martedì, 01 dicembre, 2020
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INTERVISTA a SIMONA CAVALLARI - di Francesco Bettin

Simona Cavallari Simona Cavallari

Ha l’aspetto perenne da ragazzina, anche se è un’attrice di una certa esperienza, Simona Cavallari. Un’interprete fisicamente minuta che si fa forte di una notevole presenza in scena, forse per quel suo contraddistinguo che sono i capelli ricci, che sono iconici, rappresentativi del suo carattere. Un talento naturale, non in discussione, dopo tanti anni di lavori divisi tra teatro, tv e cinema, spesso d’autore. Ed è una bella persona, molto piacevole da incontrare. Causa pandemia, ha interrotto da poco le repliche di “Mi amavi ancora” di Florian Zeller, una produzione Artisti Associati e Synergie Arte Teatro.

Per salire su un palcoscenico, fare il mestiere dell’attrice, quanta follia ci vuole?
Per quanto mi riguarda più che follia ci vuole il coraggio di mettersi in gioco, alla fine un attore racconta sempre una parte di se stesso quando recita. Mi ricordo poi qualche anno fa che facevo uno spettacolo, “Nella città l’inferno”, e c’era un’attrice anziana che aveva grande esperienza. La sera della prima era in ansia, a dimostrazione che uno può fare un’infinità di spettacoli ma la grande emozione non passa mai. La follia, chiamiamola così, è anche questa, emozionarsi sempre.

Che vita è al giorno d’oggi quella dell’attrice?
Non la consiglierei nemmeno al mio peggior nemico (ride). Quello che mi pesa di più è che è sempre un lavoro che dipende dagli altri, non, come, ad esempio, un musicista che si può mettere in una stanza e creare. L’attore ha bisogno di qualcuno che lo faccia lavorare, e questa dipendenza mi è sempre pesata.

Mai pensato di diventare regista?
E’ un gradino che ancora non mi appartiene. Una cosa invece che mi interessava, che mi sarebbe piaciuto fare ma poi è incominciata questa catastrofe sanitaria, era quella di insegnare recitazione a ragazzi e bambini, avendo anche dei figli adolescenti e vedendo la difficoltà del momento storico che attraversiamo. Viviamo in un periodo in cui la tecnologia ha preso il sopravvento, abbiamo un po’ abbandonato quelle che sono le nostre risorse spirituali, e anche fisiche. La vedo anche coi miei figli, la difficoltà, per farli muovere, relazionare. E’ tutto cambiato. Più che la regia pensavo a quella cosa, speriamo di poterla fare quando finirà tutta questa situazione.

La celebre frase di Eduardo, gli esami non finiscono mai, la trovi sempre attuale?
Più che alla parola esami penso alle esperienze, che poi quelle che ti formano dentro sono quasi sempre negative. Certo, la vita è fatta di sfide continue, e sono quelle poi che ti aiutano ad andare avanti. Qualche volta ci pesano ma dobbiamo pensare che è questo che ci rende la vita interessante, l’imprevisto, la felicità che è fatta solo di attimi.

Qualcuno ha detto che la troppa identificazione nel teatro è pericolosa, può portare a gravi conseguenze. Tu come la pensi?
Direi di no, secondo me hanno più ragione i francesi, che parlano di questo lavoro come un giocare, bisogna sempre prenderlo alla leggera. Sicuramente quando si affrontano determinati personaggi il carico emotivo che ci si porta a casa è importante, però non siamo dei medici che salvano delle vite. Bisogna sempre avere un punto di vista relativo rispetto a questo nostro lavoro, imparare a prenderlo con distacco e leggerezza.

C’è un personaggio che hai interpretato al quale sei più legata?
Non ce n’è uno in particolare, ognuno mi ha lasciato qualcosa, soprattutto per le persone che attraverso quel personaggio ho potuto conoscere. Questo lavoro arricchisce, mette sempre in contatto con persone nuove da cui imparare qualcosa, penso a tanti attori, registi, anche musicisti come Ennio Morricone ad esempio. Tutto mi ha arricchito. In particolare, forse è l’ultimo personaggio che interpreti che ti lascia qualcosa di più, ma poi il bagaglio viene da tutte le esperienze che si fanno, anche quelle più insignificanti, apparentemente.

