venerdì, 29 maggio, 2020
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INTERVISTA a ANDREA MASSIMO GRASSI - di Michele Olivieri

Andrea Massimo Grassi. Foto Silvia Rasulo Andrea Massimo Grassi. Foto Silvia Rasulo

Andrea Massimo Grassi si dedica prevalentemente alla musica da camera, in particolare assieme all’Amarilli Ensemble (Susanna Rigacci, soprano; Eliana Grasso, pianoforte), al Quintetto Arcadia (Yulia Berinskaya e Antonio Mastalli, violino; Claudio Pavolini, viola; Frieder Berthold, violoncello) e al Trio BAMS (Barbara Bertoldi, violoncello; Marino Nicolini, pianoforte). Ha suonato per enti e associazioni quali l’University of Chicago, l’University of Leeds, la Minnesota State University (Moorhead, USA), l’Université de Rouen, la RAI Radiotelevisione Italiana, il Teatro alla Scala di Milano, il Gnessins College di Mosca, l’Accademia Musicale Chigiana di Siena, il CIDIM, la Gioventù Musicale d’Italia, il FAI Fondo per l’Ambiente Italiano, le Serate Musicali di Milano, l’Associazione Musicale Etnea di Catania, il Museo Bagatti Valsecchi di Milano, il Festival Lusitano ‘Sete sòis Sete Luas’, il Ministero dei Beni Culturali, l’Associazione Siracusana Amici della Musica, l’Università degli Studi di Milano, il Teatro Bellini di Napoli, l’Università Cattolica di Milano, l’Accademia Incontri col Maestro di Imola, il Comune di Milano, l’Ascoli Piceno Festival, la Musikhochschule di Mannheim, la Southeast Missouri State University, l’Istituto Italiano di Cultura di Belgrado. Ha partecipato alla rassegna internazionale “Musica d’oggi in Europa” organizzata dalla Filarmonica Laudamo di Messina, eseguendo opere di Salvatore Sciarrino, Aldo Clementi e Francesco Pennisi. Nel 1995 ha eseguito a Palazzo Chigi – in prima esecuzione assoluta – il “Divertimento chigiano” del compositore Giorgio Ferrari, e nel settembre dello stesso anno è stato chiamato a rappresentare l’Accademia Chigiana in una tournée in Portogallo assieme al “Quintetto Selene” con un programma dedicato ai Quintetti per clarinetto e archi di Mozart e di Brahms. Assieme a Macha Yanouchevsky (violoncello) e a Maria Luisa Gori (pianoforte) ha registrato un concerto presso la RAI Radiotelevisione Italiana con i Trii per clarinetto, violoncello e pianoforte di Beethoven, di Glinka e di Brahms, in seguito trasmesso su RadioTre. Ha collaborato con artisti quali Michael Flaksman, Susanne Rabenschlag, Gernot Süssmuth, Yulia Berinskaya, Vladimir Mendelssohn, Erich Krüger, Alain Meunier, Susanna Rigacci. Il M° Andrea Massimo Grassi ha completato gli studi musicali laureandosi in Lettere moderne con lode presso l’Università degli Studi di Parma e conseguendo successivamente il Dottorato di ricerca in filologia musicale alla Facoltà di Musicologia di Cremona (Università di Pavia) con una tesi sulle “Sonate per clarinetto e pianoforte” di Johannes Brahms. È autore di saggi e articoli di carattere musicologico su Mozart, Weber e Brahms, e in particolare del libro “Fräulein Klarinette. La genesi e il testo delle opere per clarinetto di J. Brahms” e dell’edizione Urtext del “Quintetto per clarinetto e archi” di Brahms per la Henle Verlag di Monaco di Baviera. L’attività formativa e didattica si prefigura come un naturale complemento all’attività concertistica e dell’attività di ricerca di Andrea Massimo Grassi. Infatti, la passione per la trasmissione del sapere con cui si esibisce in una sala da concerto o con cui affronta lo studio di un argomento musicale è la stessa che anima il lavoro che svolge in un’aula universitaria o di accademia, e che lo ha spinto ad occuparsi da anni all’insegnamento e al coordinamento di corsi di formazione in ambito musicale. Una parte preponderante dell’attività formativa e didattica viene svolta da Andrea Massimo Grassi presso l’Accademia Teatro alla Scala, ove lavora dal 2002. Andrea Massimo Grassi è stato invitato a tenere lezioni, master class e seminari-concerto da istituzioni quali l’University of Chicago, l’University of Leeds, la Northeastern Illinois University, la Southeast Missouri State University, il Gnessins State Musical College di Mosca, il Department of Music della Minnesota State University (Moorhead, USA), la National Serbian Clarinet Association e da molti Conservatori e Università italiani.

Carissimo Andrea, mi racconti la genesi del tuo amore per la musica?
Ho dei ricordi molto belli e significativi che associo alla genesi del mio amore per la musica. Risalgono agli anni delle scuole elementari. Il primo è la chiara memoria della gioia che provavo a suonare brani polifonici col flauto dolce. Erano canoni e trascrizioni a due o tre voci. Ne ho un forte ricordo emotivo e di benessere. Oserei dire di benessere fisico, perché percepivo la consonanza, la polifonia e l’intreccio delle voci come benessere. Un altro ricordo è legato alla musica di Beethoven. Ero in vacanza a Roma da una zia e scoprii tra i suoi vinili il “Concerto per violino e orchestra”... Fu una vera folgorazione, ascoltavo il primo movimento in continuazione, non riuscivo a smettere di ascoltarlo e riascoltarlo. Ero completamente stregato dalla forza e dalla malinconia di quella musica. È un ricordo a me molto caro, certamente il più nitido ed emozionante che associo alla genesi del mio amore per la musica. Devo aggiungere un altro ricordo, legato al clima che respiravo in famiglia: a casa nostra la radio era sempre accesa. Sin da piccolo i miei genitori mi hanno portato, senza forzarmi mai, ad appassionarmi alla musica, facendomi riconoscere la differenza tra i vari strumenti musicali e a riconoscere i vari compositori. Ricordo la passione dei miei per Bach o l’entusiasmo di mio padre per Gershwin, in modo speciale quando il clarinetto apriva la “Rapsodia in blu” con il suo esaltante ‘glissando’.

