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VITA MIA - regia Emma Dante

Vita mia Vita mia regia Emma Dante

scritto e diretto da Emma Dante
con Ersilia Lombardov, Enzo Di Michele, Giacomo Guarneri, Alessio Piazza
Roma, Teatro Ambra Jovinelli, dal 3 al 15 aprile 2007

Corriere della Sera, 8 aprile 2007
La sinfonia tragica di Emma Dante

Alcune osservazioni marginali su «Vita mia» di Emma Dante: uno spettacolo che nel giro di due anni è già un classico: il pubblico dell' Ambra Jovinelli vi si avvicina come si prenderebbe in mano un libro di Sciascia che finora non si era riusciti a leggere. Ho nominato Sciascia per via della Sicilia, ma è l' unica parentela: tanto Sciascia è chiaro quanto la Dante scende nel «profondo pozzo del passato» per citare un altro autore luminoso (Mann). Tale onirico-arcaica discesa, come ho avuto modo di osservare, rispetto ai precedenti «mPalermu» e «Carnezzeria» modifica la struttura compositiva del testo: da orizzontale e semplice si fa complessa, cioè verticale e circolare. È la ragione per cui «Vita mia» è uno spettacolo che in realtà va visto non già dai lati (noi spettatori circondiamo lo spazio scenico) ma dal fondo: dal fondo si ha la prospettiva giusta: essendo il suo contenuto, la sua vicenda, ciò che accade in una famiglia nel momento in cui muore un giovane, un figlio, essendo la storia, come viene elaborato il lutto, come il dolore si formalizza, ovvero si ritualizza, noi estranei alla famiglia, se vogliamo capire, o addirittura partecipare, possiamo vedere il ragazzo morto soltanto dai piedi: vicini e lontani è la nostra giusta posizione morale e, allo stato dei fatti, estetica. Dico allo stato dei fatti perché l' evento morale si trasforma in un doppio evento estetico: primo, la madre e i due fratelli del ragazzo caduto di bicicletta, come abbiamo detto, trasformano il dolore (lo sublimano), ritualizzandolo fino ad avvolgersi in esso, nell' intimo del viluppo familiare (il finale); secondo, la regista impugna questa materia come la madre il crocefisso e, di fatto, la formalizza, la estetizza. Al pari di tutti i testi ad alto contenuto patetico (qui è come se un coltello affondasse nel burro, non più nel cuore di ghiaccio di cui parlava Kafka), la seconda lettura vede svaporare e quasi svanire il sentimento che era allo spettatore giunto come, appunto, una coltellata. Resta tuttavia, ed è ciò che fa di «Vita mia» un piccolo classico, l' alto livello di elaborazione formale, la precisione della gestualità, la sonorità in genere (il mix di voci e musica), la ritmica. Un' ultima osservazione: lo spettacolo è a tutti gli effetti diviso in quattro movimenti, come una sinfonia. Intorno a quattro diversissimi temi musicali si evolve, cioè sale e decade, la parabola della menade, la madre, che con sé trascina i figli sopravvissuti. In questo testo sinfonico, che tratta un tema tragico, non vi è catarsi, esso scende lentamente e silenziosamente (o, semmai, con un di più di musica-sonorità rispetto al venir meno dell' articolazione gestuale, cioè della vita). Se proprio vogliamo un pizzico di catarsi, essa è nel punto alto della parabola, con il sirtaki, quando il ragazzo morto sembra svegliarsi del sonno eterno e, spiritato, unirsi alla felicità dei membri della sua famiglia, ballando e saltando, tutti preda, come nei cori antichi, delle «folli speranze».

Franco Cordelli

Ultima modifica il Domenica, 11 Agosto 2013 15:17

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