domenica, 05 aprile, 2020
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(LONDRA). "Albion" di Mike Bartlett, regia di Rupert Goold. La scenografia imposta e centra il tema. -di Beatrice Tavecchio

Angel Coulby (Anna) e Wil Coban (James) in "Albion". Foto Marc Brenner Angel Coulby (Anna) e Wil Coban (James) in "Albion". Foto Marc Brenner

La scenografia imposta e centra il tema
di Beatrice Tavecchio

Albion
(Albione, primo nome conosciuto a designare l’Inghilterra)
di Mike Bartlett
Regia di Rupert Goold
Scenografie di Miriam Buether
Con Victoria Hamilton (Audrey Walters), Daisy Edgar-Jones (Zara),
Angel Coulby (Anna), Helen Schlesinger (Katherine Sanchez)
London, Almeida theatre, 1- 29 febbraio 2020

Messo in scena nel 2017 nello stesso teatro e con lo stesso regista, il dramma Albion era stato acclamato soprattutto per la bravura di Victoria Hamilton nei panni del personaggio principale Audrey Walters, per cui era stata nominata migliore attrice dell’anno dal Critics’ Circle Theatre Awards 2017. Il regista Rupert Goold specifica nel programma che “i drammi, come le piante, si sviluppano col tempo” e di aver trovato nel lavoro temi e motivi contemporanei che toccano la divisione sociale che ha portato alla Brexit e alla nascita del populismo visti nella nostalgia per un mitico e magico passato, qui impersonato dal progetto della protagonista di far rivivere il grande giardino della sua infanzia, prototipo del classico giardino fiorito inglese.
Il testo, di quattro atti, ridotto a due sulla scena, affastella vari temi per convogliare un passato con ordini sociali stereotipati che si scontra col presente raffigurato dal mondo letterario e editoriale, dalla sessualità lesbica, dal conflitto vita urbana-vita bucolica, dagli immigrati nuovi imprenditori, dalle vittime della guerra. Molta carne sul fuoco, forse troppa.

 Albion at the Almeida. Victoria Hamilton (Audrey). Foto Marc Brenner
Victoria Hamilton (Audrey) in "Albion". Foto Marc Brenner

Audrey manager affermata vende la casa a Londra e compra la proprietà della sua infanzia nell’Oxfordshire col progetto di far rinascere il grande giardino. La figlia ventenne Zara che vorrebbe diventare scrittrice, odia la vita di campagna e ammaliata dalla scrittrice di successo Katherine Sanchez, amica della madre, inizia un rapporto col lei. Anche Gabriel, che è innamorato di Zara, ha aspirazioni letterarie che non potrà portare avanti per il costo eccessivo dell’università. Anna, la compagna del figlio di Audrey, morto in guerra, presumibilmente in Iraq, non si dà pace per la sua morte. Quasi impazzisce quando Audrey senza consultarla, ne sparge le ceneri in giardino. Ricorre all’inseminazione artificiale per avere il figlio a due anni dalla morte di lui ed ha il bambino. I vecchi servitori finiscono male, lei col cancro, lui demente, sostituiti senza mezze parole dalla padrona con la nuova intraprendente e svelta domestica polacca. Alla fine Audrey ricatta la scrittrice per farle lasciare la figlia, che ritorna affranta in seno alla madre. Ma alla fine il progetto del giardino va in frantumi e Audrey vende la proprietà a uno speculatore che costruirà casette per i ricchi. Il dramma si conclude con Audrey che decide di restare per non perdere quel poco che le rimane, il posto dove ha gettato del ceneri del figlio.
Drammaticamente il primo atto riesce a tenere insieme i vari filoni imbastendo una storia scorrevole e interessante dove battute comiche, specie riservate al personaggio di Paul (il bravo Nicholas Rowe), il marito inefficace di Audrey, alleggeriscono il racconto. La tragedia di Anna invece lo fa incespicare in parte per l’interpretazione solo maniacale di Angel Coulby, ed in parte dovuta alla storia in sé e all’interpretazione anche in questo caso univoca di Victoria Hamilton che ci dà un’Audrey ossessiva, eccessivamente sicura di sé e quindi delle proprie scelte, sdegnosa degli altri, un personaggio stridente, ‘antipatico’ fino a quando nell’ultima scena mostra, ma troppo tardi per il pubblico, la propria vulnerabilità stringendo al petto una rosa interrata nel terriccio che contiene i resti del figlio.
In generale il secondo atto cede a lungaggini sia interpretative -con concessioni alla bravura degli attori che hanno tutti il tempo di fare il proprio numero- che ripetitive di temi che sono portati alla loro conclusione troppo lentamente o poco convincentemente.
Nel complesso la mancanza di coesione dei temi e la loro abbondanza offusca quello che avrebbe dovuto essere potentemente centrato e che invece fuoriesce solo a tratti e disgiunto dagli altri temi: quello dei figli e della perdita dei figli toccante solo nell’ultima immagine dello spettacolo.
Mentre Mariam Buether con la sua scenografia centra proprio i temi della perdita e dei figli e del passato costruendo su un palco ovale che si addentra tra gli spettatori che lo circondano il giardino fiorito chiuso sul fondo da una quercia secolare. Gli attori stessi portano e alla fine tolgono decine di piante e fiori che piantano nel terreno con le proprie mani. Il figlio morto, l’attore che lo impersona, sembra uscire, una mano e poi il corpo, dalle viscere della terra. Anna si imbratta con la terra del giardino volendosi rivestire di quello che rimane del suo uomo. La terra diventa così ricco materiale teatrale usato sia per la sua polverosa concretezza che per le sue connotazioni antropologiche e spirituali.
Scene magiche, ma che ripetute purtroppo perdono il loro impatto.
Tematicamente e visualmente in Albion ricorrono riferimenti a Il giardino dei ciliegi di Cecov specie nel finale, mentre l’attaccamento alla terra ricorda la Scarlett O’Hara di Gone with the Wind, quando in ginocchio giura di far rivivere Tara, la proprietà e la terra patriarcale.
Da segnalare le interpretazioni realistiche e senza forzature di Daisy Edgar-Jones come Zara, di Edyta Budnik (la domestica polacca), di Margot Leicester e Geoffrey Freshwater, i due vecchi servitori. Un lavoro non perfetto, ma scenograficamente rilevante e tematicamente interessante.

Ultima modifica il Giovedì, 13 Febbraio 2020 12:14

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