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LAZARUS – regia Valter Malosti

"Lazarus", regia Valter Malosti. Foto Fabio Lovino "Lazarus", regia Valter Malosti. Foto Fabio Lovino

di David Bowie e Enda Walsh
Ispirato a The Man Who Fell to Earth (L’uomo che cadde sulla terra)
di Walter Tevis
versione italiana Valter Malosti
uno spettacolo Valter Malosti
con Manuel Agnelli, Casadilego, Michela Lucenti,
Dario Battaglia, Attilio Caffarena, Maurizio Camilli, Noemi Grasso, Maria Lombardo, Giulia Mazzarino, Camilla Nigro, Isacco Venturini
la band (in o.a.)  Laura Agnusdei sax tenore e sax baritono | Jacopo Battaglia batteria | Ramon Moro tromba e flicorno | Amedeo Perri tastiere e synth | Giacomo “ROST” Rossetti basso | Stefano Pilia chitarra | Paolo Spaccamonti chitarra
progetto sonoro GUP Alcaro | scene Nicolas Bovey | costumi Gianluca Sbicca | luci Cesare Accetta | video Luca Brinchi e Daniele Spanò | cura del movimento Marco Angelilli | coreografie Michela Lucenti | cori e pratiche della voce Bruno De Franceschi | maestro collaboratore Andrea Cauduro | assistente alla regia Jacopo Squizzato
Emilia Romagna Teatro ERT – Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale, Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, Teatro di Roma – Teatro Nazionale, LAC Lugano Arte e Cultura
un particolare ringraziamento a TPE – Teatro Piemonte Europa 
Teatro Carignano (Torino) dal 6 al 18 giugno 2023

www.Sipario.it, 24 giugno 2023

Tre donne “tarantolate”, un po’ Erinni, un po’ streghe del Macbeth, ottimamente interpretate dalle giovani Noemi Grasso, Maria Lombardo, Giulia Mazzarino fungono da efficace collante in quest’opera rock che non vuole essere un musical, ma che pure in certi momenti sfiora - anche se da distante - il rischio della kermesse canora, complice e primo responsabile il pubblico che alla fine di ogni brano cantato non riesce a trattenere l’applauso. Mettere insieme recitazione e canto preservando integro l’incanto che è proprio del teatro, attraverso cui ci si aspetta che lo spettatore dall’inizio alla fine dello spettacolo venga rapito e trasportato in un altro mondo (simile forse a quello a cui anela e fatica a tornare il protagonista Newton), non è facile. LAZARUS nella versione di Valter Malosti intende comunque andare in questa direzione. La qualità e la cura con cui ogni aspetto dell’opera è stato pensato e costruito è sorprendente. 

La band non si limita ad accompagnare l’azione, l’abbraccia. Il ritmo lo indicano i musicisti, talentuosissimi, posizionati sui due spalti laterali, da cui emergono di volta in volta, come partoriti e poi risucchiati, anche tutti gli altri personaggi. 

La scena è multipla, lo sguardo dello spettatore può infatti scegliere di spostarsi dal coro dei musicisti alla piattaforma girevole centrale o vagare da uno schermo all’altro: cinque sono quelli sospesi e sbilenchi su cui vengono proiettate immagini che rimandano alle visioni/allucinazioni/desideri/incubi del protagonista, e poi c’è quello centrale e sopraelevato, costituito da un tulle dietro cui gli attori agiscono sovrapponendosi alle proiezioni. La percezione visiva non potrebbe essere più amplificata. 

I brani di Bowie, alcuni iconici e altri scritti dal Duca Bianco proprio per quest’opera, sono interpretati da Manuel Agnelli (qui alla sua prima prova d’attore teatrale nei panni di Newton), la cui grana vocale è sorprendentemente molto vicina a quella di Bowie, ma anche da Casadilego, Michela Lucenti, Dario Battaglia, dall’intero cast. Tutti cantano Bowie, tutti recitano e ciascuno si esprime attraverso un’accuratissima e originale sequenza personalizzata di gesti e movimenti. Il merito in primis va a Michela Lucenti, autrice delle coreografie dello spettacolo, oltre che attrice nei panni del personaggio di Elly. La sua incontenibile energia sul palco, l’intensità dell’interpretazione, il timbro vocale profondo e tagliente quanto i suoi movimenti, ne fanno una delle migliori interpreti della scena italiana. Bravissimo, sia come attore sia come cantante, anche Dario Battaglia nei panni dell’inquietante Valentine.

La trama arriva al pubblico per intuizioni e connessioni, non è immediata, non vuole esserlo. Tutto si svolge nella mente del protagonista, alieno sospeso tra due o più mondi, quello da cui proviene, quello in cui è imprigionato, quello a cui aspirerebbe tornare, quello verso cui si accinge infine a partire. Alieno perché fuori posto, o perché tale si percepisce. Ossessionato da ricordi, mancanze e desideri, circondato da persone o, meglio, dalle visioni di persone ipocrite e malvagie e da altre alle quali fatica ad affidarsi, perché a loro volta segnate da un proprio personale e profondo dolore esistenziale, Newton è ormai abbruttito e moribondo, neppure il gin e i tronky riescono più a confortarlo. Qualcosa, tuttavia, sembrerebbe trattenerlo in vita, qualcosa a cui anela più che a ogni altra: la speranza. 

LAZARUS, il cui titolo rimanda alla poetessa americana Emma Lazarus, autrice del celebre sonetto inciso ai piedi della Statua della Libertà di New York, nulla avrebbe a che fare nelle intenzioni degli autori (David Bowie e l’irlandese Enda Walsh) con la nota figura del vangelo secondo Giovanni, eppure in qualche modo si può dire che anche di speranza di resurrezione in quest’opera si parla.

Francesca Maria Rizzotti

Ultima modifica il Domenica, 02 Luglio 2023 11:22

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