. Ma ciò che accade in Sorelle non è solo la sfida sul ring delle emozioni, dei sentimenti mai rivelati e dei rancori irrisolti, è una sfida che chiama in causa il senso stesso del linguaggio, la capacità delle parole di dirci e definirci. «A lingua limitata mondo limitato, se vuoi allargare il tuo mondo devi allargare il linguaggio», rinfaccia Sara ad Anna, citando quanto le diceva il padre, ma riecheggiando a sua volta Ludwig Wittgenstein. Il rapporto fra le due donne è conflitto assoluto, confronto all’ultimo sangue, destinato a non risolversi: nessuna delle due fa un passo indietro, nessuna cede posizioni. In quella storia apparentemente intima entra il mondo (complessità del linguaggio) ed è il mondo dei migranti di cui si occupa Sara, ma è anche la straziante morte della madre e la dignità del morire, la crudeltà dell’accanimento terapeutico. Rambert – come accedeva per certo versi in Architettura – fa esplodere il conflitto, allarga lo sguardo, dal particolare va al generale e nel contrasto insolubile fra le due donne si specchiano le contraddizioni, i dolori urticanti, le richieste d’aiuto inascoltate dei più deboli, dei migranti come dei malati, dell’umanità offesa dal capitalismo e bistrattata dal linguaggio, oltraggiata dall’uso immorale e mercificato delle parole.
Ma alla fin fine la sfida che lancia Sorelle allo spettatore voyeur sta nella disponibilità a farsi travolgere e sostenere al tempo stesso dal linguaggio, un linguaggio che dice dell’orrore dei migranti e della violenza del mondo, dice della nostra incapacità di reagire, di agire, dice del nostro narcisismo, del far finta di nulla. In questo Sara Bertelà e Anna Della Rosa sono due leonesse, sono due corpi che parlano, due interpreti che sanno dare corpo alle parole di Pascal Rambert, parole che colpiscono, feriscono, assolute e taglienti, precise e indiscutibili. In un’ora e mezza di dialogo, o meglio di monologhi interrotti da schermaglie feroci nello spazio macchiato di colore della scena si respira con le due interpreti, si gioisce e si soffre con loro, si gode di una lingua che è sa essere impietosa e crudele eppure dolcissima, che rivela l’essere nascosto in fondo a ognuno di noi, ci chiede di fare i conti con ciò che non diciamo, con ciò che siamo realmente, di guardare in faccia la morte, farci i conti. Diluvio di applausi per un lavoro di rara intensità e due attrici sublimi.

Nicola Arrigoni

Ultima modifica il Mercoledì, 23 Febbraio 2022 17:06

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