lunedì, 18 gennaio, 2021
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INTERVISTA a GENNARO CANNAVACCIUOLO - di Michele Olivieri

Gennaro Cannavacciuolo. Foto Azzurra Primavera Gennaro Cannavacciuolo. Foto Azzurra Primavera

Gennaro Cannavacciuolo, attore e cantante, attivo soprattutto in campo teatrale nel genere musical, per i suoi one-man-show e nelle serie televisive. Scopre il teatro all’età di otto anni quando, in una recita scolastica, indossa i panni di Pinocchio. Sino a diciott’anni segue corsi teatrali parallelamente agli studi. Conseguito il diploma, nonostante il parere contrario dei genitori, decide di assecondare la sua passione, conosce Pupella Maggio di cui diventerà grande amico e con cui dividerà anche la scena. Poi un lungo periodo di quattro anni nella compagnia di Luca De Filippo, dove prende parte a 6 allestimenti con la regia Eduardo. Dal 1987 interpreta ruoli e partecipa a spettacoli importanti, come “Cabaret” di cui è stato il primo interprete in Italia, a “Concha-Bonita” con musica di Nicola Piovani, alle “Notti di Cabiria”, al “Bacio della Donna Ragno”, a “Carmela e Paolino”, a Questa sera Amleto”, per citarne solo alcuni. Per il Teatro Verdi di Trieste nel 1993 è il Maestro delle cerimonie in “Cabaret” con la Compagnia della Rancia. Dal 1996 interpreta il ruolo del brillante in varie operette. In modo continuativo per il Teatro lirico Giuseppe Verdi di Trieste nel 1996 è Chic in “Scugnizza”, nel 1997 il conte Boni Cancianu in “La principessa della Czarda” con Paola Tedesco e la regia di Gino Landi, nel 1998 Petit-Gris in “Cin Ci La”, nel 1999 Herman in “Rose-Marie” di Rudolf Friml con Alessandro Safina, nel 2000 Il barone Koloman Zsupan in “Grafin Mariza” di Emmerich Kalman, nel 2012 Njegus ne “La vedova allegra”, e parimenti nel 2014 presso il Teatro Verdi di di Salerno, diretto da Daniel Oren. Negli anni, ha lavorato inoltre per il Politeama di Prato, il Verdi di Salerno sotto l’egida del Teatro San Carlo di Napoli, per il Teatro Verdi di Pisa, il Teatro Carlo Felice di Genova ed il San Carlo di Napoli. Dal 2010 si dedica principalmente a recital scritti e diretti in prima persona, quali “Volare - omaggio a Domenico Modugno”, mentre nel 2014, fu protagonista di una puntata di “Prima della prima” in onda su Rai3. Tra gli spettacoli teatrali troviamo, “Questa sera... Amleto” per la regia di M. Prosperi, “Ti darò quel Fior” regia di M. Mete, “Il fuoco divampa con furore” regia di M. Mete, “Miseria e grandezza nel camerino Nr. 1” regia di C. De Chiara, “A qualcuno piace caldo” regia di M. Mete, “Figaro o le disavventure di un barbiere napoletano” regia di A. Savelli, “L’aio nell’imbarazzo” regia di L. Ragni, “Gilda” regia di M. Mete e G. Cannavacciuolo, “L’alba, il giorno, la notte” regia di P. Panelli, “Cafè Champagne” regia di A. Savelli, “Carmela e Paolino varietà Sopraffino” regia di A. Savelli, “Le tre verità di Cesira” regia di A. Savelli, “Amori inquieti” regia di A. Zucchi, “Il bacio della donna ragno” regia di Puig, “Le cinque rose di Jennifer” regia di G. Gleijeses, “Ragazze sole con qualche esperienza” regia di G. Gleijeses, “Ditegli sempre di sì” regia di Geppy Gleijeses, “L’invisibile che c’è” regia di Paolo Triestino. Per il musical è stato interprete in “Cabaret” regia di S. Marconi, “Dolci vizi al foro” regia di S. Marconi, “Le notti di Cabiria” regia di S. Marconi, “Il ritorno del Turco in Italia” regia di A. Savelli, “Concha Bonita” regia di A. Arias, “Novecento Napoletano” regia di Bruno Garofalo, “Cyrano-commedia musicale” regia di Bruno Garofalo. Nel campo delle Operette si è visto in “Cin Ci La” regia di R. Croce, “Contessa Maritza” regia di L. Mariani, “La principessa della Czarda” regia di G. Landi, “La vedova allegra”, varie edizioni sotto le singole regie di Gino Landi, Simona Marchini, Vittorio Sgarbi, Federico Tiezzi; “Rose-Marie” regia di Ivan Stefanutti, “Scugnizza” regia di Massimo Scaglione, “Zaide da Mozart” regia di P. Viano, “One-man-show”, “Allegra era la Vedova?”, “Enock Arden” regia di P. Viano. Gennaro ha portato in scena diversi Recital, tra cui, “Gran varietà” regia di Gennaro Cannavacciuolo, “Il mio nome è Milly” regia di Gennaro Cannavacciuolo, “Volare” regia di Marco Mete, “Yves Montand. Un italien à Paris”. Per il Cinema si è visto nelle seguente pellicole, “Ladri di futuro” regia di Enzo Decaro, “Baby gang” regia di Salvatore Piscicelli, “Prigioniere del cuore” regia di Alessandro Capone, “Un’estate al mare” regia di Carlo Vanzina, “La vita è una cosa meravigliosa” regia di Carlo Vanzina. Per la televisione ha lavorato in “La romana”, “In fuga per la vita”, “Ma il portiere non c’è mai?”, “Un ciclone in famiglia”, “Puccini”, “Cugino & Cugino”, “Una pallottola nel cuore”, “The clash of futures”, “L’amore strappato”, “Romolo + Giuly: la guerra mondiale italiana”, “Permette? Alberto Sordi”. Tra i vari premi ricevuti nel corso della carriera, ricordiamo, Premio Colpo di Teatro, Premio Bob Fosse - Un Oscar per il Musical, Premio Hesperia, Premio Oplonti di Corallo, Premio Magna Grecia, Premio E.T.I. Olimpici del Teatro per “Concha Bonita: miglior musical”, Premio Girulà miglior attore non protagonista in “Concha Bonita” ex aequo con Mauro Gioia, Riconoscimento Adelaide Ristori, Premio E.T.I. Olimpici del Teatro come miglior attore non protagonista, Premio Feronia di San Severino Marche, Premio Caesar - Comune di San Vito Romano e Consiglio Regionale del Lazio, Premio Rocca d’Oro, Premio ITFF Career Award – International Tour Film Festival.

