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APOCALISSE - creazione di Maria Federica Maestri e Francesco Pititto

"Apocalisse", creazione di Maria Federica Maestri e Francesco Pititto "Apocalisse", creazione di Maria Federica Maestri e Francesco Pititto

Progetto Sacre Scritture | Reidratazioni del Presente Urbano
22-23-24 giugno e 27-28-29-30 giugno
presso Padiglione Nervi-Area WOPA, Parma
Creazione di Maria Federica Maestri e Francesco Pititto
Drammaturgia, imagoturgia | Francesco Pititto
Composizione, installazione, involucri | Maria Federica Maestri
Musica | Andrea Azzali
Interpreti | Fabrizio Croci, C.L. Grugher, Valentina Barbarini, Sandra Soncini, Tiziana Cappella
Soprano | Victoria Vasquez Jurado
Estrazioni documentarie | Anna Kauber
Riprese video | Julius Muchai
Produzione | Lenz Fondazione
Si ringrazia l’Associazione Amici di Kibiko, i Settori Cultura e Lavori Pubblici/Patrimonio del Comune di Parma 
Visto al Padiglione Nervi-Area WOPA, Parma, 24 giugno 2023

www.Sipario.it, 29 giugno 2023

Monaci-guerrieri o guerrieri spirituali, i performer, nella  marzialità quasi danzata del prender possesso dello spazio nel primo quadro; corpi disegnati (fuor che per la nudità fragile e rotta dell’Agnello) dalle linee svasate di tuniche strette alla vita da fasce cinghiate, che nel terzo quadro lasciano cadere ogni guscio protettivo e si offrono all’abluzione, in un gesto di nudità che accoglie la doccia di un filo d’acqua; corpi esposti nella loro fragilità di protuberanze e incavi (campo militare, doccia di camere sacrificali?): un lavacro intimo e cosmico insieme. E l’immagine ambigua del libro dell’Apocalisse ibernato in un blocco di ghiaccio che goccia a terra e del quale gli attori lambiscono e mordono gli orli: sete di verità o idolatria?
Apocalisse di Giovanni con riferimenti a Ingmar Bergman, Dostoevskij, Steiner, Blake; letteratura, poesia, arti visive, cinema. Gli affreschi del Correggio nella cupola della chiesa di San Giovanni evangelista a Parma proiettati sul soffitto e sulle pareti. Al centro l’Agnello, il Salvatore, il Sacrificato, che Valentina Barbarini incarna nella sua dolcezza bianca e inerme. E di agnelli vediamo lo  sgozzamento, in una scena video proiettata su parete, per le mani di macellai esperti, a far da contraltare alle statuarie, enigmatiche azioni dei personaggi in movimento intorno a elementi architettonici come strappati all’ordine razionale dell’edificio religioso e ricomposti in ordine inverso: colonne tenute sospese da un carro ponte; capitelli poggiati direttamente sul pavimento del Padiglione Nervi, imponente complesso architettonico di archeologia industriale. 
L’apocalisse delle immagini bibliche e nelle immagini dell’attualità: come quelle, proiettate, della discarica dello slum di Nairobi, l’area più inquinata del pianeta, o del quotidiano immisurabile massacro animale. Segni di un’apocalisse già in atto che un’umanità distratta fa fatica a riconoscere come tale. E su tutto la musica di Andrea Azzali che altera la percezione: tumulti sonori, ondate metalliche – e gli inserti vocali della soprano Victoria Vasquez Jurado.
E’ difficile riassumere in poche righe un lavoro così complesso, come sempre accade con Lenz. Anche lo spazio sta per qualcos’altro, lo evoca e allo stesso tempo lo revoca: il pavimento della sala principale ripartito in capitelli di colonne disposti su due linee parallele a delineare una navata: la chiesa di San Giovanni Evangelista rievocata e revocata dallo spazio industriale, in un’ambivalenza che irradia potenzialità di senso. 
Il tempo d’eco della voce umana, nel primo ambiente (lo spettacolo si muove per quattro grandi sale, chiedendo agli spettatori di seguire l’azione) si prolunga per 8 secondi dopo che si è parlato; così le voci, come trasumanate per naturale effetto acustico, si abbandonano naturalmente con il  loro dettato poetico alla cadenza, alla pronuncia assoluta della profezia. 
Sempre Lenz ci ha “abituato” a queste interrogazioni di spazi altri dalla sala canonica del teatro, come in una ostensione di qualcosa che rimane all’ombra della consapevolezza sociale e individuale, come a voler attribuire un linguaggio a ciò che ha smesso di parlare; così come il gruppo di Parma ha da sempre lavorato per  attribuire facoltà di presenza artistica a chi presenza artistica ancora non aveva – si veda il pionieristico lavoro con gli “attori sensibili”, persone con disabilità, trasfigurate in bellezza assoluta nel cimento della scena. Ma la parola “abituato” inganna. Non è mai un atto d’abitudine rispondere a una nuova “chiamata” di Lenz. E’ in queste strutture sospese d’uso, non-luoghi smarriti, che il gruppo di Parma diretto da Maria Federica Maestri e Francesco Pititto inserisce i suoi cunei ermeneutici, per mostrare una frattura o allargarla e allo stesso tempo rivendicarla come spazio di bellezza. E questo straordinario e periglioso spettacolo lo conferma.

Franco Acquaviva

Ultima modifica il Giovedì, 29 Giugno 2023 19:05

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