lunedì, 18 gennaio, 2021
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(LONDRA). TEATRI IN TEMPI DI COVID IN UK. -di Beatrice Tavecchio

A marzo 2020 il primo lockdown nazionale in UK ha portato alla chiusura immediata di tutti i teatri e all’assenza di lavoro per tutto il personale legato alle rappresentazioni dal vivo. Le attività sono riprese a giugno, nell’incertezza, ma nella speranza che una stagione teatrale fosse ancora possibile. Si fanno cambiamenti anche costosi per rendere i teatri a prova di Covid, con posti ridotti e distanziati, con misure per entrata ed uscita, con disposizioni per la compra vendita di bevande e cibo. Il personale messo in cassa integrazione o lasciato a casa viene di nuovo assunto, i creativi, i tecnici, gli attori e tutto il personale di supporto viene richiamato. Nonostante le difficoltà, si pensa che una stagione teatrale in autunno ed inverno sia ancora possibile. Il direttore artistico del Hope Mill Theatre di Manchester, Joseph Houston si prepara ad aprire in ottobre con il musical Rent e il National Theatre di Londra diretto da Rufus Norris mette in cartellone Death of England: Delroy. I biglietti sono andati a ruba, fugando le incertezze sulla sete del pubblico per il teatro dal vivo. Tutto esaurito anche se a metà o meno della capacità dei posti. Si parte con le anteprime, arriva la prima con i critici in sala. Appena in tempo per filmare gli spettacoli col progetto di diffonderli in rete, perché il governo mette in campo dal 5 novembre il secondo lockdown nazionale per quattro settimane. Ora dal 2 dicembre il periodo di completa chiusura nazionale è terminato, ma la maggior parte del Paese deve rispettare forti restrizioni su movimenti e assembramenti. Continua così per tutti ed in particolare per il mondo del teatro dal vivo la stagione di timori e ansietà che solo il vaccino potrà cambiare.

Ciò che ha esacerbato il clima di chiusura ed apertura del governo dettato dalle morti per Covid, è stato il piano intermittente di aiuti finanziari del cancelliere del Tesoro Rishi Sunak. Nel marzo 2020, subito dopo il primo lockdown nazionale, aveva annunciato misure di aiuto ed una cassa integrazione che dal 80 %, con un tetto di 2.500 sterline al mese, si riduceva progressivamente fino al 60% con un tetto di 1.875 sterline all’inizio di ottobre, per cessare alla fine di quel mese. Giunti ad ottobre, il cancelliere Rishi Sunak aveva annunciato un’estensione dell’aiuto governativo (Job Support Scheme) per proteggere quelle imprese e quei lavoratori obbligati a chiudere per il lockdown, per cui il governo avrebbe pagato il 67% del salario del dipendente fino ad un massimo di 2.100 sterline al mese. Le imprese, come per il primo schema di aiuto, avrebbero pagato i contributi assicurativi nazionali e quelli pensionistici. Il nuovo schema doveva iniziare il primo novembre per sei mesi. Per tutte le altre imprese, quelle non obbligate dalla Stato a chiudere per il lockdown, continuava lo schema originale di aiuto, ritagliato al 22% di aiuto governativo per lo stipendio di solo quei dipendenti in “viable jobs” (lavori validi), mentre l’impresa doveva contribuire al 55% del loro stipendio. Il governo accordava inoltre un buono di mille sterline per lavoratore all’impresa che avesse impiegato il dipendente fino a gennaio.