Quanto lavoro c’è dietro un’esibizione e cosa ti appassiona nella professione di musicista?
Dietro un’esibizione c’è un mondo, c’è una vita intera... C’è l’esperienza dei concerti iniziata tanti anni fa. C’è la ricerca del repertorio più bello per il proprio strumento. C’è il lavoro di studio quotidiano, che significa lo studio il giorno di Natale, Capodanno, Ferragosto, nei giorni di viaggio e di vacanza, insomma, sempre. E poi c’è la familiarità con un autore e le sue opere, guadagnata con anni di frequentazione quotidiana. C’è il lavoro di ricerca attraverso l’osservazione e lo studio delle fonti manoscritte, dei saggi critici, la lettura delle lettere e dei documenti del compositore... C’è la riflessione costante sulla funzione che ha la musica nella società. C’è la conoscenza dei propri limiti e delle proprie peculiarità. C’è la conoscenza di te stesso e del mondo. C’è l’amore per un’opera musicale e la gioia intima e folle di poterla eseguire, interpretare, forse capire. E di poterla condividere. È tutto questo che rende meravigliosa e appassionante la professione del musicista!

L’attività concertistica è un mondo affascinante, ma contemporaneamente anche difficile?
È difficile come ogni cosa che prevede un obiettivo alto. L’attività concertistica richiede lo studio quotidiano sullo strumento e sui documenti. Richiede enorme passione e di non cadere mai nella routine. Richiede fatica, concentrazione. Ma tutte le difficoltà si superano sapendo che la meta è la meravigliosa esperienza di essere partecipe della ricreazione di un’opera d’arte, a beneficio proprio e di chi ti ascolta. Credo che in un anno siano soltanto due o tre i giorni in cui non studio. Può sembrare un enorme sacrificio, ma se penso a ciò che mi regala la musica non credo nemmeno di poter parlare di sacrificio.

Quale entusiasmo e quale predisposizione d’animo necessita il fare musica?
Anche questa è una bellissima domanda Michele, e coglie il nocciolo della questione: la predisposizione d’animo più bella e corretta per fare musica è l’amore, la passione e l’entusiasmo per la conoscenza. È molto interessante osservare che il verbo latino săpĭo ha due significati: ‘avere conoscenza’ ma anche ‘essere gustoso, sàpido, saporito’; i latini sottolineavano così una grande verità, che c’è identità tra l’atto di conoscere e l’atto di provare gusto. Così la mia attività musicale è continuamente alimentata e autoalimentata dalla gioia di conoscere. Più conosco e più provo gusto, più provo gusto e più amo e desidero conoscere.

Esprimersi attraverso la musica è un altro mezzo, come la danza, per esternare una propria sensibilità, per trasmettere emozioni. Conoscendoti immagino che la tecnica non sia per te così importante se fine a se stessa, o sbaglio?
Esattamente Michele. L’aspetto tecnico è importante, ma è sempre un mezzo per esprimere un fine, non il contrario. Questo significa che bisogna possedere un alto livello tecnico per potersi dedicare senza impedimenti o limitazioni all’interpretazione. Questo significa che un musicista o un ballerino, oltre a dedicare le ore adeguate ad acquisire tecnica, deve dedicare tempo a riflettere sulla natura della sua arte e a studiare storia, analisi, interpretazione. E a leggere di poesia e letteratura, di arti figurative, di filosofia, di politica. Soltanto così suonerà o danzerà meglio.

Come sono strutturate e caratterizzate le tue lezioni nell’Accademia scaligera?
La struttura delle mie lezioni in Accademia si fonda su un principio basilare, che risponde alla domanda: “cosa è utile e importante che l’allievo sappia, nell’ambito della musica e del teatro musicale, per fare meglio la sua futura professione?” Insegno in tutti i Dipartimenti dell’Accademia, tengo dei cicli di incontri, sempre per l’Accademia, in alcune scuole (a volte Primarie, Secondarie e Istituti tecnici, più spesso Licei) della Lombardia; inoltre tengo dei corsi di formazione per docenti. Il numero dei corsi in cui insegno per l’Accademia è di circa diciotto: insomma, ogni volta la risposta alla fatidica e basilare domanda è diversa. E allora devo prendere tutto ciò che ho studiato in Conservatorio, e in Università, e al Dottorato, e prendere la mia esperienza professionale, e le mie conoscenze... in sostanza, devo prendere tutto ciò che ho studiato e riformularlo in base alle esigenze di ognuno dei corsi e di ognuna delle situazioni e personalizzare la didattica. Infatti, i contenuti e gli esempi che espongo ai Cantanti sono diversi da quelli per i Truccatori, e ciò che va bene per i Maestri collaboratori non va bene ai Ballerini o agli Scenografi; i Sarti teatrali hanno esigenze diverse da quelle degli Insegnanti di danza e così via. Insomma, è un lavoro molto vario, impegnativo, che mi costringe a studiare molto e a riflettere, e che si discosta significativamente dagli insegnamenti tradizionali ricevuti in Conservatorio e in Università. Sono orgoglioso di potere dire che per l’Accademia ho dovuto riformulare completamente la proposta didattica tradizionale e che in Accademia insegno in una forma che mai mi era stata proposta durante i miei studi. Anche per questo motivo ho qualche difficoltà a denominare le materie che insegno in Accademia. ‘Storia della musica’? No, decisamente no, è riduttivo e con una prospettiva non pertinente. ‘Il valore sociale dello spettacolo’? ‘Introduzione al teatro musicale’? ‘Strumenti bibliografici’? Sì, certo, ma soltanto in parte. Allora, la denominazione più pertinente è forse ‘Formazione musicale per ...’, ove al posto dei puntini devo mettere ogni volta un Corso differente. Tutto ciò è veramente molto impegnativo sia per il tempo sia per lo sforzo da dedicare, lo ammetto, ma è anche altrettanto appassionante. Inoltre, ciò che voglio che caratterizzi il mio lavoro didattico in Accademia è il principio secondo cui il principale agente dell’educazione è l’allievo stesso. Dunque protagonista non il è docente, che ha funzione strumentale, ma piuttosto l’allievo, secondo l’idea della maieutica, tra l’altro riflessa nell’etimologia di ‘educare’, che è un composto di ‘e-dùcere’, ovvero ‘condurre fuori’, ‘tirare da’. Ecco perché buona parte delle mie lezioni le tengo in Biblioteca, dove ci può essere da parte degli allievi il coinvolgimento partecipato e diretto alla conoscenza dei libri. Inoltre, sempre fedele al principio della priorità dell’allievo e del suo coinvolgimento diretto nel processo educativo, mi sono sempre adoperato affinché gli allievi avessero l’esperienza reale della musica dal vivo (portando gli allievi agli spettacoli in Scala) e la conoscenza diretta di esperti del settore, organizzando incontri per gli allievi con i professionisti del Teatro alla Scala.