Sei stata anche diretta da Marco Bellocchio ne “Il sogno della farfalla”. Ami il cinema d’autore? Che esperienza è stata?
Gli attori che fanno tanta televisione in Italia vengono visti con pregiudizio per fare il cinema. Quel film lo feci perché la sua aiuto regista era innamorata professionalmente di me e ha insistito con lui, che mi vedeva sempre come attrice troppo televisiva. Ho fatto il provino ed è andata bene. Certe volte i pregiudizi ci sono, non da parte mia perché in quel film mi sono trovata benissimo, anche se è stato un film molto contestato dalla critica. Era un periodo in cui Bellocchio era molto ostico nelle sue rappresentazioni, quel film stesso era difficile per un pubblico ampio, però mi piacerebbe sicuramente ancora lavorare con lui e con registi di quel genere. Marco Bellocchio poi è un regista che ama profondamente gli attori, ha un grandissimo rispetto, infatti è stata una bellissima esperienza per me.

Simona, da bambina pensavi al teatro o alla televisione per il tuo futuro, o sono arrivati casualmente?
Io volevo diventare una ballerina classica, il teatro in qualche modo quindi c’entra, ma è capitato per caso. Un amico di famiglia faceva il regista di pubblicità per prodotti di bambini, mi ha visto così, con questi riccioli, e verso i 7 anni ho incominciato a fare pubblicità. Da lì è partito tutto, nessun fuoco sacro. Da una parte è un bene, che mi fa vivere con meno apprensione anche quando non lavoro, dall’altra forse io ho qualcosa in meno rispetto a certe persone che lo hanno inseguito, perché è stato il lavoro che ha scelto me.

Da spettatrice cosa guardi di più?
La televisione praticamente non la guardo, anche il teatro sul piccolo schermo perché penso che si perda troppo la magia che c’è sul palcoscenico. Vedo soprattutto film, in questo lungo periodo di chiusura mi sono vista molti film italiani che non avevo fatto in tempo a vedere nelle sale cinematografiche, dove infatti spesso rimangono troppo poco, e non c’è nessuna legge che li protegga.

Passione, predisposizione, grinta, elementi necessari per intraprendere questa carriera. O manca ancora qualcosa?
Sicuramente la passione, come in tutte le cose, se non c’è quella non si va da nessuna parte. La grinta uno deve sempre trovarla in tutto quello che fa. In questo lavoro serve anche una bella botta di fortuna, ci sono in giro molti attori che sono bravissimi ma che aspettano il loro momento, perché magari non si sono mai trovati al posto giusto, nel momento giusto. Anche se penso che alla lunga ci si riesce a farsi vedere, la determinazione e il talento pagano. Ma un po’ di fortuna, ripeto, è necessaria.

Sei reduce da “Mi amavi ancora” di Florian Zeller, con Ettore Bassi. Cosa hai amato di più di quel personaggio, Anne?
Quel testo l’ho amato sin da subito, penso che Zeller sia uno scrittore e sceneggiatore geniale. Lo spettacolo l’abbiamo fatto per tre anni e ogni volta che lo riprendevamo trovavamo qualcosa di nuovo. Di Anne ho amato tutto, l’amore che prova per il marito, tutti i suoi tentennamenti e le sue paure, mi ha dato tanto. Mi è dispiaciuto interrompere la tournée (a Thiene fatto 3 repliche su 4 , ndr), perché anche grazie agli attori che lavoravano con me lo spettacolo stava crescendo sempre di più, stava diventando come un’orchestra dove ogni strumento suona alla perfezione. E’ stato un vero peccato. Anche se ad aprile c’è un’ipotetica ripresa con altre date, speriamo. SI cerca sempre di riproporlo perché il pubblico reagisce molto bene.

Ma il tuo personaggio non si fa del male da sola a cercare una verità che forse non trova?
Sicuramente non è una persona serena e tranquilla però diciamo che i personaggi più tormentati sono quelli più belli da portare in scena.

Francesco Bettin

Ultima modifica il Domenica, 22 Novembre 2020 11:37

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