L’aiuto messo in capo, unito alla decrescente economia, si rivelò insufficiente a fermare l’ondata di licenziamenti, via via in ascesa durante l’estate in concomitanza con la riduzione degli aiuti governativi alle imprese. In settembre la situazione per i teatri in vista della fine della cassa integrazione annunciata per ottobre sembrava essere vicino al collasso. Le ulteriori misure governative annunciate ad ottobre erano insufficienti a sostenere la viabilità soprattutto di piccole e medie imprese teatrali e non. Per l’industria creativa questo si assommava al grave problema dei tanti lavoratori autonomi o a zero ore di contratto impiegati nel settore. L’Ambassador Theatre Group che a livello mondiale impiega circa 6000 persone e in UK possiede I’Apollo Victoria Theatre a Londra, il Bristol Hippodrome Theatre, il Liverpool Empire ed il Theatre Royal Glasgow, aveva incominciato a licenziare a giugno. Poi a fine agosto erano stati ‘lasciati a casa’ 1200 lavoratori con contratti casuali o a zero ore. Il 21 settembre l’ATG aveva annunciato di voler ‘allontanare’ altri 500 dipendenti, mentre si preparava ad affrontare la realtà di non riaprire fino al marzo 2021. ‘Lasciare a casa’ e non ‘licenziare’, ha detto il portavoce, perché “al personale verrà pagato un minimo settimanale e sarà reimpiegato quando la compagnia potrà riaprire i teatri”. Ha chiarito che le operazioni di programmazione, marketing , biglietteria, informatica, finanza e le altre aree di operatività sarebbero state mantenute attive.
Poi il 2 novembre inaspettatamente, in coincidenza col secondo lockdown nazionale, il cancelliere Sunak annunciò il prolungamento della cassa integrazione (Coronavirus Job Retention Scheme) all’80% del salario fino al marzo 2021, e per tre mesi da novembre a gennaio un aumento dal 40% all’80% del sussidio di sostegno per lavoro autonomo (Self-Employment Income Support Scheme) calcolato sulla media dei profitti dell’ultimo anno finanziario, con un limite di 3.750 sterline per il primo mese. Primo mese, novembre, in cui il sussidio è dell’ 80% per ridursi poi al 40% in dicembre e gennaio, con una copertura massima di 5.160 sterline in tre mesi.
Il datore di lavoro deve versare solo i contributi dell’Assicurazione Nazionale e quelli pensionistici per le ore non lavorate, cioè il 5% del contributo totale. Le imprese inoltre possono reimpiegare in questo nuovo schema i dipendenti che prima avevano in cassa integrazione.
La misura del Tesoro, tarda, perché il progettato taglio degli aiuti governativi che era stato annunciato per ottobre aveva incoraggiato il licenziamento di molti a fine estate, ha fatto tirare un respiro di sollievo anche ai quasi tre milioni di lavoratori autonomi in UK, tra i quali i molti lavoratori autonomi e occasionali dell’industria creativa. Per cui si riesce a intravedere la possibilità di sopravvivenza, nonostante il secondo lockdown nazionale di quattro settimane dal 5 novembre che fa chiudere, oltre al resto, i teatri e i centri di cultura e di intrattenimento per la seconda volta.
Così l’Ambassador Theatre Group, che aveva “lasciato andare” 1200 lavoratori occasionali ad agosto per l’annunciata cessazione degli aiuti governativi a fine ottobre, comunica il 16 novembre, che ci saranno riassunzioni grazie al Job Retention Scheme. “Consideriamo i nostri dipendenti preziosi ed i nostri lavoratori occasionali parte integrante della nostra forza lavoro, per cui siamo felicissimi che questo prolungamento dello schema ci consente di riportare in cassa integrazione circa 2500 lavoratori occasionali per i prossimi tre mesi.”
Nell’industria creativa si accolgono quindi con favore le nuove misure, ma se ne additano le inconsistenze e si domanda una revisione dei provvedimenti che sono troppo limitati nei criteri di ammissibilità ai fondi, e incompatibili con l’organizzazione lavorativa degli attori.
Paul W. Fleming, segretario generale di Equity, il sindacato di 48.000 artisti, propone quindi che nel valutare la sovvenzione media di aiuto vengano considerati i redditi migliori di tre degli ultimi cinque anni, data la variabilità d’impiego della categoria. Domanda anche che il requisito che la maggior parte del lavoro provenga da lavoro autonomo sia rimosso, così che chi ha un secondo lavoro, come molti artisti, ma non può accedere alla cassa integrazione, possa ricevere questo sussidio. Fleming chiede inoltre che il governo sostenga uno schema assicurativo che aiuti l’industria del teatro a ricominciare.
Il Tesoro da parte sua chiarisce che questa misura di 4,5 miliardi si addiziona ai 13,7 miliardi già forniti per gli autonomi e ricorda che questo provvedimento fa parte di un pacchetto di aiuti già stanziati che include prestiti, differimento delle tasse, differimento dei mutui, supporto all’industria, “senza contare gli 1,57 miliardi di investimento per proteggere le nostre istituzioni culturali, artistiche e di patrimonio di livello mondiale”, erogati a luglio. Questo Culture Recovery Fund dato agli enti musicali, ai teatri, ai musei, ai cinema indipendenti in tutto il Regno Unito è stato criticato da Fleming per essere stato dato ai “gioielli del Regno”, cioè le maggiori istituzioni, e dice: “se sei un ballerino indipendente, o Babbo Natale, o un animatore per bambini o un comico, non ricevi un soldo”, e invita il governo a creare un portafoglio nazionale di artisti invece di sovvenzionare le istituzioni. Ma anche in seno a queste non sono mancate critiche per i criteri non chiari di eleggibilità che hanno portato a mancate richieste per sussidio dal Fondo di Recupero. Posizione difesa dal governo: “i richiedenti dovevano dimostrare di rischiare il fallimento in quest’anno finanziario e di aver perseguito forme alternative di finanziamento (...) Finora circa 2000 organizzazioni di tutti i tipi e misure hanno ricevuto questi fondi”. Altre critiche sono state mosse ai tempi lunghi di attesa, da quando il Ricovery Fund è stato annunciato a luglio, due terzi dei richiedenti del primo turno hanno ricevuto i fondi solo ad ottobre.

L’incertezza del futuro e la precarietà del lavoro portano a volte al pessimismo che si intuisce dalle parole di Alistair Smith, editore di The Stage: “Il primo lockdown ci aveva unito, si lottava tutti per la stessa causa. Speravamo di uscirne insieme. Da allora, dopo centinaia di licenziamenti e di molti liberi professionisti lasciati senza aiuto, sappiamo che il danno al teatro sarà profondo e prolungato.” A cui si contrappone il commento con cui le ultime misure di aiuto del governo sono state accolte dal Gruppo ATG, il maggior datore di lavoro teatrale in UK: “Queste notizie, insieme agli sviluppi incoraggianti in tutto il mondo per quanto riguarda i vaccini ed i test, hanno spronato la nostra fiducia ed il nostro entusiasmo per riaprire i nostri teatri appena possibile.”
Ora dal 2 dicembre, fine del lockdown nazionale, ma con molte restrizioni presenti, alcuni teatri nelle zone di diffusione media del Covid, tra cui Londra e sua zona metropolitana, si apprestano ad aprire con tutte la precauzioni sanitarie alla stagione natalizia delle pantomime. Altri teatri hanno cercato e creato soluzioni alternative per comunicare con il pubblico e restare attivi. Ma di questo si dirà nel prossimo articolo.

Ultima modifica il Martedì, 29 Dicembre 2020 10:20

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