In un momento difficile e controverso, quale valore acquisisce l’onere e l’onore di insegnare la bellezza attraverso le arti?
Grazie Michele, questa è una domanda tra le più importanti! Sono consapevole di avere una grande responsabilità con il mio lavoro di insegnamento in Accademia. Il valore del mio lavoro deve perseguire due fondamentali obiettivi: in primo luogo argomentare la funzione e l’importanza sociale e politica che hanno le arti. In secondo luogo trasmettere conoscenze intrise e vivificate dalla passione e dall’amore per il teatro musicale. Argomentare la funzione sociale e politica che hanno le arti, e in particolare che ha il teatro musicale, significa mostrare come la musica e la danza siano strumenti meravigliosi per la valorizzazione e la conservazione di identità culturali, ma anche per incoraggiare la diversità culturale, per sviluppare il pensiero critico e per riflettere sui temi importanti della vita; significa mostrare che grazie all’unicità e alla ricchezza del linguaggio del teatro musicale, la musica e la danza producono un enorme beneficio formativo nei giovani e producono ricchezza culturale nella società; significa ricordare che oggi la danza e la musica devono avere la funzione educativa e politica che aveva un tempo il teatro nella polis greca, dove veniva considerato un mezzo indispensabile per la formazione del cittadino. Significa combattere il luogo comune che vede musica e danza come attività di mero intrattenimento o attività da relegare nel tempo libero... La riflessione su questi temi ritengo che sia la mia più grande e nobile responsabilità. Infine, mi onora pensare che con il mio lavoro soddisfo (o cerco di soddisfare) il bisogno naturale e irrinunciabile di sapere e di conoscere. La strada l’aveva indicata Aristotele aprendo in un modo così memorabile il suo primo libro della ‘Metafisica’: “L’uomo, per sua natura, tende alla conoscenza”.

Quando hai deciso di diventare un clarinettista e perché?
Il desiderio di fare il clarinettista era nato da una scelta più generale di fare il musicista, scelta di cui ho parlato nella prima risposta a questa intervista. Ricordo molto bene un fatto decisivo per la mia scelta verso la musica. Quando ero alle elementari, i miei genitori mi portarono a casa di un amico pianista che ci suonò varie opere al pianoforte e all’organo. Alla fine di quel pomeriggio di musica ci riaccompagnò a casa in auto e io, dal sedile posteriore, canticchiai a memoria il motivo del “Fabbro armonioso” tratto da una “Suite” di Händel per clavicembalo che l’amico pianista aveva suonato poc’anzi. Il maestro rimase colpito dal mio orecchio musicale e consigliò vivamente ai miei genitori di iscrivermi in Conservatorio. E così la scelta fu fatta, e indirizzata al clarinetto, strumento molto amato dai miei genitori. Ricordo come fosse oggi il giorno dell’ammissione al Conservatorio di Milano: ero in quinta elementare, e appena ricevuta la notizia dell’ammissione, percorrevo i corridoi del Conservatorio tenendomi per mano a mia madre. Ero felice!

Hai mai avuto rimorsi o ripensamenti su questa scelta?
Assolutamente no, il clarinetto e il suo repertorio mi si addicono totalmente e hanno riempito e indirizzato la mia vita come meglio non potevo immaginare. Certamente il repertorio per clarinetto, pur essendo meraviglioso, è piuttosto limitato. Questa considerazione mi ha portato a sognare, in un’altra vita, di suonare l’organo o il violoncello. Ma questa considerazione mi ha anche portato, in questa vita, a cercare di colmare lacune: e così ho studiato Lettere moderne e ho fatto un Dottorato in filologia musicale. Per questo motivo sono entrato in due cori, dove canto nella sezione dei bassi, per entrare nel profondo dell’opera di Monteverdi e di Bach, le cui opere sono nate quando il clarinetto non esisteva ancora. Il suggerimento me lo ha dato Robert Schumann, quando scrisse “Canta in coro, questo ti renderà musicale” e che “il più alto aspetto della musica si ottiene nel coro”.

E se non avessi fatto il musicista, cosa avresti voluto fare altrimenti?
Se non avessi fatto il musicista? Non credo che sarei riuscito a fare altro nella vita, ma certamente dentro di me conviveva (e convive tutt’ora) un altro grande amore: quello per la montagna. Fare la guida alpina sarebbe forse stato l’unico mestiere capace di non farmi rimpiangere di essere musicista. Per fortuna ho potuto comunque godere della gioia di andare in montagna, anche se mi rammarico di non andare più spesso. Grazie ai miei genitori e in particolare a uno zio e ad amici di famiglia ho iniziato ad arrampicare sin da bambino. E così ho collezionato qualche decina di arrampicate su vie classiche in Dolomiti e un gran numero di vie ferrate. Una gioia indescrivibile! Avrei amato molto fare l’archeologo, e rispondendo così mi rendo conto che essere musicista, guida alpina o archeologo sono professioni che soddisfano una esigenza che mi è connaturata e che hanno un comune denominatore: il desiderio di conoscere e di capire.

