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FILO DI MEZZOGIORNO (IL) - regia Mario Martone

Donatella Finocchiaro e Roberto De Francesco
 in "Il filo di mezzogiorno", regia Mario Martone. Foto Mario Spada Donatella Finocchiaro e Roberto De Francesco
 in "Il filo di mezzogiorno", regia Mario Martone. Foto Mario Spada

di Goliarda Sapienza

adattamento Ippolita di Majo

regia Mario Martone

con Donatella Finocchiaro, Roberto De Francesco

scene Carmine Guarino

costumi Ortensia De Francesco

luci Cesare Accetta

aiuto regia Ippolita di Majo

assistente alla regia Sharon Amato

assistente scene Mauro Rea

assistente costumi e sarta Federica Del Gaudio

direttore di scena Teresa Cibelli

capo macchinista Enzo Palmieri

macchinista e attrezzista Domenico Riso

datore luci Francesco Adinolfi
fonico Paolo Vitale

elettricista Angelo Grieco

amministratrice di compagnia Chiara Cucca

foto di scena Mario Spada

Il filo di mezzogiorno è pubblicato da La nave di Teseo

Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, 
Teatro Stabile di Catania
, Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale, 
Teatro di Roma – Teatro Nazionale
Teatro Carignano, Torino, 10 aprile 2022

www.Sipario.it, 20 aprile 2022

Una donna sbuca da un lato del palcoscenico, a sipario ancora chiuso, attraversa il proscenio, scende i gradini che lo uniscono alla platea e si piazza difronte al pubblico. È chiaro fin dall’inizio che non vi saranno filtri. Non vi è aggressività né scandalo nelle sue parole, né artificiosità nelle sue movenze, ma un disarmante invito a seguirla in un viaggio intimo, a ritroso nel tempo, nel tentativo di recuperare una memoria perduta.
Il sipario si apre. La scena è doppia, come riflessa in uno specchio aperto. Identici i divani, le poltrone, gli scrittoi, le librerie a muro, le fotografie... Potrebbe trattarsi del salotto di uno psicanalista o di un interno borghese. Scopriamo presto che valgono entrambe le cose.
La storia è quella di Goliarda Sapienza, artista e scrittrice di talento, cresciuta in un ambiente intellettuale, socialista e controcorrente, che quasi per caso intraprende ancora giovanissima la carriera di attrice, per poi abbandonarla e dedicarsi alla scrittura. Conosce il carcere e l’internamento, ma non ne ha memoria. Gli elettroshock le hanno strappato via i ricordi.
Un uomo arriva, di tanto in tanto, per aiutarla. Riaffiorano così le immagini di un’infanzia lontana. È un medico dei bambini? Si chiede Goliarda. No, è un medico dei pazzi, glielo ha mandato Cetto, il compagno-non marito. È uno di quei medici nuovi che credono che la memoria si possa recuperare parlando, raccontando, abbandonandosi. E così Goliarda gli si affida e poco alla volta emergono il rapporto complicato con la madre, le vicende burrascose del padre, le passeggiate con il fratello sfortunato, l’audizione all’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico, la recita della “Pazza”, Cetto, le poesie, l’amore. No, non è amore, corregge il medico, questo è un transfert. Eppure lei sente ora di amarlo e glielo dice, senza pudore. Glielo ripete. Ancora. Si oppone lucidamente al suo paternalismo falso e datato. Da un po’ di tempo quel medico non porta più la fede.
I due salotti avanzano e retrocedono separatamente, come in una sequenza cinematografica, guadagnandosi il primo piano. Sono gli spazi in cui agiscono distintamente i due protagonisti. Il rumore di uno specchio infranto marca l’ingresso dell’una nell’intimità dell’altro.
Ora è lui a cercarla, poi l’allontana, perde il controllo di sé, avrebbe forse bisogno di un medico. Crolla. Scende in platea, difronte al pubblico, prima specchio di Goliarda ora specchio suo. Dove sta dunque il male? Se lo chiede Goliarda “se siamo morbosi, malati, pazzi, a noi va bene così. Lasciateci la nostra pazzia e la nostra memoria”.
Raffinate la regia delle luci e le scelte musicali. Magnifica l’interpretazione di Donatella Finocchiaro, mai sopra le righe, intensa e sempre credibile nei panni trascurati e seducenti di Goliarda.
La incontrai la prima volta nel 2005, o forse era il 2004, sul set del film “Una fiamma sul ghiaccio”. Lei nei panni della protagonista, io chiamata per una sola posa a interpretare il ruolo di una dottoressa di reparto psichiatrico. Non girammo insieme alcuna scena, che condivisi invece con Raoul Bova. Ricordo che di lui non mi colpì la bellezza, ma la compassione che dimostrò nei confronti di alcuni figuranti (emarginati, senzatetto, persone fragili scritturate per interpretare sé stessi), in particolare verso una donna in preda a un attacco spaventoso di tosse. Subito dopo mi stupii del mio stesso stupore: perché mai un personaggio noto non avrebbe dovuto preoccuparsi di una persona fragile e precipitarsi a recuperarle dell’acqua? Invece Di Donatella Finocchiaro, nei panni di una clochard, sì, mi colpì la bellezza: mediterranea, verace e prorompente.
Fu credo in quello stesso periodo che ricevetti in dono da un’amica “L’arte della gioia” di Goliarda Sapienza, un romanzo intriso di passione, bellezza, sofferenza, scandalo, che divorai in brevissimo tempo. Scoprii Goliarda solo allora e me ne innamorai. Subito dopo lessi “Il filo di mezzogiorno”.
Non mi era più capitato di rivedere Donatella Finocchiaro fino all’anno scorso, assistendo in un cinema di Firenze, appena riaperto dopo la forzata chiusura da Covid, alla proiezione delle “Sorelle Macaluso” di Emma Dante (altra donna artista eccezionale, in cui interpreta Pinuccia adulta.
Un filo lega queste donne coraggiose e le loro storie.

Francesca Maria Rizzotti

Ultima modifica il Lunedì, 25 Aprile 2022 09:24

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