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VENERE E ADONE - regia Valter Malosti

Venere e Adone Venere e Adone regia Valter Malosti

di William Shakespeare
regia: Valter Malosti
con Valter Malosti, Daniele Tratsu, Yuri Ferrero
produzione Teatro Dionisio, Fondazione Teatro Stabile di Torino, residenza Multidisciplinare di Asti, teatro Comunale, Casalmaggiore.
Milano, Teatro Litta, fino al 16 marzo 2008

www.Sipario.it, 3 maggio 2009
Panorama, N. 14 2008
Il Messaggero, 8 marzo 2008
Corriere della Sera, 16 marzo 2008

Valter Malosti e il suo Shakespeare/Venere e Adone hanno dimostrato come il teatro sappia farsi spazio di intelligenza ed emozioni. Il poemetto di William Shakespeare che racconta della passione carnale di Venere per Adone e del rifiuto sprezzante del giovane bellissimo trova nella trasposizione scenica di Valter Malosti un'intensa realizzazione in cui musica e parole sono un tutt'uno, nel segno di un'operina barocca che sa emozionare proprio per il ricco tessuto di rimandi intellettuali che la compongono. Valter Malosti si muove insieme al ballerino Daniele Trastu su un carrello che sposta in avanti e in dietro la coppia di amanti, statue di carne ed ossa della passione impossibile, del gran rifiuto e della disperazione di quella dea che sembra appartenere al mondo dei travestiti di Annibale Ruccello. Valter Malosti è voce narrante, è Venere capricciosa e dai toni partenopei, una dea che soffoca ed è affamata di sesso, è Adone, altero giovinetto destinato a perire fra le zanne di un cinghiale. Shakspeare/Venere e Adone sa immettere nella contemporaneità affidandosi alla poesia barocca, sa cogliere le inquietudini dell'oggi nel racconto segreto del mito e tutto attraverso un apparato di segni e di citazioni che fanno dell'attore in scena immagine ma al tempo stesso corpo vivo che emoziona, perché parte integrante di una costruzione intellettuale rigorosa, abbondante, a tratti spiazzante e, paradossalmente, algida. Lo spettatore assiste ad un intenso monologo/danzato che non lascia respirare, inchioda alla sedia per l'intensità di Malosti che sa essere narratore e personaggi senza stucchevoli birignao, ma con la forza di un recitare che segue e si fa parte integrante della complessa colonna sonora, scelta a sostegno di un allestimento ricco di colori e immagini che si stampano nello sguardo di chi assiste con elegante nitidezza. Le luci dello spettacolo disegnano uno spazio assente, in cui fa capolino il gusto eccessivo della festa e delle sagre. Paradossalmente nulla in Shakespeare/ Venere e Adone dovrebbe far pensare ad un coinvolgimento 'emotivo' eppure si finisce col palpitare con quella Venere che più che dea è macchina di passione, è simbolo dell'amore rifiutato. La ficcante traduzione, firmata dallo stesso Malosti, trabocca di senso e di aggettivi, è un inno alla passione che si compie nella coreografia/lotta di Michela Lucenti, nella natura efebica di Adone/Daniele Trastu, nel soverchiante desiderare della Venere en travesti del regista, autore e attore. Shakespeare/ Venere e Adone ha dato conto di un fare teatro che sa essere contemporaneo con gusto, che sa leggere la 'tradizione' shakespeariana in una chiave di sconcertante e inaudita modernità. Il testo- spettacolo di Shakespeare/Venere e Adone è davanti al pubblico, da accettare in toto o da rifiutare, forse eccessivo nel suo porsi, nel suo accumulare segni, ma senza alcun dubbio dotato di una rara e contagiosa intensità.

Nicola Arrigoni

Venere napoletana e Adone burattino

Che gran bello spettacolo e che intensa prova d'attore ci dà Valter Malosti con questo Venere e Adone, dal poemetto (1593) di William Shakespeare per l'efebico conte di Southampton, di cui è anche appassionato regista e traduttore. La deliziosa bomboniera del Teatro Litta di Milano sembra fatta apposta per avvolgere come una conchiglia rococò questa Venere pazza per amore, che non incede su alti coturni ma scorre su un più prosaico binario di treno fantasma, strepitosa «dea ex machina» che manovra, prilla, rovescia il corpo-burattino di Adone (Yuri Ferrero/Daniele Trastu), fasciandolo di mille metafore d'amore, ora tonitruando in stile alto, ora sussurrando in ieratica cadenza napoletana, fra il barocco dei «cunti» e la poesia «en travesti» d'Annibale Ruccello, mentre lo spirito corrucciato di Carmelo Bene sogguarda dall'alto senza ostilità. E tutto s'appoggia allo strepitoso saliscendi di citazioni musicali da GyörgyLigeti a Nino Rota, da Terry Riley a James Brown. Fino alla nera conclusione: Venere stessa è il cinghiale assassino di Adone. Perché, come direbbe Oscar Wilde, «ciascuno uccide l'oggetto del suo amore».