La musica classica è per te superiore agli altri generi musicali?
La mia discoteca parla da sé. Ho dischi con musiche che vanno da Perotino e Dufay fino a Scelsi, Sciarrino e Kurtág. Ho molti capolavori del jazz e la musica irrinunciabile di Lucio Battisti. E poi Mina, Vanoni, Queen, Pink Floyd, Sting... Ho risposto, vero Michele?

Hai un tuo compositore di riferimento?
Forse il compositore che in assoluto sento più mio è Brahms. Nella sua musica trovo gli aspetti più caratteristici e profondi della mia personalità. Con Brahms sento di avere vera affinità e familiarità. Il “Requiem tedesco”, la “Nenia”, le “Sinfonie”, le opere da camera e per pianoforte... mi appartengono. Ma ora che ho usato tali parole per Brahms mi accorgo che potrei dire le stesse cose di Monteverdi, Bach, Mozart, Beethoven e Schubert!!

Quali sono le tue opere liriche preferite?
“Orfeo” di Monteverdi, “Nozze di Figaro” e “Flauto magico” di Mozart, “Rigoletto” di Verdi, “Bohème” e “Tosca” di Puccini, ma l’elenco è molto più lungo... Qui devo aggiungere, un po’ forzatamente, la “Passione secondo Matteo” di Bach, che sebbene non abbia apparato scenico, è un’opera di una tale forza e icasticità che tutta la narrazione è perfettamente rappresentata e visualizzata nella mia mente. Anche per questo amo a profondamente la coreografia di Neumeier su questo capolavoro di Bach.

Mentre quali sono le tue opere preferite?
Ecco, qui l’elenco è veramente interminabile! Sia perché esistono dei capolavori così grandi che è impossibile non amare, sia perché molti di questi capolavori sono legati alla mia vita. Provo ad abbozzare un elenco: I “Madrigali” e il “Vespro della Beata Vergine” di Monteverdi, molte delle opere sacre di Vivaldi, tutto Bach. Ma non posso trascurare Couperin, Rameau, Scarlatti, Händel, Mozart, Beethoven, Schubert, SchumannBrahms, R. Strauss... Aggiungo che molte opere le amo ancora di più quando sono legate ad una coreografia: la “Matthäus-Passion” di Bach/Neumeier è stata una delle scoperte più toccanti e profonde della mia vita. Amo il Bach della De Keersmaeker nei suoi “The Six Brandenburg Concertos” o nella “Partita 2”. Sono affascinato profondamente dal Vivaldi in “Annonciation” di Preljocaj, così come dalla sua superba “Winterreise” sui Lieder di Schubert. La “Nona Sinfonia” di Beethoven non la ascolto più in cd perché da tempo preferisco vederla coreografata nel grande classico, meraviglioso, di Béjart. Devo rinunciare a continuare, amo troppe opere!

E i libri, ai quali non rinunceresti mai?
Non potrei mai rinunciare all’“Odissea”. Credo che sia... il libro dei libri. La grande epopea di Ulisse che “di molti uomini vide le città e conobbe i loro pensieri” è letteralmente entusiasmante. Irrinunciabile lettura è “I miserabili” di Victor Hugo: l’umanità che trasuda questo romanzo è un vero punto di riferimento per me e per la nostra società. Poi aggiungo, di Ernst Wiechert, “La vita semplice”: è un libro stupendo, intriso di pace e di poesia. Un libro contro la violenza e l’inutilità della guerra (l’autore ha pagato con il campo di concentramento la sua opposizione al nazismo), un libro che indica come antidoto la semplicità della vita, il lavoro, i libri, la musica e la bellezza della natura, scritto in tono sussurrato come quando si riflette in solitudine sulle cose più importanti della vita. E ancora: la saggezza infinita delle “Memorie di Adriano” della Yourcenar; le “Operette morali” di Leopardi; il “Giobbe” di Joseph Roth, con la sua storia meravigliosa di riscatto; le poesie dell’amatissimo Ungaretti; “Non ti chiamerò più padre” di Bacchelli, che è un capolavoro di profondità e di ricchezza di sfumature; il “Secretum” di Petrarca; il tragico ed umanissimo racconto di Bedeschi nelle “Centomila gavette di ghiaccio”; la profondità di “Rinascimento privato” della Bellonci ... Ma cosa dire della “Repubblica” di Platone, delle tragedie di Shakespeare, dei “Quattro quartetti” di Eliot, delle poesie di Alda Merini e delle lettere e i diari di Beethoven, Schumann, Brahms ... Voglio aggiungere Michele anche “Le mie montagne” di Walter Bonatti, un libro di alpinismo che in realtà parla di umanità, di amore per la conoscenza e per la natura. Sono tutte letture che mi hanno formato e che mi danno l’opportunità di fare meglio il mio lavoro nella musica e nell’insegnamento.

Il cinema ti appassiona?
Enormemente, soprattutto perché riconosco nel cinema la funzione – comune ad altre arti quali la letteratura, la poesia, le arti figurative, la fotografia – di meraviglioso strumento per riflettere sulle cose importanti della vita. Il cinema, sotto questo aspetto, è molto affine al teatro musicale. E se mi chiedo come mai amo tanto film come “Schindler’s List” o “Il pianista”, capisco che è perché vedo in loro la bellezza di potere riflettere e di conoscere.

