lunedì, 06 aprile, 2020
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INTERVISTA a LEO GULLOTTA - di Francesco Bettin

Leo Gullotta Leo Gullotta

E' uno degli interpreti più versatili della scena italiana, Leo Gullotta, e in una parola, interprete, si riconosce molto. L’attore siciliano ha una lunga e significativa esperienza tra cinema, teatro, doppiaggio, televisione, abbracciando anche progetti innovativi o fatti dai giovani. È in tournèe con “Pensaci, Giacomino”, dove interpreta un appassionato professor Toti, personaggio che gli calza a pennello. In camerino, a Vicenza, è di una gentilezza squisita. 

Signor Gullotta, la comunità del testo di Pirandello è ammonitrice, accusatrice quando non si sta dentro certo schemi. 

Il testo sembra scritto stamattina. È un’arma da guerra, come tutti i suoi testi. Tratta la condizione della donna, la scuola, gli insegnanti, gli anziani, l’ipocrisia, gli altri, e tutte queste cose le abbiamo attorno. È modernissimo. 

Cultura, e scuola, come sono stati trattati in questi anni dalle istituzioni?

Negli ultimi trent’anni hanno ucciso la scuola, l’università, hanno tolto loro denaro, e ciò significa anche schiaffeggiarle e farlo anche agli studenti.

E cosa abbiamo prodotto in trent’anni?
Politici  di un’ignoranza spaventosa, sia sociale, che culturale, che politica proprio. I posti relegati alle autorità nei teatri sono sempre vuoti. 

Nel testo pirandelliano si parla anche dei vecchi. 

Toti è stato interpretato da attori meravigliosi come Turi Ferro, Calindri, Tofano, Salvo Randone, e anche loro raccontavano quello che è scritto: la vecchiaia. E in scena  il professor Toti è un anziano. Onesto, voglioso, che va contro l’ipocrisia. E il popolo italiano è storicamente un popolo vigliacco. Questo appartiene a Pirandello, lo aveva individuato perfettamente cento anni fa. 

Gente come Toti ne ha incontrata lei?

Si’, io sono cresciuto in mezzo a tanti come lui. Ho iniziato casualmente in una città come Catania, c’era una voglia di ritrovata libertà, tutti si abbracciavo, si sorridevano, non c’erano paratie stagne, semmai la voglia di ricostruire un paese. Si costruivano ponti, non barriere. Infatti poi ci fu il boom, anche della cultura. 

Come ha cominciato? 

Casualmente, non c’era nulla, ero un bambino curioso e basta. Non sapevo nemmeno cosa fosse il teatro, ma per una serie di ragioni mi sono trovato in mezzo, quattordicenne, all’interno dell’inaugurazione del primissimo anno del Teatro Stabile di Catania. Trent’anni, ora è stato distrutto e questo a me fa male. Con Turi Ferro, Randone, sono cresciuto nel vero senso del termine. Mi chiamavano Gullottino, dai grandi ho imparato tutto. 

Un periodo davvero fervido per la cultura italiana. 

Mi sono ritrovato lì. Coi grandi, dieci anni. Ave Ninchi, Pavese, Bonagura, Glauco Mauri, Moriconi, Enriquez, e poi sono arrivati Camilleri, Sciascia, Giuseppe Fava, un giornalista meraviglioso, e drammaturgo, un uomo libero che mi ha insegnato molte cose. Sono stato fortunato, privilegiato. 

La sua famiglia l’ha sostenuta?

Sono nato in un quartiere popolare, figlio di un operaio pasticcere, dove la vita per i ragazzini comincia prima. Mio padre ci ha mandato tutti e sei figli a scuola, ecco la fortuna. E si impara la vita e anche a rispettare il prossimo, una regola che mi ha insegnato proprio mio padre. 

Come vede la figura dell’attore? 

L’attore è un interprete, uno che fornisce un’anima diversa da sé ogni volta. Si fanno le differenze, attore comico, televisivo, drammatico. Ma perché non si scrive mai solo interprete? Hoffman, Matthau, sono attori che sono sia una cosa che l’altra. Siamo provinciali. 

I ragazzi di oggi sono meno fortunati della vostra generazione? 

Anche, ma sono fortunati perché hanno tantissimo per poter crescere, anche se la maggior parte non se ne vuole rendere conto. 

La situazione teatrale in giro?

C’è tanta responsabilità politica. C’è tanta gente che s’è battuta per conquistare una società migliore. Oggi tutti stanno pronti a fare i servi, per ottenere qualcosa. La coerenza vuol dire. Si son chiusi sempre di più, gli Stabili sono diventati delle fortezze, si parlano solo tra loro, hanno fatto delle leggi per loro. Le compagnie private soffrono tantissimo, è per questo motivo, perché non ci si apre. Il teatro, il cinema, l’arte, la cultura soffrono anche se poi c’è il miracolo che molti fanno, perché sono cocciuti, la parte migliore dell’italiano che viene a galla. Ormai l’Italia è appartenenza a tribù, conoscenze, o leccamento politico. Esattamente quello che è accaduto negli ultimi trent’anni. È stato introdotto l’affare personale. Io ti compro, quanto costi? 

In mezzo a tutto questo ci sono veri talenti, puri?  

Assolutamente si’, grandi ne abbiamo avuti tanti. Tra i giovani oggi, Favino, Elio Germano, Marco Giallini, Edoardo Leo ad esempio. Gente che ha fatto gavetta, e ha studiato. 

E che invece non riescono ad emergere, a farsi notare?

L’avvento tecnologico e di altri linguaggi ha portato tanta confusione in un Paese che non è attrezzato, la maggior parte dei ragazzi è convinto che l’attore è apparire. E invece è studiare, conservare, avere esperienza, crescere. Non puoi fare Romeo se hai diciott’anni, tranne che si tratti di cinema e lì si cerchi un viso giovanile. Però poi, per doppiare, chiamano l’attore meraviglioso, Giancarlo Giannini, come è accaduto. Vai a spiegare che in Russia quando fanno Giulietta e Romeo in teatro ci sono due attori di cinquant’anni, perché per dire quelle battute devi avere l’esperienza. 

Qualcosa che non ha fatto e che vorrebbe fare? 
No, ho fatto tantissime cose. Sono stato sempre sereno anche nelle mie scelte, le mie idee, di vita, politiche, personali, ho subito anche la censura in Rai. Ma l’ho buttata subito dietro le spalle. 

Merito del bel carattere? 

Può darsi, come può darsi che abbia dei concetti più solidi su determinate cose.

Francesco Bettin

Ultima modifica il Lunedì, 03 Febbraio 2020 08:52

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