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DIONISIACHE - regia Giorgio Barberio Corsetti

Dionisiache Dionisiache Regia Giorgio Barberio Corsetti

ispirato a Le Dionisiache di Nonno di Panopoli
regia: Giorgio Barberio Corsetti
drammaturgia: Giorgio Barberio Corsetti e Raquel Silva
musiche: Gianfranco Tedeschi e Daniela Cattivelli
scenografia: Giorgio Barberio Corsetti e Mariano Lucci, costumi: Marina Schindler, luci: Gianluca Cappelletti
con Filippo Dini, Biagio Forestieri, Agnès Fustagueras Puig, Marti Soler Gimbernat, Gaia Insenga, Julien Lambert, Gaia Saitta, Federica Santoro, Gaetano Sciortino, Raquel Silva, Pietro Tammaro
Tivoli, Festival di Villa Adriana, dal 21 al 24 giugno 2007

Avanti, 26  giugno 2007
www.Sipario.it,  2007
Corriere della Sera,  24 giugno 2007
Dionisiache suggestioni

La residenza imperiale fuori Roma, a Tivoli, di Publio Elio Adriano è già uno spettacolo in sé. Le luci della notte la illuminano coi ruderi e le vasche d'acqua brillanti tra le statue di un'antica magnificenza dimora delle culture degli ultimi anni dell'imperatore e l'attuale di un teatro che la occupa per rivitalizzarla e donarle ancora momenti di splendore.

Il Festival internazionale di villa Adriana, che, dopo la festa di inaugurazione in città dello scorso 16 giugno aprirà la scena oggi con le "Dionisiache" del suo direttore artistico Giorgio Barberio Corsetti per concludersi il 14 luglio con "Vertiges" del regista franco-algerino Tony Gatlif, è il riportare così a nuova vita culturale e artistica un posto che vive d'incanto con la sua storia che risale al 117 d.C. e mai finita. Un festival per rischiarare la notte quando la notte è lo spazio del pensiero e del sogno, ecco la necessarietà di questa rassegna che pare proseguire le linee tracciate da Corsetti e "Musica per Roma" con "Equilibrio" e "Metamorfosi". Per questo il sito protetto dall'UNESCO come patrimonio dell'umanità si fa scena aprendosi alle "Dionisiache", tratte dall'enorme poema epico di Nonno di Panopoli, che sfruttano il teatro costruito nella villa per dichiarare il tema di questa prima edizione: il rapporto tra Eros e Dionisio. "Dionisiache" (da oggi al 24 giugno) è la prosecuzione del viaggio di Corsetti iniziato l'anno passato con "Dionisio nato tre volte", uno spettacolo che racconta il viaggio del dio del vino e del teatro "attraverso il mondo e le sue vittorie" tra gli attori e gli acrobati di Fattore K., baccanti, ninfe, satiri, bestie feroci ammansite e la grande creatività di un regista capace ogni volta di prendere il mito e renderlo nostro contemporaneo. Il mito nostro attuale e l'eros e dionisiache suggestioni risuoneranno e si esibiranno dunque in tutti gli altri spettacoli internazionali che seguiranno il viaggio della nave di Fattore K.. L'Argentina allora sarà un'altra tappa: la terra di Rodrigo Garcia che il 29 e 30 giugno proporrà con "Cruda. Vuelta y vuelta. Al punto. Chamuscada" le murgas, formazioni di canto, ballo e musica per una festa carnevalesca che diventa situazione di forte denuncia sociale del Sudamerica. Il viaggio tra Eros e Dionisio proseguirà poi il 3 e il 4 luglio facendo rotta nella seducente terra tra l'Olanda e l'India di "The manganiyar seduction" di Roysten Abel, concerto al confine del quartiere a luci rosse di Amsterdam con i suoni della musica tradizionale dei manganiyar. Ancora musica il 5 con Ludovico Einaudi che metterà il suo pianoforte proprio a disposizione del mito, "Il tempo del mito", come modo per riordinare e comprendere la realtà. Una realtà che accede al popolare il 6 coi canti di "Bbella fatte chiamà. Canti d'amore dalla campagna romana" di Ambrogio Sparagna coi cantori della valle dell'Aniene e l'orchestra popolare italiana dell'Auditorium Parco della Musica. E poi la danza del giovane coreografo belga-marocchino Sidi Larbi Cherkaoui il 9 e 10 con "Myth" sugli eventi e sulle trasformazioni che questi operano in noi con in scena dodici danzatori, due attori, la musicista Patrizia Bovi e il suo ensemble Micrologus. La conclusione di questo itinerario tra il mito e la storia si concluderà il 13 e il 14 luglio con "Vertiges" di Tony Gatlif in uno spettacolo di musiche e danze ricco di quaranta artisti provenienti da Spagna, Nordafrica ed Europa dell'Est che omaggia un'arte nomade che si sviluppa in tanti piccoli grandi incontri, straordinari ogni volta. Perché tutto è in movimento e tutto è straordinario. Come certe sere d'estate benedette dagli dei e da un imperatore che dialogò con loro.

