martedì, 15 ottobre, 2019
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INTERVISTA a TONI CANDELORO - di Michele Olivieri

Toni Candeloro. Foto Dariush Radpour Toni Candeloro. Foto Dariush Radpour

Toni Candeloro, étoile e coreografo ospite di importanti teatri e compagnie quali Opera di Zurigo, Arena di Verona, Ballet National de Cuba, Teatro Municipal di Rio e altri, tra le sue partner Carla Fracci, Alessandra Ferri, Luciana Savignano, Galina Panova, danza al fianco di Rudolf Nureyev nel passo a due de "Le Chant du compagnon errant" di Maurice Béjart. Oltre a danzare il repertorio Romantico e Classico interpreta e crea ruoli per le coreografie dei grandi Maestri del Novecento quali: Birgit Cullberg, Uwe Scholz, Alvin Ailey, Mats Ek, George Balanchine, Thierry Malandain, Hans Van Manen, John Neumeier, Léonide Massine, Serge Lifar, John Cranko e molti altri. Interprete di numerosi balletti del repertorio "Ballet Russes di Diaghilev" è oggi uno dei pochi ricostruttori di questo importante repertorio. Nel 2012 è stato coreografo ospite del "Théâtre du Châtelet" di Parigi per la presentazione di un evento straordinario sui "Ballet Russes" di Sergej Pavlovič Diaghilev. Nel 2012 il Ministero della Cultura Francese gli ha conferito, per chiara fama, il diploma di Professore di Danza Classica. Candeloro rappresenta una singolare personalità nel mondo della danza per la carriera internazionale, ciò che lo contraddistingue è anche la sua costante ricerca da un punto di vista storico, possiede una delle più ricche collezioni che riguardano l'arte intorno alla danza ed è curatore di mostre e relatore in diverse Università internazionali. È maestro ospite nelle più alte scuole di formazione internazionali, dal "Conservatoire National Supérieur de Musique et de Danse de Paris" fino all'Accademia Vaganova di San Pietroburgo. Dirige ed insegna l'arte della danza e del balletto presso il suo Centro Internazionale a Lecce, in Puglia.

Carissimo Toni, la tua carriera artistica è ricca di avvenimenti, difficile elencare tutti gli eventi, le esibizioni e le collaborazioni. Da bambino ti saresti mai aspettato un futuro così ricco di soddisfazioni e di conoscenza?
Così ricco non avrei potuto immaginarlo ma creativo e "libero" certo che sì!

Ma la danza è sempre stato il tuo sogno o da ragazzino ambivi ad altre professioni?
Ho avuto un'infanzia ricca di immagini, mi spiego meglio: nei primi anni di vita frequentavo assiduamente le tre sale cinematografiche gestite da mio nonno, e grazie a lui scoprivo la cabina di proiezione, la platea e le pubbliche relazioni che quell'uomo intratteneva con un'arte affascinante. La mia prima espressione artistica è stata la pittura, da piccolo ho ricevuto numerosi premi ed attestati di apprezzamento. In casa creavo comunque dei teatrini dove mi esibivo per pochissimi eletti, cantando e soprattutto danzando.

Quali sono stati i momenti più importanti nella tua formazione coreutica e a quali Maestri sei più grato?
Il battesimo con la danza avviene grazie alla sorella di un mio amico con la quale andai a vedere una lezione di danza presso la scuola di Antonella di Lecce, alcuni giorni dopo andammo al Teatro Petruzzelli di Bari ad assistere ad uno spettacolo dal titolo "Duo" con interpreti Paolo Bortoluzzi e Luciana Savignano, lì fui travolto da un'emozione che mi fece scoprire la mia stessa natura, in quel momento non avrei mai immaginato che un giorno sarei diventato un partner della Savignano. Con Paolo Bortoluzzi sono diventato amico e da lui ho ricevuto nel tempo preziosi consigli, la sua danza è stata ispiratrice per la mia formazione artistica. Ho intrapreso lo studio coreutico a quattordici anni, nei sei mesi di danza che rimasi in quella scuola di Brindisi ebbi la fortuna di essere notato da Mario Porcile e Irene Lidova che mi incoraggiarono ad intraprendere seriamente il mio viaggio da tersicoreo. Marika Besobrasova, mi ospitò nella sua celebre Accademia di Montecarlo dove ebbi l'opportunità di essere visto per esempio da Anton Dolin. I Maestri a cui sono più grato sono tutti quelli che ho incontrato, perché nella mia formazione di autodidatta ho sempre capito che c'è qualcosa da cogliere da chi ha già avuto un'esperienza nel passato.