Tra le tue tante collaborazioni ed esperienze in prestigiosi palcoscenici nazionali e internazionali e in istituzioni quali ricordi con maggiore soddisfazione?
I più significativi traguardi della mia carriera sono certamente legati a particolari eventi, come l’avere suonato e tenuto seminari, ad esempio, all’Università di Chicago o in Russia al Gnessin College, oppure l’avere ottenuto il Diploma d’onore dell’Accademia Chigiana. Anche la pubblicazione con la Henle Verlag di Monaco dell’edizione del “Quintetto per clarinetto e archi” di Brahms mi ha dato una speciale soddisfazione. Grandi esperienze le ho vissute suonando insieme ad artisti eccezionali quali Michael Flaksman, Vladimir Mendelssohn, Alain Meunier, Susanna Rigacci... Ma ci tengo a dire che i traguardi più importanti sono per me quelli che riguardano le persone per cui ho suonato e ciò che sono riuscito trasmettere a loro. Per esempio, in molti dei concerti che tengo regolarmente nel Carcere di San Vittore di Milano ho ricevuto l’enorme gratificazione di sentirmi dire dalle persone recluse che avevo dato loro luce e gioia attraverso la mia musica. Per me il più grande traguardo è quando trasmetto conoscenze ed emozioni alle persone. Negli ultimi concerti ho visto persone del pubblico piangere mentre suonavo l’Adagio del “Quintetto” di Brahms e il Larghetto del “Quintetto” di Mozart. Oppure, dopo delle masterclass di musica da camera alcuni allievi mi hanno detto che, grazie a me, avevano cambiato la loro prospettiva di vedere la musica e la loro vita professionale. Ecco, questi sono i miei traguardi più importanti: avere regalato qualcosa ai miei allievi e al mio pubblico.

Andrea, sei un musicista e un maestro dallo stile colto e ironico, particolarmente raffinato, che riesci a donare tutta la tua passione, ma quest’ultima ti si è rivelata immediatamente con il genere classico?
Il genere classico è quello che mi ha attratto maggiormente sin da bambino: le opere per organo e per clavicembalo di Bach, i concerti per clarinetto e orchestra di Mozart e di Weber, il “Concerto per violino e orchestra” di Beethoven avevano indirizzato ineludibilmente il mio futuro...

Quando è nata la tua passione per l’insegnamento?
È nata molto presto Michele! Ero studente del Conservatorio e una scuola privata mi chiese di fare delle supplenze di Educazione musicale alle scuole medie. Avevo soltanto sedici anni, e dunque solo un paio d’anni in più dei miei allievi! Il primo giorno di lezione, non lo dimenticherò mai, c’era in classe anche una insegnante che seguiva dal fondo della classe... credevo che fosse per sostegno ad un allievo problematico, ma presto capii che era lì per vedere come me la cavavo! Ma soprattutto capii che insegnare era un lavoro appassionante e importante: mi imponeva di formalizzare i miei pensieri, di chiedermi in che modo essere utile agli allievi, di essere uno strumento il più possibile adeguato alla crescita delle persone. A diciannove anni ebbi il mio primo contratto stabile come insegnante di Educazione musicale. Da allora non ho più smesso e così ho fatto esperienza di insegnamento che spazia dalla scuola elementare di periferia alle università nordamericane. Insomma, assieme a suonare il clarinetto, insegnare è il lavoro più bello del mondo...

Nei tuoi momenti di solitudine quale musica ascolti?
Che domanda profonda Michele... La musica che ascolto nei momenti di solitudine mi qualifica e mi definisce, perché riflettere la mia più recondita intimità... Ascolto i “Madrigali” di Monteverdi, i “Concerti per violino”, le opere per organo e la “Passione secondo Matteo” di Bach, lo “Stabat Mater” di Vivaldi, il “Concerto per violino” e il “Quinto Concerto per pianoforte” di Beethoven, i “Quartetti per archi” di Schubert, il “Requiem tedesco”, la “Nenia” e le ultime opere cameristiche e pianistiche di Brahms. E infine una delle opere che amo di più in assoluto: i “Vier Letzte Lieder” di R. Strauss.

Chi sono stati i tuoi maestri di clarinetto e di musica da camera, non solo materiali ma anche ideali?
I miei maestri li dovrei definire i miei ‘Maestri’, con la maiuscola e nel senso latino più ampio di magister: Primo Borali in Conservatorio a Milano; Vittorio Luna durante la parentesi siciliana della mia vita; Antony Pay per il perfezionamento; Maureen Jones e Dario De Rosa per la musica da camera. Non dimentico Giulio Bertola che da giovane studente di Conservatorio mi ha fatto scoprire l’amore e la mia propensione naturale per la voce e per il coro. Voglio ricordare anche Salvatore Enrico Failla, che insegnava Storia della musica in Università e che ha fortemente indirizzato la mia professionalità, e Maria Caraci Vela per l’ambito filologico, grazie alla quale ho fatto le mie esperienze di ricerca. Miei maestri sono stati e sono tutt’ora tutti i miei colleghi, giovani e meno giovani, con cui ho la fortuna di suonare musica da camera, perché da loro ho sempre l’occasione di imparare. Miei maestri sono gli allievi dell’Accademia (e di tutti i luoghi in cui insegno) che soltanto con una loro osservazione mi fanno riflettere su un determinato aspetto del sapere. Miei maestri sono gli artisti che con la loro arte mi stimolano alla riflessione e suscitano in me idee: vedere Nureyev o la Fracci o la Ferri in alcune loro interpretazioni mi fornisce spunti per suonare meglio il clarinetto. Diventa mio maestro, anche se per pochi attimi, chi mi regala un esempio o un modello a cui guardare: un buon cornista che suona con espressione con un bel suono il meraviglioso assolo del corno nel finale di “September” nei “Vier Letzte Lieder” di Strauss diventa mio maestro. Sono miei maestri gli allievi della Scuola di ballo dell’Accademia a cui insegno al Liceo coreutico perché il loro entusiasmo e la loro dedizione al duro lavoro sono per me di esempio. Sono miei maestri Claudio Arrau che suona Mozart, Radu Lupu che suona Schubert, Carlo Maria Giulini o Carlos Kleiber che dirigono la “Quarta Sinfonia” di Brahms, Sergiu Celibidache che dirige la “Patetica” di Čajkovskij. Insomma, c’è sempre da imparare perché innumerevoli sono i maestri!