Sergio Gilles Lacavalla

Le Dionisiache di Nonno

viste da Barberio Corsetti

Premessa. Lo diciamo da tempo: i direttori artistici, siano essi attori, registi, operatori culturali, di Organismi pubblici, compresi i Festival, per un principio deontologico e per non essere tacciati di conflitto d'interessi dovrebbero resistere alla frenesia di voler per forza mettere in scena un loro sogno. Magari da tanti anni dormiente in un cassetto. Insomma, se fanno i direttori devono esonerarsi dal fare le regie. Perché è evidente che il ruolo di direttore arrtistico (remunerato) non potrebbe mai ostacolare il ruolo del regista (remunerato) ambizioso, che volendo realizzare un progetto creativo a lui caro, solo a lui, non guarderebbe a spese, anche superflue.

Diciamo ciò perché questo problema investe il denaro pubblico, compreso il mio, il vostro, e, come cittadini, abbiamo il diritto di tutelare la buona gestione del Bene pubblico, soprattutto quando è al servizio di "eghi" sfrenati di registi e non verso il pubblico.

Entriamo nel particolare. Il direttore artistico del Festival Internazionale di Villa Adriana, di Tivoli (Lazio) è Giorgio Barberio Corsetti, che è anche regista dello spettacolo "Dionisiache", prima assoluta, che apre le manifestazioni. Il testo, tratto dall'imponente poema tra i più corposi dell'antichità, di Nonno di Panopoli (citato di striscio tra le pieghe di un depliant di sostegno allo spettacolo, offerto a tutto il pubblico, altrimenti si perderebbe tra il caos delle numerose sequenze) porta la firma per la drammaturgia sempre del nostro Giorgio Barberio Corsetti (altre remunerazioni che arriveranno dalla vendita dei biglietti tramite Siae) insieme a certo Raquel Silva. Per finire, sempre il nostro firma anche la scenografia (altro bonus) insieme a Mariano Lucci.

Per questo spettacolo-monstre Corsetti non ha badato a spese, anche se lo spettacolo viene replicato per quattro sere, e difficilmente, molto difficilmente, sarà portato in giro, mettendo in campo una macchina teatrale complessa, fatta di pontili, tralicci, carrelli, carrucole, fili d'acciaio, ampi teli, oggettistica a non finire; insomma una struttura tutta metallica, composta da elementi mobili che gli attori, tutti, devono faticosamente far deambulare, tra una scena e l'altra, da destra a sinistra, da sinistra a destra, dal fondo in avanti, e viceversa: non c'è angolo di palcoscenico che non abbia sentito il peso di questi pontili. Su questi elementi di scale, montanti, tubi, traverse, gli attori (otto), acrobati/danzatori (tre) si muovono scimmiescamente, come atleti da circo, per animare le sequenze.

