giovedì, 27 febbraio, 2020
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INTERVISTA a GIGIO ALBERTI - di Francesco Bettin

Gigio Alberti Gigio Alberti

Ricordato come l’Eliseo Strazzabosco di “Mediterraneo”, di Salvatores o per il premonitore “Ferie d’agosto”  di Virzì dove interpretava Roberto, in realtà Gigio Alberti è stato diretto anche da registi come Laura Morante, Bellocchio e Muccino tra gli altri, e a teatro ha alle spalle una lunga collaborazione con il teatro milanese Out Off e Lorenzo Loris, con spettacoli di Pinter e Beckett. La statura alta e il suo viso particolare giocano spesso un ruolo importante per le sue interpretazioni. Lo abbiamo incontrato al teatro Toniolo di Mestre in una delle repliche di uno spassoso “Anfitrione”, dove fa nientemeno che Giove. 

Le piacerebbe poter sfruttare a proprio vantaggio come nella commedia il fatto di essere il capo degli dei, magari appunto riuscendo a incontrare galantemente una o più Alcmene? 
Sarebbe bello, i trucchi un po’ di soddisfazione la danno sempre anche se non è un modo onesto, uno la scelta la fa a carte scoperte, se sono coperte non è più valida e  la scelta è alla base di un rapporto. Può essere un sfizio che ti levi ma non una scelta. 

Dal confronto impietoso tra dei e uomini in Anfitrione chi ne esce meglio? 
Apparentemente meglio, moralmente, ne esce Giove, ma una volta che hai a che fare con una dinamica umana e anche amorosa, in qualche modo sei costretto a sporcarti le mani. Giove è costretto in qualche modo a mentire ad Alcmena per recuperare il rapporto, non riesce a rimanere quello puro perché i rapporti tra le persone non sono mai così semplici. Da dio è molto più facile, ma appena entri in una dimensione umana le cose si complicano, per tutti. 

E tra Giove e l’umano c’è differenza di stile, e qual è? 
Si’, anche di stile recitativo, in qualche modo pur senza essere sottolineatissima c’è. Qualcosa di più rigido, e più aulico c’è nel dio più che nell’uomo, che ne ha uno suo più sporco, diciamo. 

Parliamo dell’Oscar a “Mediterraneo”. E’ un qualcosa che ci si porta dietro sempre, quotidianamente? 
Più che altro è una cosa negli occhi degli altri, non in me. Quando fai un film che va bene, che rimane nella memoria e un po’ credo, nei cuori, la gente ti guarda con un affetto particolare. Tu non ne sei particolarmente cosciente ma in qualche modo hai restituito loro qualcosa, dei momenti belli. Questo atteggiamento benevolo nei tuoi confronti lo vedi sempre, per cui è sempre un piacere, una soddisfazione. 

In questo suo lavoro d’attore, ha più dato o preso? Anche come soddisfazioni. 
Delle volte dico che ho avuto una gran fortuna, tutte le cose che mi sono capitate sono successe tramite rapporti. A Salvatores, ad esempio, sono arrivato tramite Paolo Rossi, conosciuto casualmente in una scuola di mimo. Ma anche nel teatro, con l’ Out Off, con Loris e Sala. D’altra parte esiste anche che uno va a cercare i rapporti che più lo soddisfano, oppure nel tuo modo di porti ci sono persone che ti scartano per quel modo e persone invece che attrai proprio per quello. Non sembra una scelta ma alla fine lo è, perché poi alla fine vai dove la tua direzione un po’ ti porta. Secondo me però, ho fatto anche delle cose che non hanno avuto il giusto merito che avrebbero dovuto avere. Le due cose si compensano, diciamo. 

Rimane comunque una certa gratitudine a questo mestiere? 
Assolutamente si’. Ho cominciato per caso, e devo dire che non avevo il sacro fuoco, poi pian pianino prendendomi anche delle responsabilità, lavorando, è una cosa che mi è entrata dentro, e adesso faccio quello che mi piace fare, che è un privilegio grosso, anche se non sempre tutto quello che fai ti piace o le cose vanno come dovrebbero andare. 

L’autoidentificazione dell’attore è un esercizio di autoanalisi? 
Se questo può essere una cosa che c’entra con la psicanalisi, fare l’attore a volte ti dà la possibilità di liberarti di te stesso, un peso grosso che ognuno si porta addosso. Fare dei personaggi che non sono esattamente te, mettendoti nei panni di altri ti scarica e in più magari ti permette anche di fare cose attraverso il personaggio che nella vita normale, tua, non sarebbero le cose che faresti. Allarghi in qualche modo, pur attraverso la finzione, il raggio delle tue esperienze. I motivi per cui uno poi decide di fare l’attore credo che c’entrino anche con un ego non proprio risolto e da questo punto di vista qualcosa ti risolve, ti senti più accettato. 

Qualcosa che la fa arrabbiare oggi del mondo artistico? 
La cosa che più mi lascia perplesso è che la critica è scomparsa, non esiste più. Qualche voce sui blog, sì, ma lì può parlare chiunque di qualsiasi cosa, e quindi lavorando non hai più quello specchio di una volta. Magari ti stroncavano però avevi la possibilità di riflettere su quello che avevi fatto e magari di aggiustare il tiro su qualche cosa. Ho l’impressione anche che qualsiasi cosa gli fai, al pubblico, più o meno, gli va bene. All’apparenza c’è che viene accettato tutto quanto. Secondo me fa parte di un abbassamento di gusto che bisognerebbe invertire. 

E i giovani? 
Il problema del teatro è sempre quello, di riuscire ad avvicinarli, e non è solo il problema del prezzo del biglietto. Forse c’è sempre stato, ma il problema si acuisce. 

Questo vostro spettacolo sappiamo che piace molto, che la gente ride, che siete un bel gruppo affiatato. In una certa maniera può ricalcare il gruppo storico di allora con Salvatores? 
Quel gruppo lì era in partenza più omogeneo, qui le provenienze sono molto diverse come gli stili. Però mi sembra che la speranza, e anche il tentativo, siano quelli, è una cosa che a me piace, che sia così, un tentativo di sviluppare un modo di lavorare. 

Francesco Bettin

Ultima modifica il Sabato, 25 Gennaio 2020 09:35

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