Roberto Barbolini

"Venere e Adone" di Malosti al Litta

Esaltazione erotica, tormento e crudeltà nella lettura tutta fuoco del poemetto shakespeariano Venere e Adone, proposto da Valter Malosti alle Fonderie Limone di Moncalieri e ora in scena al Litta di Milano fino al 16 marzo. La dea dell'amore, nell'inventiva dell'attore (anche regista e traduttore dei versi) è un gay. Abiti e trucco appariscente, tratto ebbro e mellifluo, si esprime con accenti partenopei; e il bellissimo adolescente che lo ha fatto innamorare di sé e che morirà dilaniato da un cinghiale per la gelosia di Marte, è un ragazzo di periferia. Ma l'amore cieco e plebeo che avvince i due esseri diventa, attraverso un'unica voce (narratore-dea-vittima), macchina implacabile che stringendo sempre più la sua morsa rivela un'umanità disperata. Interpretazione poderosa di Malosti, ben coadiuvato dal partner silente Yuri Ferrero.

Mi.Cav.

Shakespeare, baci assassini

Sconosciuto ai più, Venere e Adone è l' opera prima di Shakespeare, un poemetto composto da 99 + 99 sestine + 1 posta al centro come un punto di convergenza. Andò a stampa nel 1593. Tutti i commentatori in cui mi sono imbattuto reputano Venere e Adone, piuttosto ovviamente, un' opera giovanile, di maniera, un prodotto perfetto ma convenzionale del tardo Rinascimento. Shakespeare vi svelerebbe una sua sensibilità erotico-esotica, per via della mitologia che ne è oggetto, e d' essere in competizione, ma perdente, con Marlowe (Ero e Leandro). L' opinione di William Hazlitt (1817), che si riferisce anche a un altro poemetto, Il ratto di Lucrezia, precede e riassume tutte le successive: i due poemetti sono «una coppia di ghiacciaie, altrettanto dure, altrettanto luccicanti e altrettanto fredde». Suppongo, ma poi lo deduco dallo spettacolo da lui creato con il suo Teatro di Dionisio, che Valter Malosti non sia di questo parere. Che cos' è in realtà Venere e Adone? Dietro lo schermo di una filosofia della natura - non esservi felicità che in ubbidienza a essa, quindi nel restituire ciò che si è ricevuto o, detto in altri termini, dietro un incitamento all' amore, all' amore come atto generativo - Shakespeare vi descrive una passione senza condizioni. Lo schema mitologico risale a Ovidio, ma è simile a quello che unisce Atteone e Diana, o Ippolito e Fedra. Una donna di compiuta esperienza sessuale, perdutamente s' innamora di un giovane casto e refrattario. Per altro, amore è una parola complessa. Ciò che spicca in Adone, elemento solitario e assoluto, è la sua bellezza fisica. Egli non esibisce altre qualità. Forse ciò che Venere davvero vuole è quella bellezza, quel corpo che chiunque potrebbe apprezzare e desiderare. Il demone di Venere non si chiama amore, bensì lussuria. Ella alla fine ottiene ciò che vuole ma non lo trattiene. Spaventato dall' ardore di lei, Adone fugge, va a caccia, di cinghiali, non di lepri, come Venere s' augurava, e un cinghiale (l' altra faccia dell' amore, il kiss-kill che tambureggia per tutto il poemetto) lo ucciderà. Verso la fine, il poemetto cambia tono. Da concitato, bramoso, irridente si fa maestoso, straziante, elegiaco. Di fronte al cadavere di Adone, Venere si isola dal mondo, nessuno più la vedrà. Tiziano e poi Poussin offrirono del mito versioni ben diverse. In Shakespeare è difficile non ravvisare - cosa che gli fu addebitata come causa del parziale fallimento - d' aver travestito da femmina un uomo, il desiderio di un uomo per un ragazzo. Con Malosti ciò assurge ad ambiguità suprema, anzi a puro e semplice valore. In modo delicato, a cominciare dalla magnifica sua traduzione, e pure nel contesto di un' allegoria cui mai viene meno, che mai tradisce, egli rende plastico e verosimile il dramma d' amore. Malosti scivola lungo un binario lievemente inclinato, e con il suo ragazzo poggia su una pedana così piccola da rasentare il costante pericolo di quell' attimo assoluto. Benché stringa tra le braccia Adone, e si poggi al suo corpo, e lo sollevi, e lo denudi e rivesta, egli è sempre solo, ovvero uno e trino: è il pacato narratore, è il riluttante oggetto del desiderio, è l' invasata Venere, un femminiello napoletano-pasoliniano, ora gentile, ora pazzo, furioso, possente. Scende e sale lungo la sua china emotiva, sia corporalmente che localmente, in un vortice ininterrotto, in un, ancora una volta, secondo il suo stile, dionisiaco schioccare di baci, baci che, come ho detto, uccidono, sono essi i segni ineluttabili del voluttuoso e tragico destino.

Franco Cordelli

Ultima modifica il Domenica, 11 Agosto 2013 15:04

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