martedì, 15 ottobre, 2019
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FESTIVAL VERDI DI PARMA 2019 - "NABUCCO", regia Stefano Ricci. -di Federica Fanizza

"Nabucco", regia Stefano Ricci "Nabucco", regia Stefano Ricci

NABUCCO
Dramma lirico in quattro parti su libretto di Temistocle Solera,
dal dramma Nabuchodonosor di Auguste Anicet-Bourgeois e Francis Cornu
e dal ballo Nabuccodonosor di Antonio Cortesi
Musica GIUSEPPE VERDI
Edizione critica a cura di Roger Parker
The University of Chicago Press, Chicago e Casa Ricordi, Milano
Interpreti
Nabucco AMARTUVSHIN ENKHBAT
Ismaele IVAN MAGRÌ
Zaccaria MICHELE PERTUSI
Abigaille SAIOA HERNÁNDEZ
Fenena ANNALISA STROPPA
Il Gran Sacerdote di Belo GIANLUCA BREDA
Abdallo MANUEL PIERATTELLI
Anna ELISABETTA ZIZZO
Maestro concertatore e direttore FRANCESCO IVAN CIAMPA
Progetto creativo RICCI/FORTE
Regia STEFANO RICCI
Scene NICOLAS BOVEY
Costumi GIANLUCA SBICCA
Luci ALESSANDRO CARLETTI
Coreografie MARTA BEVILACQUA
FILARMONICA ARTURO TOSCANINI
ORCHESTRA GIOVANILE DELLA VIA EMILIA
CORO DEL TEATRO REGIO DI PARMA
Maestro del coro MARTINO FAGGIANI
Nuovo allestimento del Teatro Regio di Parma
In coproduzione con Teatro nazionale croato di Zagabria
Teatro Regio di Parma dal 29 settembre a 20 ottobre 2019, Festival Verdi 2019

Un Nabucco al Festival Verdi Parma 2019 tra contestazioni alla regia e consensi alla gestione musicale

