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Piero Maccarinelli

IL FIGLIO – regia 
Piero Maccarinelli

 “Il figlio”, regia Piero Maccarinelli. Foto Achille Le Pera “Il figlio”, regia Piero Maccarinelli. Foto Achille Le Pera

di Florian Zeller
traduzione Piero Maccarinelli
con Cesare Bocci, Galatea Ranzi, Marta Gastini, Giulio Pranno, Riccardo Floris, Manuel Di Martino
scene Carlo De Marino
costumi Gianluca Sbicca
musiche Antonio di Pofi
luci Javier Delle Monache
regia Piero Maccarinelli
produzione Il Parioli, Teatro della Pergola
teatro Goldoni, Venezia, 19, 20, 21, 22 gennaio 2023

www.Sipario.it, 24 gennaio 2023

Di fronte a questo spettacolo un aspetto tecnico che mi colpisce, per quanto possa esser considerato infimo, è il fatto di aver trascurato i costumi dei personaggi, che rimangono quasi in tutti i casi gli stessi anche in una durata di tempo cronologico consistente. Dettaglio che, per carità, non pregiudica il risultato dell’opera, che definirei buona, con qualche bella scena particolarmente indovinata, ma particolare che un po’ disturba e che non credo possa passare del tutto inosservato. Ma veniamo al dramma, che si insinua in saliscendi emotivi continui, con una bella scrittura dell’autore. Florian Zeller oltre a “La madre” e a “Il padre” scrive anche, appunto “Il figlio” che non si connette alle altre sue prove citate , non trova collegamenti se non quelli di scandagliare rapporti umani famigliari, guardandoli in prospettiva. Al centro della vicenda una dolorosa, difficile incomprensione generazionale, tra un figlio che si considera tradito dal padre che a sua volta ha tradito la mamma del ragazzo, lasciandola e facendo un nuovo figlio con una ragazza più giovane. Cosa mai accettata dal ragazzo, che certamente va nel più profondo della questione, si rispecchia in certi atteggiamenti del genitore, del voler pensare al figlio fieramente per ritrovare un nuovo lui. Nicola, che Giulio Pranno interpreta a tratti in modo adeguato , altre volte meno, nel suo malstare di ragazzo dai lati incongrui rispetto alla famiglia risulta specchio di alcuni giovani che incrociamo qui e là, vittima anche di se stesso, di un incubo vissuto ma che in ogni caso dovrebbe superare. Si muove in una efficacissima scenografia, con quadri al neon verticali e saloni a scomparsa, Piero, suo padre, uomo d’affari e incravattato, ingessato direi ancor meglio, incapace di capire suo figlio e forse tutti quelli che gli stanno attorno per amor della carriera e dei propri interessi. E la sua ex moglie Anna, attonita e confusa, solo la brutta copia di ciò che probabilmente è stata in gioventù. Terzo incomodo, ma per modo di dire in quanto nuova compagna di Piero e madre del piccolino nato dal loro amore, Sofia, che si trova in mezzo alla tempesta e va in crisi nonostante faccia di tutto per non pensare alla situazione, rimanendo sempre e nonostante tutto al fianco di Piero. Cose ne accadono, con un crescendo molto ben scritto, e atmosfere in continuo cambiamento che ribaltano prima una direzione possibile poi altre ancora, ed è la cosa interessante del testo. Zeller come ogni autore che si rispetti del resto va a scavare a fondo nei personaggi più in vista ma non lascia a se stessi nemmeno gli altri. E’ una specie di partita a scacchi, e sembra di assistere a tante situazioni che se non ci riguardano direttamente almeno le conosciamo, le abbiamo viste nelle case dei nostri amici o parenti. Il conflitto cresce e si trasforma, si contorce, si evolve, emoziona, fa amare dividere soffrire, anche come spettatori. Spesso i protagonisti si muovono sul filo del rasoio, funamboli attoniti, con colpi di scena che si susseguono in un clima sinistro, purtroppo inquietante. Fino al finale, in una sorta quasi di liberazione dopo una suspence durata un’ora e quaranta, sul “che succederà?” (se non si conosce la trama del tutto ovviamente). Cesare Bocci è asciutto, misurato ma anche si scalda quando serve, dà un’ottima prova, a suo agio anche Marta Gastini che fa Sofia quasi in punta di piedi, attenta, meticolosa. Mi è piaciuta meno Galatea Ranzi, pur attrice di grande valore, che sommessa soffre ma è bloccata, tace, imprigionata nel suo salotto borghese, solitario. Il pubblico ancora una volta, ed è sempre gran cosa constatarlo, sta in silenzio rigoroso, per esplodere alla fine, soddisfatto e annichilito.

Francesco Bettin

Ultima modifica il Martedì, 24 Gennaio 2023 21:30

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