Il regista, che certamente ha una fervida creatività drammaturgica, che certamente ama un teatro dinamico di pantomime ginnico-acrobatiche, convinto che il teatro risieda in tutto ciò, dimenticando la buona recitazione, si permette di proporre due ore continuate, vale a dire senza intervallo, un atto sadico per le nostre tenere natiche, di cui almeno trenta minuti se ne vanno per effettuare i cambiamenti a vista, un'accozzaglia di proposte che vorrebbero essere innovative e che invece fanno già parte della memoria, essendo già viste e riviste. Niente di male, in fondo, il teatro è anche ripetizione, rimasticamenti di segni già vissuti, ma diventa male quando questa continua insistenza di una scrittura scenica, funambolica, rocambolesca, danneggia il tessuto drammaturgico, la chiarezza, il senso della narrazione, il senso dei contenuti, di un presunto testo che assurge a semplice pretesto per partorire, scena su scena, la voglia di dimostrare una bravura creativa di assemblaggi più a favore della personalità del regista che verso la comprensione del pubblico. Tanto è vero che ha sentito la necessità di far trovare sulle sedie della platea uno stampato che serve da guida alle tredici scene, che nessuno ha la voglia e il tempo, di leggere a pochi minuti dall'inizio dello spettacolo. Risultato: se qualcuno vuol capire cosa è successo nell'arco delle due ore deve, a casa, rileggere lo stampato, perché altrimenti non si capisce un' acca. Infatti, qualcuno, quatto quatto, si è dileguato prima della fine dello spettacolo.

E poi ci sono scene che indispongono in quanto fini a se stesse, come quella di prendere un pollo spennato per consentire al personaggio Licurgo, macellaio, re dall'Arabia, come verrà trattata l'uccisone di Dioniso: trac, un colpo di mannaia, per staccare il collo e gettarlo via; trac, un colpo alle ali, poi alle zampe, e così via. Una vivisezione provocatoria già vista negli anni settanta e che indispose il pubblico e che svuota le parole del testo.

Gli attori della compagnia, continuamente esposti alla propria incolumità, hanno risposto, anche troppo, con sincera partecipazione al volere (un po' disumano dobbiamo dirlo) del regista, ossessionato di voler far vedere che c'è.

Forse se fosse prevalsa una costruttiva resistenza alle proposte del regista, forse qualche scena l'avremmo potuta ascoltare, anziché forzatamente "vedere" tra una recitazione tutta sopra le righe, amplificata, per giunta, e mescolata tra grida e fonemi più tesi a riempire la scena che a chiarirla.

Di questi bravi attori, tutti, abbiamo ammirato le qualità di duttilità, di energia fisica, di adesione al progetto, impegnandosi in salti, capriole, lotte, in voli sospesi nel vuoto, scalate, discese, arrampicamenti, servizi di scena, in canti da karaoke, e chi più ne ha più ne metta.

Ah, dimenticavo la storia. Leggiamo dal depliant di "soccorso": "Dionisiache racconterà il viaggio del dio del teatro attraverso il mondo e le sue vittorie: la spedizione in India contro il re Deriade, le memorande ed eroiche azioni sulla terra fino al raggiungimento dell'Olimpo. Il corteo del dio sarà composto da baccanti, ninfe, satiri, bestie feroci ammansite, giovani e vecchi. Dioniso conduce la sua guerra contro le forze empie ed ingiuste del popolo degli indiani che sono un'invenzione mitica più che una invenzione geografica, e che incarnano la parte opaca, glutinosa e pesante che è in ognuno, che rinserra, chiude il corpo e la testa. Bacco, dio del vino e dell'ebbrezza, della pienezza del sentire, è anche il dio della danza e del teatro, del corpo in espansione e della presenza bruciante dell'essere. Quando scompare per andare a visitare il mondo dei morti, assetati di vino e di vita, perde il suo sesso e lascia la sua effigie, diventa femminile e, finchè non ritorna, di lui resta la maschera. Il teatro è la maschera che prende il posto del dio assente".