Nabucco che temi di vedere e che non t'aspetti. Si annunciavano turbolenze da parte del loggione storico parmense alla proposta del duo registico Ricci/Forte: e così fu, prepotenti fin dall'inizio quasi da far interrompere l'esecuzione, prorompenti nei momenti di pausa della musica rivolte contro ciò che succedeva in scena. Eppure informazioni, incontri, interviste di come sarebbe stato questo "Nabucco" non sono mancate. Gli ideatori del team Gianni Forte e Stefano Ricci, registi di punta del teatro performativo d'avanguardia italiano, si sono espressi in maniera esplicita sul come avrebbero concepito il "loro" Nabucco, terza prova registica nell'ambito del teatro lirico. Al loro fianco a livello di scenografia, movimenti scenici, recitazione, scene di Nicolas Bovey, costumi di Gianluca Sbicca, luci di Alessandro Carletti, coreografie di Marta Bevilacqua. Tra l'altro scenografie architettoniche che riproponevano la stiva di una nave e spazi aperti con l'utilizzo di quinte di prospettiva, utilizzo di tecnologia al minino, video limitati a due finestre con immagine fisse. «Siamo nel 2046. Città devastate, nelle quali regna il silenzio. La terraferma non è più un luogo sicuro dove abitare. Dopo il crollo della civiltà dei social media, per come la ricordavamo, ora imperano nuovi assetti sociali basati su coercizioni antiche prese in prestito dal passato remoto. Il mondo è vittima dell'uomo. L'intolleranza, la paura del differente, la chiusura delle frontiere, l'inquinamento e l'ego dei governanti hanno portato un nutrito gruppo di estremisti, dopo un colpo di Stato, a formare un assetto societario su un mezzo di trasporto in continuo movimento, per catturare le popolazioni da sottomettere. Un'imbarcazione, una nuova Arca, un'apparente terra santa in realtà luogo di potere e orrore reazionario e anticulturale...". Così le premesse, ma quanto è passato in scena da questi intenti? La vicenda del Nabucco è ormai risaputa ma giusto per informazione riguarda un episodio circoscritto della vicenda del popolo ebreo deportato in Babilonia (Irak) dopo la completa distruzione di Gerusalemme ad opera degli Assiri. Vicenda in un Medioriente ancora oggi protagonista nelle cronache odierne. Un richiamo video, una finestra sull'attualità, scorre sulle note della Sinfonia, immagini di città distrutte che conosciamo abbastanza. Ci sono altri idoli da adorare rispetto al Libro e alla Parola: il culto della personalità di Capo che tutto controlla e osserva e a cui si deve obbedienza. L'allestimento ci presenta il ventre di una nave con il suo carico umano, rinchiuso. Trattasi di umanità deportata da una distruzione indotta, costretta ad abbandonare il proprio bagaglio di memorie e di storia. Il rischio che si corre assistendo in questo Nabucco è che la memoria si attivi nei confronti di altre vicende umane fatte di deportazioni. La capacità del team è stato quello di evitare il già visto storico e il politicamente corretto del contingente. Allestimento, spiazzante per il pubblico anche quello esigente, per l'eccesso di riferimenti simbolici, provocatorio verso chi cerca, nella frequenza operistica, abitudine e certezze. Qui si racconta di un futuro prossimo dittatoriale, incentrato sul culto della personalità e del controllo globale della vita degli altri e sulla distruzione di ogni simbolo culturale, esemplificato da statue imballate e trafugate. Il tutto ben rappresentato dall'immagine video di Nabucco che troneggia sul palco, (tra l'altro ben personificato nel baritono mongolo Amartuvshin Enkhbat) che ci proietta nel culto della personalità dei regimi monocratici. Ma ciò che scorre sul palco in questo ventre di ferro nel quale si distruggono libri e documenti d'identità, un prestito da citazioni cinematografiche, ci rimanda anche alla memoria di una umanità travolta dall'inghiottatoio delle dittature. Sta a Zaccaria, padre e guida di questa fetta di umanità, infondere coraggio e speranza affidata alla sopravvivenza della Parola e al Libri: e il libro che si alza in volo è forse il gesto di forte suggestione poetica, tra le azione dell'opera. Abigaille, con una azione perfetta da "colpo di stato" depone Nabucco e prontamente impone la sua immagine. E con sapiente gestione di se stessa, novella benefattrice, alla ricerca di consenso e di benevolenza, dispensa beni, regali e prebende ai suoi fedeli, riuniti attorno ad un addobbato "albero di natale". Su questa immagine si è scatenato l'ironia di parte del pubblico parmense eppure la più comprensibile in questa antologica di citazioni, con un immediato accostamento iconico a Evita Peron. Certo, come da libretto Nabucco si trova demente, rinchiuso in un ospedale psichiatrico accumunato dalla comune sorte di straniamento con i suoi naufraghi. In questa clinica per pazzi il coro eleva il "Va pensiero" al cui sorgere il teatro ritrova la sua unitarietà di sentimenti. Sono ovazioni e richieste di bis concesse che per un momento acquietano un po' gli animi. I registi calcano la mano sulla loro Abigaille, perfida, per non dire in altro, fino alla fine. Alla fine vince Nabucco, che rinsavito, annuncia la liberazione dei deportati. Un segno di ottimismo con la riconoscimento del popolo del Libro e la restituzione delle identità. Sangue freddo ha mostrato il direttore Francesco Ivan Ciampa per non perdersi e per non far perdere la concentrazione agli artisti. Si è percepita l'esistenza di una distanza estetica tra ciò che è stato messo in scena e quanto il pubblico è riuscito ad intendere, tra l'altro da parte di un pubblico, quello del teatro lirico, fatto da anziani e, specie quello parmense, legato a precisi rituali. Sono stati utilizzati codici innovativi di lettura per la trama, ignoti a gran parte del pubblico, perchè al di fuori della sua esperienza culturale. Come azione pratica, è stato solo in grado di reagire prestando attenzione, piacere o disapprovazione: una rumorosa minoranza ha reagito con disapprovazione, altri hanno atteso con pazienza la fine dello spettacolo per esprimere il loro giudizio. Solo in questo modo si riesce a descrivere il clima della serata che marciava su due binari paralleli. Da una parte ha vinto la tradizione musicale, evidenziata con tanti applausi a scena aperta indirizzati alle singole prestazione degli artisti o di gruppo, sotto la gestione attenta e vigorosa di Ciampa, coadiuvato dall'Orchestra Filarmonica Arturo Toscanini e dall'Orchestra giovanile della via Emilia che ha colto un successo personale e di ammirazione del pubblico per aver mantenuto sempre tensione interpretativa sul palco. Il coro del Teatro Regio diretto da Martino Faggiani si è reso parte integrante sia dello spettacolo che della parte musicale, riuscendo sempre a afferrare attenzione e rispetto degli spettatori. Un palco che si reggeva su di un cast affiatato con punti fermi in Michele Pertusi, Zaccaria, bersaglio immediatamente nel suo ingresso in scena dalle prime contestazioni senza neanche aver il tempo di iniziare il canto e nel Nabucco del baritono Amartuvshin Enkhbat, ormai una consolidata certezza in questo ruolo per timbro voce e fraseggio. Saoia Hernandez è stata una Abigaille eccezionale, sicura nella parte ardua e complessa che richiede prestanza vocale e in questo caso capacità attoriali in grado di interpretare ogni minimo gesto richiesto dalla regia. Bene anche il resto del cast: Annalisa Stroppa (Fenena), Ivan Magrì (Ismaele), Gianluca Breda (Gran Sacerdote Di Belo), Manuel Pierattelli (Abdallo), Elisabetta Zizzo (Anna). Unanimità di applausi e ovazioni per i cantanti, trionfo per la direzione musicale mentre problematica è stata la reazione di parte del pubblico alla comparsa dei due registi. Certamente l'allestimento presenta alcuni spunti interessanti, ma i responsabili devono avere la pazienza di asciugarlo di alcuni eccessi di simbologia, specie nei cambi scena che risultano stucchevoli: troppo lunga la scena dell'annegamento, come quella del distruggitori di documenti, che sarebbe stata più comprensibile all'interno dell'azione musicale. Poi occorrerà affidarsi alla capacità del pubblico di intendere. Sarà interessante vedere come il Teatro dell'Opera di Zagabria, coproduttore, recepisca l'allestimento. Del resto occorre prendere atto che ormai allestimenti contestuali alle cronologie dei libretti si fanno sempre più rari.

Federica Fanizza

Ultima modifica il Martedì, 08 Ottobre 2019 08:52

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