Cosa desideri trasmettere, in maggior misura, ai tuoi allievi durante le masterclass o i seminari-concerto?
Punto molto a fare riflettere sulla musica intesa come conoscenza globale e non soltanto come abilità nel suonare. Per questo motivo spingo i miei allievi a studiare il contesto dell’opera che devono eseguire, a studiare l’autore e i testimoni manoscritti che trasmettono il testo musicale, a leggere, ove presenti, le lettere del compositore nella speranza di cogliere il significato profondo che c’è oltre le note musicali. Li spingo a sapere presentare oralmente i propri concerti – come faccio io da molti anni per i miei concerti – facendo apprezzare al pubblico la bellezza delle opere che si eseguiranno. Quando faccio lezione di clarinetto preferisco pensare di formare un musicista, oltre che un clarinettista; per questo motivo spingo gli allievi ad accostarsi anche al repertorio che non è stato scritto per il clarinetto. Sto pensando, ad esempio, alla necessità di conoscere Bach sebbene non abbia scritto nulla per clarinetto: così come per un attore è inammissibile non conoscere Shakespeare o per un pittore non conoscere Michelangelo, non è ammissibile per un musicista non conoscere Bach. Schumann considerava lo studio di Bach come ‘pane quotidiano’. Per un clarinettista c’è il pericolo di non conoscere il grande repertorio anteriore a Mozart, e dunque di non trarre beneficio da un immenso patrimonio. Spingo i miei allievi a guardare oltre il repertorio prettamente clarinettistico: studiando il “Concerto per clarinetto e orchestra” di Mozart con una mia allieva, l’ho spinta a conoscere molto bene non solo il repertorio di Mozart scritto per clarinetto ma anche i suoi ultimi concerti per pianoforte e orchestra, che sono stati composti nello stesso periodo e nelle stesse circostanze. Analogamente, per studiare i “Fantasiestücke per clarinetto e pianoforte” di Schumann ho sempre ritenuto importante conoscere anche gli omonimi scritti per pianoforte. Infine, cerco che l’allievo ripercorra con la propria intelligenza e la propria volontà le tappe che io ho percorso prima di lui, chiedendosi il come e il perché di tutto: guidandolo, lascio che trovi da solo un metodo di studio o che da solo trovi, sempre con me accanto, come esprimere, ad esempio, il senso di solitudine nelle prime note del meraviglioso “Lied Der Hirt auf dem Felsen” di Schubert.

Ti è mai capitato di dovere interrompere di suonare per un lungo periodo? Se sì, cosa hai provato?
Studio il clarinetto ininterrottamente da quando sono entrato in Conservatorio in prima media, ma soltanto in una occasione ho dovuto interrompere per un lungo periodo lo studio dello strumento. Fu durante il servizio militare che, negli anni in cui lo feci, era obbligatorio. Avevo vinto il concorso per fare l’ufficiale di complemento. Entrai nell’Arma di Cavalleria e dopo la Scuola Allievi Ufficiali fui assegnato col grado di sottotenente al reparto operativo dei Lancieri di Novara, a Codroipo, in Friuli. La mansione era quella di comandante di Plotone Carri Leopard, e tra i compiti che avevo c’era quello di fare lezione ai militari sull’uso e sulle caratteristiche del carro armato Leopard e di guidare esercitazioni sul campo. Racconto questo per arrivare a due considerazioni: la prima è che quel periodo di forzata lontananza dal clarinetto è stato comunque un periodo di grande crescita personale: i Lancieri di Novara hanno una storia prestigiosa (anche Gabriele d’Annunzio fu uno dei loro ufficiali), avevo la responsabilità di numerosi soldati (coi quali sono tuttora in amichevole e affezionato contatto), insegnavo (dalla cartografia a come pilotare il carro armato o a come cambiare i cingoli), stavo molto all’aria aperta (quante esercitazione al gelo!) e non ultimo guadagnavo di più da ufficiale di Cavalleria di quanto guadagnassi col lavoro di insegnante di musica, lavoro che avevo lasciato proprio a motivo del militare. La seconda considerazione è che la lontananza dalla musica non ha fatto altro che convincermi di non potere fare a meno di essa. Senza musica mi sarei spento...

Quanto tempo dedichi al clarinetto per una profonda ricerca al fine di rendere l’esecuzione sempre più brillante e rigorosa con un suono morbido ed armonioso?
Ti ringrazio Michele per questa domanda! Mi permetti di parlare di un tema a me molto caro, che è la bellezza del suono. Assieme allo studio tecnico dello strumento, dedico molto spazio mentale alla ricerca del bel suono, o almeno del suono che io reputo ideale. Talvolta si pensa che il ‘bel suono’ risieda nello strumento o nella tecnica. Certamente sono importanti sia uno strumento adeguato sia il lavoro tecnico. Ma il bel suono deriva quasi esclusivamente dall’idea di suono che hai nella testa, che ti sei creato in testa in base alla riflessione sul bel suono. Posso dire dunque di dedicare molto tempo mentale alla ricerca del bel suono.