Nico Arse

Lo spettacolo di Barberio Corsetti ispirato a Nonno di Panopoli, poeta del mistero

«Dionisiache», la forza della natura

Sono pazzo per Nonno di Panopoli, per il suo caos e per le sue simmetrie, per la sua scienza e per le sue euforie. Da qualche giorno lo leggo, sistematicamente o a caso, aprendo le sue Dionisiache come si apre la Recherche di Proust o - per essergli più prossimi - Decadenza e caduta dell' impero romano di Gibbon. Di Nonno, come ci dice Dario Del Corno, si sa poco. Un epigramma dell' Antologia Palatina suona così: «Nonno io sono, di Pan è la mia città, e nell' isola di Faro / con la spada della voce ho mietuto le razze dei Giganti». Poi, dopo la metà del VI secolo, Agatia Scolastico informa che Nonno nacque a Panopoli, una città sulla riva destra del Nilo. La più verosimile data di composizione delle Dionisiache è intorno alla metà del V secolo. Rimugino queste notizie camminando tra le rovine di Villa Adriana. Siamo partiti da largo Marguerite Yourcenar, una nomenclatura di recente conio; e saliamo verso la silente, buia piscina, in cui si riflettono le ombre di due alberi-sentinelle, misteriosi come la vita del poeta. Pure, Nonno fu amato a dismisura da un altro grande, Constantinos Kavafis, nel comune culto per l' imperatore Giuliano o per ciò che egli rappresenta, la sintesi impossibile di mondo pagano e cristiano. Nella poesia «Esuli» Kavafis dice: «La sera c' incontravamo sulla spiaggia / noi cinque (con nomi fittizi,/ naturalmente), e i pochi altri/ greci che erano rimasti in città./ Talvolta parlavamo di affari di chiesa (qui sembrano/ inclinare per Roma), talvolta di letteratura./ L' altro giorno abbiamo letto versi di Nonno./ Che immagini, che ritmo, che lingua, che armonia». A queste immagini e a questi ritmi dà vita teatrale Giorgio Barberio Corsetti, che a Nonno si accosta dopo Ovidio e Apollonio Rodio. A Barberio, come è ovvio, non interessano né la decadenza né il mondo ellenistico, per il quale si struggevano Kavafis e lo stesso Gibbon. Né gli interessano, io credo, il mondo cristiano e il mondo pagano in quanto tali. Gli interessano proprio gli attributi eccelsi di cui parla Kavafis, il ritmo epico e le immagini a cascata di Nonno. Leggendolo, e ora guardando lo spettacolo, si rimane a bocca aperta. Nella contaminazione di antico e contemporaneo, tra dei e cellulari, ciò che Barberio ricrea è il tumultuoso, filosofico alessandrinismo di Nonno, un poeta che non si tira indietro di fronte a nulla. Per ogni figura, per ogni situazione, egli ha una parola in più, che nel suo caso è una parola buona. Ci appare come una forza della natura, un energumeno. Le Dionisiache sono in 48 canti, cioè Iliade più Odissea. Ma di Omero Nonno s' infischia, sia nel tema, sia nel sovrabbondante stile. «Dio non è grande», Christopher Hitchens esclama nel titolo del suo sarcastico libro contro i monoteismi. Mi chiedo cosa direbbe di fronte a Dio-niso, il dio di Nonno. Egli va alla conquista dell' India cinto di pampini, vestito da donna (in Barberio una rossa sottana), e con la sola «spada della voce». Questa avventura dello spirito, o meglio della poesia, per la redenzione della materia, ovvero della brutalità, dell' inciviltà, come viene a Villa Adriana rappresentata? I mezzi di cui Barberio Corsetti si avvale risultano semplici: tre castelli (tre impalcature metalliche) su ruote. Essi sono a un piano, a due e a tre. Ognuno è fornito di una scala. Dalle combinazioni tra questi «castelli» scaturisce l' essenza metamorfica della vicenda di Dioniso, il dio che volle andare in guerra danzando. La ricchezza delle storie e delle immagini, scandita una vibrante musica minimalista, è irraccontabile. Posso dire che lo spettacolo cresce a poco a poco ma che si definisce nell' allegra energia dei suoi interpreti e, è il caso di dirlo, nell' alcolica ebbrezza del suo dio.

Franco Cordelli

Ultima modifica il Lunedì, 16 Settembre 2013 09:39

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