I primi ricordi legati alla Danza a cosa ti riportano?
Mi riportano alla mia "nevrosi" creativa che nei primi mesi di studio accademico ha dovuto lottare con l'architettura psico-fisica che la danza accademica impone, ma ad un certo punto quel dono chiamato talento è emerso inspiegabilmente divenendo una sfida costante, ancora oggi amandola e rispettandola nella sua missione.

A quali produzioni di quei tempi sei più legato e a quali coreografi?
Sono legato al "Romeo e Giulietta" di Cranko per due motivi, il primo è perché all'età di quattordici anni, durante il Festival di Nervi, fui scelto per fare il mimo nella lotta Capuleti/Montecchi, vent'anni dopo danzavo Mercuzio nella stessa coreografia e soprattutto al fianco degli stessi interpreti che avevo incontrato a Nervi... i mitici Marcia Haydée e Richard Cragun che chiudevano quel ruolo all'Opera di Zurigo (Opernhaus Zürich). A livello personale naturalmente sono legato ai coreografi con i quali ho lavorato a stretto contatto, e che hanno creato ruoli per me: per prima Birgit Cullberg, Uwe Scholz e altri ancora, sino a Thierry Malandain.

Hai avuto modo di danzare con grandi étoile internazionali, tra cui Carla Fracci, Alessandra Ferri, Luciana Savignano, Galina Panova. Che tipo di rapporti artistici ne sono nati?
I rapporti che ho instaurato con le mie partner sono sempre stati improntati sulla matrice umana, che in scena si è tradotta in forti emozioni in quanto la danza è un tramite.

Sicuramente un "passo" che ha segnato il tuo percorso lo possiamo ritrovare in qualità di coreografo ospite al Théâtre du Châtelet di Parigi. Cosa ha significato per te entrare in un tempio così celebrato e ricco di fascino?
Il Théâtre du Châtelet rappresenta un tempio importante per la nascita della Modernità teatrale grazie a Diaghilev. Nel 2012 riallestire l'"Après-midi d'un faune" e "Petruška" sul palcoscenico dove sono state create è risultata un'emozione fortissima, perché mi sono occupato della ricostruzione coreografica ma anche dell'allestimento scenico e dei costumi, grazie alla collaborazione dell'Associazione Michel Fokine-Balletto di Puglia che è l'unico ente privato ad occuparsi del mondo "Ballets Russes" in Italia.

A tuo avviso i "Ballet Russes di Diaghilev" quanto e come hanno inciso nella storia della danza?
Sappiamo tutti che l'importanza innovativa dei "Ballets Russes" è stata essenziale al cambiamento artistico e culturale - non solo del teatro – ma anche della musica, della coreografia, della pittura e che hanno interagito in una forma completa e rivoluzionaria. Grazie a loro, tutti i coreografi del Novecento e dei nostri giorni, hanno goduto di una spinta fondamentale alla "libertà" d'espressione.

In base alla tua esperienza, com'è attualmente lo studio della danza in Italia?
L'Italia ha sempre posseduto un materiale umano con grandi doti, ma la formazione oggi è ancora frastagliata, se immaginiamo a paesi come la Francia, la Spagna o la Germania che hanno già da più di mezzo secolo Conservatori in ogni regione e in ogni città dove si studia danza. Oggi finalmente in Italia, già da qualche anno, sono stati istituiti i Licei coreutici, nella speranza che diventino sempre più, mantenendo alta la qualità dell'offerta.