Come ti poni in qualità di didatta con i futuri danzatori del domani?
Ho la fortuna di insegnare ai meravigliosi allievi della Scuola di Ballo della Scala che frequentano il triennio finale del Liceo coreutico. Li definisco meravigliosi senza esitazione e senza esagerare, perché sono ragazze e ragazzi fortemente motivati, spinti da una grande passione, ricettivi, maturi e appassionati, avvezzi al sacrificio, educati, rispettosi e spesso, sin da giovani, che vivono lontani dalle proprie famiglie e che dunque conoscono la solitudine. Meritano tutto il nostro rispetto e la nostra ammirazione. Davanti a questa realtà peculiare e privilegiata, come didatta mi metto al servizio della loro formazione, in vista della loro futura professione. Nei confronti degli allievi del Liceo coreutico dell’Accademia sento il dovere di colmare una lacuna: il legislatore italiano ha infatti previsto l’insegnamento di storia della musica esclusivamente nel triennio superiore dei Licei coreutici e per un totale di soltanto 33 ore annuali (una alla settimana). E così devo combattere due ordini di problemi: l’esiguità del monte-ore e la prospettiva erronea dell’insegnamento della musica intesa unicamente come ‘storia’, come successione cronologica dei fatti, prospettiva insufficiente e poco adeguata al futuro professionale del ballerino. Con un monte ore così limitato devo ricercare la massima efficacia con il poco che ho a disposizione. Per questo motivo miro innanzitutto a fornire loro una prospettiva culturale-musicale da integrare e armonizzare con la loro attività coreutica. Vuol dire ricordare loro che la danza non è riconducibile a una mera attività corporea dominata da aspetti fisico-atletici, ma è una attività artistica e intellettuale che, come la musica, necessita del corpo per esprimersi e che grazie al corpo deve esprimere aspetti artistici e dunque immateriali. Per facilitare agli allievi l’acquisizione di questa prospettiva mi sono adoperato sia per costituire in Scuola di Ballo una Biblioteca con videoteca, sia per avvicinarli alla musica dal vivo, mostrando loro la inscindibile relazione tra danza e musica. Ho coinvolto amici colleghi musicisti per incontri-concerto in cui gli allievi hanno potuto ascoltare musica dal vivo e da vicino. Ad esempio, con le amiche e colleghe di gruppo da camera Susanna Rigacci, soprano, ed Eliana Grasso, pianista, abbiamo suonato ai ragazzi un programma di Lieder, inframmezzato da letture (lette dagli allievi stessi) di testi poetici e di lettere e testimonianze del tempo, in preparazione alla “Winterreise” di Preljocaj cui avremmo assistito in Scala. Questa è la via più efficace della didattica. Inoltre un grande mio impegno è stato quello di portarli, grazie alla collaborazione del Teatro alla Scala e dei cari amici e colleghi insegnanti del Liceo, più spesso possibile in Teatro e con una adeguata preparazione, ad assistere e godere dal vivo di opere liriche, sinfoniche e balletti. Per molti di loro era la prima volta... Indimenticabili le loro osservazioni!

Puoi riportare alcune delle osservazioni di cui parli?
Con immenso piacere. Sono le osservazioni degli allievi che riguardano i concerti, le opere liriche e i balletti a cui abbiamo assistito in Scala. Sono parole che danno senso e vita a tutto il mio lavoro. Eccone un estratto: “La cosa più emozionante è stata andare a teatro ad assistere al ‘Simon Boccanegra’. Non avevo mai visto un’opera così importante al Teatro alla Scala ed è stata una esperienza bellissima”. “Ho apprezzato il concerto di Brahms e Čajkovskij che abbiamo sentito in Teatro. È stato il mio primo concerto di musica ascoltata dal vivo e non ha niente a che fare con quella ascoltata su YouTube: la gioia, la rabbia, la tristezza e tutte le emozioni che si possono provare ascoltando la musica sono diverse, sono più intense se si la ascolta dal vivo”. “Mi è rimasto veramente nel cuore il concerto di Brahms e Čajkovskij. L’ho trovato divino, straordinario. Vedere tutti quegli strumenti è stato bellissimo. Questo concerto mi è rimasto così nel cuore che spesso ogni sera lo ascolto prima di dormire”. “L’uscita più bella è stata andare a vedere ‘Le Corsaire’, penso che me la ricorderò per tutta la vita”. “Assistere al concerto in Scala mi ha davvero toccato e scosso emotivamente. Ma la cosa più importante è che mi ha fatto realizzare che non esiste soltanto il balletto”. “Mi ha colpito molto la ‘Patetica’ di Čajkovskij, con quella sensazione di tenebra che sembrava entrare nel corpo, percepivo una sensazione di sofferenza. Mi sono emozionato”. “Ho imparato che non esiste soltanto la danza, ma che è importante conoscere le altre arti che ci circondano e che influenzano la nostra professione di danzatrici”. Quanta meraviglia, vero? Le loro parole sono così significative che potrebbero tranquillamente sostituire tutta la mia intervista...

Un altro argomento affascinante, per cui sono stato tuo allievo durante un seminario all’Accademia della Scala, è la musica non scritta per la danza che è stata scelta per creare una coreografia. Quale nesso intercorre, tra questa musica non nata per essere danzata e la coreografia, che ne è poi scaturita?
Hai ragione Michele, l’argomento è veramente affascinante! Sono partito dalla considerazione che, dai primi del Novecento ad oggi, gran parte delle coreografie sono nate su musica che in origine non era stata scritta per essere danzata: penso a Isadora Duncan che danza su musiche di Bach, di Schubert, di Schumann; e penso poi a Fokine, Balanchine, Petit, Béjart, Cranko, Forsythe, Neumeier, Kylián, Preljocaj, Platel, De Keersmaeker, Abbondanza e Bertoni... (l’elenco dovrebbe essere molto più lungo) che hanno attinto a piene mani al meraviglioso repertorio musicale, realizzando stupende coreografie su musiche di Monteverdi, Bach, Händel, Vivaldi, Purcell, Scarlatti, Mozart, Beethoven, Schubert, Chopin, Brahms, ma anche attingendo al Novecento di Mahler, Šostakovič, Bartók, Berio, Ligeti... L’argomento, così avvincente, mi ha portato ad indagare su quali elementi razionali, strutturali e contenutistici della musica possono avere attratto e ispirato i grandi della danza tanto da prendere questi elementi e tramutarli in idee e in movimenti di danza. Ho cercato di individuare gli elementi contenutistici della musica che hanno reso consapevole l’invenzione coreografica: il contrasto e la differenza di carattere espressivo, di dinamica (forte e piano), tra modo maggiore e modo minore, tra solisti e il ‘tutti’, la struttura e la lunghezza della frase musicale, la regolarità e l’irregolarità ritmica, il timbro, il dialogo tra le voci, il crescendo e il diminuendo, il rallentando e l’accelerando, il lento e il veloce, le pause, i contenuti del testo poetico o letterario, la percezione soggettiva della musica, il tema ciclico... Questi spunti sono diventati per me una chiave di lettura delle coreografie, nelle quali ho cercato di scorgere le analogie con gli elementi strutturali e formali della musica e ho cercato di spiegarmi le scelte artistiche dei coreografi che consapevolmente o intuitivamente hanno messo in danza ciò che la musica ispirava loro. Ad esempio è stato entusiasmante notare, e forse capire, come Béjart in “The Ninth Symphony” traduce in azione coreografica e in movimento alcuni elementi musicali introdotti da Beethoven quali l’ingresso dei timpani o l’uso dei pizzicati degli archi; oppure considerare come Neumeier dipinge coreograficamente l’urlo forsennato e disperato della turba che grida furibonda “Barabba!” nella “Matthäus-Passion”. Ma anche apprezzare come la De Keersmaeker nei suoi “The Six Brandenburg Concertos” amplifica coreograficamente la scelta di Bach di fare intervenire i solisti in contrapposizione e in alternanza con il ‘tutti’. Da questi spunti sono nate lezioni per i ballerini e incontri per insegnanti di danza (l’Accademia, tra l’altro, ha reso disponibile sulla sua pagina Facebook la prima parte di uno di questi incontri). L’avere studiato il rapporto tra danza e musica non scritta per la danza lo reputo uno degli arricchimenti più fecondi e appassionanti della mia vita.

