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RIPORTAMI LÀ DOVE MI SONO PERSO - regia Luca Zilovich

Michele Puleio e Maria Rita Lo Destro in "Riportami là dove mi sono perso", regia Luca Zilovich Michele Puleio e Maria Rita Lo Destro in "Riportami là dove mi sono perso", regia Luca Zilovich

Drammaturgia e regia di Luca Zilovich
Interpreti: Michele Puleio e Maria Rita Lo Destro
Voci Off: Giulia Trivero e Paolo Arlenghi
Disegno luci: Enzo Ventriglia
Canzone originale: “In Scatola” Dado Bargioni
Promozione e organizzazione: Francesca Pasino
Ufficio Strampa Theatron 2.0
Produzione: Officine Gorilla e Teatro della Juta
Prima Edizione del Catania Off Fringe Festival
Palazzo della Cultura dal 27 al 30 ottobre 2022

www.Sipario.it, 30 ottobre 2022

Riportami là dove mi sono perso sembra una battuta che Charlie Brown dice alla sua amica del cuore Lucy, con accanto uno sbigottito Snoopy, magari su un campo da baseball, dopo che il pitcher gli ha lanciato uno strike e l’omino calvo vede la palla insaccarsi inesorabilmente nel guantone del catcher. Una battuta che è pure il titolo della pièce scritta dall’alessandrino Luca Zilovich, curandone lui stesso la regia nell’Auditorium Marchesi del Palazzo della Cultura (già Platamone) di Catania, all’interno della prima edizione dell’Off Fringe Festival, i cui meritevoli direttori artistici Francesca Vitale e Renato Lombardo sono stati in grado di trovare nella città etnea undici spazi per 54 spettacoli andati in scena in due settimane di programmazione (dal 16 al 30 ottobre). Una battuta, dicevo, che i due compenetrati protagonisti dello spettacolo, Emma di Maria Rita Lo Destro e Theo di Michele Puleio, certamente credibili nei loro ruoli, ad un tratto dicono prima di dirsi addio. Ma andiamo per ordine: lui scrive e guadagna qualcosa facendo il correttore di bozze, mentre lei non si capisce cosa faccia: dirà solo che un suo progetto è stato accolto positivamente da alcuni imprenditori austriaci. Dalle fonti che ricavo lo spettacolo gira per l’Italia da almeno quattro anni, dal 2018, da quando erano lontane la pandemia da Covid 19, la guerra Russia/Ucraina, la crisi economica, in un tempo in cui era facile pagare bollette e comprare generi di prima necessità. Adesso i due piccioncini non fanno alcun riferimento a questi fatti: pagano regolarmente l’affitto della casa, non fanno la spesa e non cucinano. Li vediamo sempre in una stanza tratteggiata da alcuni segmenti bianchi, comprese i tre usci che indicano il portone d’entrata e l’accesso in altre camere, mentre al centro, sul fondo, è situato un tavolo quadrato e due sedie anch’esse bianche, piene di libri e scartoffie e un pc manovrato da lei. Ci sono pure delle tazze, prima piene forse di tisane o di altro e poi nient’altro. I due si amano, fanno l’amore, la sola cosa per cui vale la pena vivere perché resta nella loro memoria, escono entrano, non mi pare che vedano amici, né che frequentino gallerie d’arte, teatri o cinema. Talvolta si odono le voci al telefono di alcuni conoscenti (quelle di Giulia Trivero e Paolo Arlenghi) e lo spazio è magnificamente illuminato da Enzo Ventriglia. C’è qualcosa che unisce i due personaggi e succede giusto all’inizio quando lui alzandosi cade dalla sedia e rimane lì steso per terra senza poter articolare la gamba sinistra. Lei lo soccorre, il medico (che non si vede) lo rimette a posto e la vita continua pigramente senza scosse, come se i loro corpi venissero ricoperti da una coltre di noia. Che si manifesta con la scontentezza di lui che si sente sminuito nel suo lavoro, evidentemente aspirerebbe a scrivere dei libri suoi e non di altri per i quali deve solo correggerne i refusi. Anche lei è scontenta del suo tran-tran quotidiano, mandando a quel paese il suo Theo che se ne va a dormire per terra da solo, per essere poi raggiunto nottempo da lei che si gli corica accanto. Emma lo fotografa mentre Theo dorme e quando si sveglia lui le dice di non amare l’ordine, anche perché convinto che solo il disordine toglie gli spazi e avvicina chi ci abita. Sembra una commedia come tante che parla della crisi di coppia senza un fil rouge che intrighi lo spettatore, che si domanda cosa ci sia in quello scatolo di cartone che lui richiude doviziosamente. Un certo sobbalzo si ha quando lui dopo aver raccolto da terra appunti, libri e fogli sparsi. lei gli rivela d’essere in cinta. Una specie di bomba che scoppia nella mente di lui, ma che manda in tilt anche lei, recriminando ognuno le proprie ragioni, se davvero un figlio è ciò che entrambi vogliono, considerando i sacrifici economici e morali che si dovranno affrontare e se un figlio possa davvero rinsaldare i loro sopiti rapporti. Il risultato finale sarà che lui farà la valigia, lei resterà lì ferma in quella stanza cercando di scoprire cosa ci sia in quel cartone. Sembra che Zilovich voglia mettere in risalto la crisi della generazione dei trentenni, tuttavia lo invogliamo ad aggiornare la sua pièce esortandolo a vedere o rivedere i 21 film realizzati da Francois Truffautt, i 33 quelli di Luis Buñuel, i 19 di Federico Fellini, gli oltre 44 di Ingmar Bergman, nonché la filmografia di Harold Pinter tratta dai suoi lavori teatrali.

Gigi Giacobbe

Ultima modifica il Domenica, 30 Ottobre 2022 20:39

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