Tra tutti i teatri del mondo in cui ha danzato dove ti sei sentito più a casa?
Al "Ballet Nacional de Cuba", ho instaurato un rapporto unico e particolare. Il pubblico cubano è conoscitore profondo dell'arte della danza, ad ogni appuntamento che ho avuto presso questa compagnia, sia come danzatore che come coreografo, ne ho tratto esperienze molto forti... dalle prove, alla scena e durante i lunghi momenti di collaborazione con Alicia Alonso, mito eterno della danza e del balletto.

Il tuo "Centro Internazionale Danza" in Puglia è un biglietto da visita, nel Sud Italia, per l'alta formazione coreutica. Cosa lo contraddistingue?
La mia idea è quella che già dai primi passi gli allievi siano istruiti alla precisione degli esercizi, parallelamente però allo sguardo, agli epolman e all'artisticità della scelta che hanno intrapreso. Oggi cadiamo spesso nell'acrobazia e nella quantità dei passi tanto da dimenticare purtroppo che la danza è una forma artistica di teatro, e non solo di esecuzione fisica... ha bisogno urgentemente di essere riorganizzata sul piano culturale e quindi artistico.

Come si può salvaguardare lo stile del balletto per apprendere e conoscere al meglio l'autentica essenza dell'insegnamento coreutico?
A mio avviso si è persa l'abitudine importantissima della trasmissione diretta da un artista all'altro. Ricordo quando appresi direttamente da Alicia Markova "Lo Schiaccianoci" di cui lei era stata prima interprete in Occidente negli anni Trenta o per esempio l'"Après-midi d'un faune" che ho imparato da Milorad Mišković. Conservo tanti di questi incontri sino a quello con Yvette Chauviré la quale mi ha dato delle indicazioni importantissime per numerosi balletti classici. Le grandi scuole attuali dovrebbero recuperare la memoria delle ultime stelle, per esempio Carla Fracci, Anna Razzi e Liliana Cosi che detengono ancora oggi segreti e sfumature della loro esperienza che è stata fondamentale ad un'epoca italiana nel mondo.

Il direttore dell'Accademia Vaganova di San Pietroburgo Nikolai Tsiskaridze ti ha invitato ad impartire lezioni di repertorio, nello specifico per "Esmeralda" nella versione di Marius Petipa. Gli allievi hanno avuto la possibilità di apprendere il "pas de deux" che hai saputo restituire grazie alla memoria di alcune ballerine allieve negli anni quaranta di Olga Preobrajenska e Lubov Egorova. Qual è stata la difficoltà e la chiave di volta nel ricostruire il tutto?
La mia attività coreografica non è solo quella di ideare nuove creazioni ma anche quella, se così si può dire, di coreologo, quasi un archeologo della danza. Già da giovanissimo, quando abitavo a Parigi, la mia madre artistica Irene Lidova, mi ha introdotto in una cerchia di artisti che erano stati allievi di Olga Preobajenska e Lubov Egorova già prime ballerine con Marius Petipa. La chiave di volta sta sempre nella cultura e nella curiosità.

A Madrid, recentemente, hai tenuto una conferenza - nell'ambito di un convegno internazionale dedicato a Marius Petipa - dal titolo "Il successo dopo la morte: gli artisti che hanno reso famoso Petipa in Occidente". Quanto è fondamentale ed importante per coloro che si avvicinano alla danza, sia in ambito amatoriale che professionale, approfondire la storia della danza?
"La storia" è fatta di molte informazioni fondamentali che facilitano la comprensione di una disciplina, in questo caso della danza. Consiglio per esempio di studiare il celebre Carlo Blasis (danzatore, coreografo e maestro di danza italiano), autore geniale di un trattato sulla danza ancora oggi fondamentale al concepimento estetico e tecnico del sapere da cui proveniamo.