Con il tramite della danza e della musica si può raccontare al meglio la propria vita?
Rispondo a questa bellissima domanda Michele con un ricordo: anni fa ebbi l’occasione di fare dei concerti con una straordinaria violoncellista russa, Masha Ianuchewsky. Durante un viaggio verso Roma per una registrazione con la RAI col nostro trio mi raccontò la sua vita: allieva di Rostropovich, scappò dalla Russia comunista portando con sé soltanto la sua biancheria intima. Nemmeno il violoncello poté portare. Arrivò a Parigi, era senza soldi, senza lavoro, senza una casa. Arrivò il mio turno nel raccontare, mi sembrava di essere Mimì che nella “Bohème” viene portata da Rodolfo a presentarsi. Le parlai di alcune mie vicissitudini, quando andai via di casa neanche maggiorenne, i dieci anni trascorsi in Sicilia, i motivi che mi spinsero a tornare nella mia città (sono milanese) ... Certamente le mie vicende non erano nulla in confronto alle sue, ma alla fine del mio racconto mi disse: “Andrea... avrai molto da raccontare quando suoni”. Ecco, Masha mi aveva fatto capire che il suono meraviglioso ed espressivo del suo violoncello ‘raccontava’ la ricchezza della sua vita. Mi aveva ricordato che quando suono il “Larghetto” dal Quintetto di Mozart o l’Adagio del “Quintetto” di Brahms mi passa davanti tutta la mia vita, e vedo, e sento, la presenza di mio padre che non c’è più, e penso alle persone che ho amato e che amo, e rivivo gioie e dolori... Ogni ballerino e ogni musicista può raccontare con la sua arte, in forma latente, ma che diventa manifesta sul palcoscenico, tutte le sfumature della propria vita.

Da tempo insegni presso l’Accademia Teatro alla Scala, una delle più prestigiose ed autorevoli a livello internazionale, un’istituzione che non necessita di presentazioni. Come è avvenuto il tuo ingresso?
Nel 1996 mi iscrissi a un Master all’Università Cattolica di Milano per imparare a gestire meglio i miei gruppi da camera. Lì conobbi Pietro Scardillo, coordinatore del Master e allora Direttore generale dell’Accademia. Alla fine del Master io presentai alla Direzione del Master una relazione con delle idee per migliorare la didattica del corso. Il dott. Scardillo mi chiamò e mi chiese di collaborare alla progettazione della nuova edizione del Master. Mi disse che avevo il curriculum più bello tra gli iscritti al Master e che la mia relazione lo aveva colpito. Iniziai a lavorare con lui in Cattolica e nel 2001, finito il dottorato di ricerca a Cremona, iniziai la collaborazione con l’Accademia, che divenne stabile nel 2002. Sarò sempre riconoscente a Pietro Scardillo.

In conclusione, caro Andrea, mi regali una tua definizione di ‘teatro musicale’ nella sua accezione più ampia e nobile, vista dal tuo prestigioso osservatorio?
Alla bellezza e alla ricchezza del teatro musicale associo sempre l’idea di “mousiké”, presente nella Grecia antica. Col termine “mousiké” si intendeva l’insieme di tutte le arti rappresentate e promosse dalle Muse e dunque si intendeva una straordinaria pluralità e molteplicità grazie alla compresenza di musica, danza, canto, poesia e letteratura, tragedia, astronomia ... Il teatro musicale ha ereditato tutta la ricchezza dell’idea di “mousiké”, e i quattro elementi che lo compongono (musica, danza, testo letterario, scena) rendono il teatro musicale l’esperienza emotiva e intellettuale più completa e coinvolgente che esista nelle arti. E così il teatro musicale diventa una opportunità unica di formazione, conoscenza, riflessione e crescita per i giovani e per la società intera. Ora sulla mia scrivania ho “The Ninth Symphony” di Béjart, la “Matthäus-Passion” di Neumeier e “Annonciation” di Preljocaj. Penso alla ricchezza di queste opere, in cui danza, musica, testo e scena si armonizzano, si integrano, si fondono, e in cui ognuno dei quattro elementi concorre a sottolineare, amplificare e svelare significati, reciprocamente. Ecco, questo è il miracolo del teatro musicale.

Michele Olivieri

Ultima modifica il Lunedì, 11 Maggio 2020 07:58

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