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TU (NON) SEI IL TUO LAVORO – regia Sandro Mabellini

Maria Lomurno e Francesco Patanè in "Tu (non) sei tuo lavoro", regia Sandro Mabellini Maria Lomurno e Francesco Patanè in "Tu (non) sei tuo lavoro", regia Sandro Mabellini

Di Rosella Postorino (Finalista Premio Strega 2023)
regia, luci, spazio scenico Sandro Mabellini
con Maria Lomurno e Francesco Patanè (candidato ai Nastri d'argento 2021)
produzione Accademia Perduta/Romagna Teatri
PRIMA NAZIONALE
Visto nell'ambito di “Festival COLPI DI SCENA – Sguardo nel contemporaneo” 2023,
al Teatro Il Piccolo di Forlì 28 settembre 2023

www.Sipario.it, 5 ottobre 2023

Più che parlare della 'realtà', questo interessante testo di Rosella Postorino, ancor giovane e premiata romanziera alla prova del teatro, parla di ciò che pur stando sotto, spesso non visto o pensato e tanto meno scritto, questa realtà oggi struttura informandola, nel senso di darle forma talora inattesa, più spesso dolorosa e sgradita.
Nella drammaturgia la sua scrittura accurata affonda e precipita quasi nell'oscuro dentro di noi ma non si deforma, costruendo, su quello che alla fin fine potrebbe sembrare un consueto e già visto dramma generazionale, intendo delle ultime generazioni teatrali e non, uno sguardo largo e insieme intimo, in cui l'orizzonte psicologico si interseca in quello sociologico e politico, ma soprattutto in cui l'orizzonte esistenziale trasfigura man mano in quello metafisico che tutti riguarda, nel tempo della storia.
Questo affascinante trasmigrare, il fascino delle 'sirene' omeriche comunque, il fascino cioè che spesso sembra cogliere la mente di fronte alla paradossale forza di gravità del vuoto che ci circonda, è come custodito e generato nel richiamo persistente all'antica tragedia, con la quale l'individuo si interrogava facendosi doppio di sé, Corifeo sfavillante nei mille riflessi di quell'unico Coro, organismo singolo e insieme collettivo.
Una giovane coppia alle prese con la vita se ne accorge pur inconsapevole e ci dice tutto il suo malessere di fronte al ruolo che il lavoro, metafora figlia della storia e profondamente radicata, impone e che il lavoro (che non c'è) sottrae, mentre costruisce tutto attorno il luogo in cui siamo chiamati ad esistere, a partire anche, anzi soprattutto, dal vuoto di una scena illuminata solo da un mare, lontano richiamo ad una leopardiana Natura che ci guarda senza appartenerci e senza che ormai le apparteniamo.
Una lei alle prese con il lavoro che ha, e con la fatica che propone tra sfruttamento e precarietà, e, in un efficace e significativo ribaltamento di ruoli sociali consueti, un lui che il lavoro non ha e la cui identità rischia così di ribaltarsi nella irrilevanza anche esistenziale, insieme alle prese con i sogni che si fanno illusione e con un amore che da sentimento si fa sterile impossibilità.
Ne emerge a mio avviso il paradosso di uno gnosticismo agnostico, anzi meglio di un agnosticismo gnostico capace proprio attraverso la perdita o addirittura la negazione di una prospettiva dentro al tempo che viviamo, in un futuro che è esso stesso catastrofe, di mostrarci la realtà di un Universo incontrollabile forse ma che 'c'è'.
Ed è un Universo che è ancora e irriducibilmente fatto di sentimenti, esplosi ma che si possono ricostruire in nuovi inattesi mosaici, così che quando tutto si fa oscuro i nostri due protagonisti si ritrovano uno accanto all'altro.
In questo essere uno accanto all'altro il loro monologare, abilmente costruito come una sorta di viaggio di avvicinamento che è anche una inaspettata educazione sentimentale, finalmente dialoga e le loro parole si incastrano alla perfezione.
La prospettiva di una gravidanza che non si vuole perché non si può è caduta, ma inaspettatamente al sollievo si sostituisce il rimpianto, una nostalgia senza malinconia che è una luce che insieme ci com-muove: “Forse sarebbe stato bello, chissà?”.
Qualcosa 'persiste' come la stella del mattino sul mare che si allontana.
Una bella drammaturgia, dicevo, cui luci e spazio scenico solo all'apparenza vuoto di Sandro Mabellini, che cura anche la regia, conferiscono una sorta di ulteriore 'legittimità' nella loro paradossale verosimiglianza.
Sul palcoscenico i giovani e bravi Maria Lomurno e Francesco Patanè sono credibili nel loro surreale iper-realismo recitativo che accende la vita di quella stessa parola scritta, quasi non fossero ciò che dicono ma lo scoprissero un po' alla volta insieme a tutti noi.
Sono entrambi sulla soglia di una carriera interessante, mostrando, soprattutto tra cinema e teatro Francesco Patanè, una già sorprendente maturità.

Maria Dolores Pesce

Ultima modifica il Domenica, 15 Ottobre 2023 18:21

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