Sempre nell'ambito del Bicentenario della nascita di Petipa hai ideato un "convegno scenico" presso l'Auditorium de la Maison de Sciences de l'Homme a Parigi. Il Convegno ha riservato momenti di assoluta evocazione mediante la presentazione di costumi appartenuti a Petipa e a Virginia Zucchi oltre ad un corsetto di Pierina Legnani indossato ne "Il Lago dei Cigni" dove eseguì i famosi 32 fouettés. Quanto tempo dedichi allo studio e alla ricerca culturale tersicorea?
È da alcuni anni che ho ideato la formula "convegno scenico" questo permette di poter, non solo ascoltare ma anche vedere. Per esempio nell'evento a Parigi ci sono stati momenti in cui il relatore ha mostrato praticamente un dettaglio della coreografia, grazie all'apporto di una danzatrice, oppure la visione di un costume originale al fine di creare un autentico momento di unica e straordinaria evocazione. Non definisco la mia vita in termini di tempo ma purtroppo, per chi mi sta accanto, la definisco con grande egoismo creativo e curiosità sfrenata, quasi una droga... la più adrenalinica che l'esistenza possa darci.

Nel ruolo di pedagogo sei invitato in tutto il mondo per incontrare i giovani allievi incentrando il tuo sapere "dalla tradizione alla realtà". Come vedi l'evoluzione sia fisica che di metodo posta in atto negli ultimi anni?
Insegnare non è una scelta o almeno lo diventa quando un individuo sente di trasmettere. Credo che nella mia circostanza sia proprio questo, per alcuni casi della vita mi sono trovato a dare lezioni sia a professionisti che a studenti per prepararli ad una prova, e proprio in queste occasioni mi è stato confermato quanto fosse risultata interessante la lezione, e quindi ho capito che avevo la responsabilità di comunicare, di restituire, di tramandare diverse informazioni che mi sono state date a mia volta. Devi sapere Michele che chi è sempre nello stesso teatro purtroppo ha meno informazioni, prestigioso o meno che sia il teatro, rimane con quella tecnica e con quella disciplina, anche se il maestro poi cambia a volte si mantiene comunque quell'ottica, invece la fortuna di aver girato il mondo e di aver incontrato quella generazione ancora legata alla danza italiana-russa mi ha permesso di custodire numerosi segreti meccanici, e allo stesso utili alle diverse tipologie del corpo e dello spirito, e quindi del ritmo!

Al fianco di Rudolf Nureyev hai danzato ne "Le Chant du compagnon errant" di Maurice Béjart. Un tuo ricordo personale per il "ballerino dei ballerini" ma anche per il grande coreografo francese?
Ho incontrato spesso Rudy nella sua casa parigina, era un uomo estremamente curioso e ricordo che una volta mi ha chiamato "vecchio ragazzino" perché trovava che da giovane ballerino ero erudito e interessato ad andare oltre nel scoprire sempre di più sul mondo della danza; gli risposi che il mio essere autodidatta metteva costantemente alla prova il mio sapere. In una tournée "Rudy and friends" che facemmo nelle Ville Venete mi prestò un maglione e un cappello che oggi conservo gelosamente nella mia collezione, con un suo costume dal balletto "La Bayadère" danzata all'Opéra di Parigi e un disegno del costume di "Giselle" per una produzione del Maggio Musicale Fiorentino. Maurice Béjart l'ho conosciuto in occasioni pubbliche, non ho mai lavorato direttamente con lui.

Tra le tue interpretazioni troviamo "Au Bord du Précipice" di Alvin Ailey, sei il solo danzatore europeo (oltre a Patrick Dupond che ne fu primo interprete) ad avere in repertorio questo assolo del celebre coreografo americano. Come ti eri accostato al genio artistico di Ailey?
La prima volta che ho incontrato Alvin Ailey è stato dopo un Gala, si complimentò per la mia interpretazione e mi chiese se avessi voluto danzare una sua coreografia, fui felice di questo dono e due mesi dopo ero già a New York a provare "Au Bord du Précipice".

Sei sempre stato considerato, a ragion veduta, un "artista colto" per la creazione di spettacoli ed eventi ispirati al prezioso repertorio coreografico del primo Novecento, riscoperto con il gusto di oggi. Nel tempo la passione per la danza muta o rimane invariata?
Fokine, Nižinskij ed altri rappresentano la fonte della Modernità non solo per la coreografia tout court ma anche per il costume e la psicologia dei ruoli, ed è per questo che amo e mi è congeniale tale repertorio, direi pure da danzattore. Il tempo, quando si parla di opere complete, come "Petruska" non è mai passato anzi lo sguardo e il fremere delle esperienze della vita aggiungono, anno per anno, una ragione di esistere grazie alla danza.

Un'altra tua passione la ritroviamo nel collezionismo, di cosa vai più fiero e come si compone questa tua preziosa raccolta?
La collezione è rappresentata da numerosi settori e opere che partono dal Cinquecento sino ai "Ballets Russes di Diaghilev", è composta da costumi, incisioni, scenografie, opere d'arte che proteggo non solo per appagare la mia sete di evocazione ma per il motivo principale che è quello di curare mostre così da dare la possibilità al pubblico, ai giovani e agli studenti danzatori di emozionarsi con ciò che documenta la più celebrativa delle arti dell'effimero. Il mio sogno è quello di poter realizzare un "Museo della Danza e del Balletto".

Come gestisci il tuo lavoro, come riesci a mantenere sempre alta la creatività?
La notte è un'altra parte dell'esistenza come il sabato e la domenica, come le feste imposte dal calendario, come i matrimoni o altri impegni che a volte oberano la vita quotidiana. Personalmente ho scelto di vivere per e con la danza a 360 gradi, quindi se si vuole si può lasciare che la propria creatività fluisca come il sangue nelle vene.

Tra tutti i libri di danza e balletto letti e sfogliati a quale sei più affezionato e perché?
Naturalmente colgo da questa domanda l'aggettivo affezionato, i libri e le edizioni sulla danza, anche se non amo la nostalgia sono legati a Irene Lidova, critico e organizzatore artistico russo-francese, sono legato a questa straordinaria donna che mi ha voluto istruire e proteggere e che è stata una pioniera nella critica e nella pubblicazione sulla danza in Europa insieme al marito Serge Lido.

Mentre dei grandi balletti del repertorio classico accademico a chi va la tua preferenza?
Sono un ballerino essenzialmente di mezzo carattere, e come una volta mi ha detto Erik Bruhn, con il quale ho anche lavorato per la mia formazione, ho avuto la possibilità di danzare tanti ruoli che probabilmente un danseur noble avrebbe più difficoltà e quindi "Coppelia", "La Fille Mal Gardée", "Giselle" fino a spaziare da "Petruska" a "Pulcinella" o a "Shéhérazade ". Li amo tutti!

Oggi spesso si confonde la danza moderna con quella contemporanea e viceversa, cosa ti senti di dire a riguardo e qual è il tuo punto di vista per accertarne la netta differenza?
Torniamo a parlare di cultura ma non solo nella danza ma anche nella musica e nella pittura, quell'ambiguo modo di utilizzare "contemporaneo" o "moderno". Vanno solo classificati gli stili, le tecniche e la pura creatività legata semplicemente a un creatore libero...

So che stai curando una mostra per l'Ermitage di San Pietroburgo, mi vuoi anticipare di cosa si tratta?
Nel 2021 sarà inaugurata al Museo dell'Ermitage una grande mostra sui "Ballets Russes" dove la mia collezione sarà presentata assieme a quella di Michel Kamidian con il quale abbiamo pensato di presentare opere degli artisti che sono nati con Diaghilev ma che hanno anche collaborato ad importanti produzioni in tutta Europa, quindi numerose saranno le opere esposte per la prima volta in pubblico. Già in questo prossimo novembre assieme a Federica Tornese, storico del costume, cureremo un preludio a questa grande mostra dal titolo i "Classici della Modernità" che sarà ospitata nel Castello Carlo V di Lecce.

Per concludere Toni, possiamo dire che la continua ricerca in ambito culturale è un momento introspettivo, una sorta di viaggio dentro sé stessi?
Naturalmente sì, ma a volte è anche il contrario e cioè ci sono momenti in cui vogliamo nutrire la nostra conoscenza per liberare in questo caso la creatività, e alcune volte necessita di sapersi guardare da lontano con la giusta autocritica che infonde ai nostri limiti una qualità.

Michele Olivieri

Ultima modifica il Mercoledì, 25 Settembre 2019 18:36

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