Carissimo Gennaro, in qualche modo tu rappresenti i colori, i sentori, gli umori della tua Napoli, porti con te la commedia e la tragedia, le tipiche raffigurazioni del teatro. Ma dal tuo osservatorio qual è il fascino rimasto intatto di Napoli, soprattutto nella creatività artistica?
Il fascino di Napoli è il suo sapore di antico, la cristallizzazione di un mondo che cammina in parallelo a quello contemporaneo, cogliendone ciò che gli serve, ma rimanendone ben distaccato. Napoli significa culto delle tradizioni, seppure spesso privo di logica, Napoli significa passionalità e generosità, ma anche, come succede quando la passione diventa prevaricante, tensione e violenza. Noi napoletani siamo alquanto sentimentali, umorali, dal carattere forte e contrastato, fieri del nostro passato (quello borbonico!) ed al contempo complessati dalla nostra difficoltà a farlo riemergere nel suo splendore. Un coacervo di contraddizioni da cui sfociano mille rivoli rumorosi, colorati e bizzarri sfociando in questa grande piazza teatrale a cui la stessa topografia di Napoli sembra dar vita: tale contesto ovviamente, non può che affinare i sensi e stimolare la creatività di noi artisti.

Com’è stato incontrare e lavorare con un poeta come Nicola Piovani?
L’incontro con Piovani è stato magico, ma oltre a Piovani – artista splendido – vorrei ricordare anche il grande Vincenzo Cerami autore del libretto dell’opera “Concha-Bonita” che considero un vero capolavoro e sicuramente ha segnato il mio percorso artistico unitamente a Nicola.

Il canto, oltre alla recitazione, è un’altra tua grande passione. Che tipo di musica ti piace ascoltare?
Amo molto la musica classica, in particolare dall’inizio dell’Ottocento ai primi del Novecento (quindi da Beethoven a Prokoviev per intenderci), con un salto specificato all’indietro anche verso Bach e Vivaldi. Mi piace poi moltissimo l’opera (Verdi e Puccini in particolare) e le operette: sono infatti spesso chiamato ad interpretare il ruolo del “brillante” in quest’ultime. Infine amo anche lo swing e la buona musica italiana e francese, diciamo dagli anni Cinquanta ad oggi. Ma dico quella BUONA...

Come si suol dire ami passare da una scena all’altra. Un artista totale, ma come la mettiamo con la danza?
Ovviamente non sono un ballerino, ma avendo imparato a contare abbastanza presto da 1 a 8, riesco a stare degnamente al passo, in coreografie light! Questa è una battuta ovviamente, ed era quella della splendida coach di “Cabaret”, Bayoork Lee che mi spiegava come chiunque che sapesse contare fino ad 8 e fosse motivato ed in salute, potesse imparare a ballare. E così ho fatto!

Raccontami del tuo incontro con la grande étoile internazionale Zizi Jeanmaire?
Nel luglio del 1997, in occasione nella rassegna “Trieste Operetta” Zizì Jeanmaire fu invitata con un suo spettacolo ma anche per essere premiata dal teatro. Io in quel periodo ricoprivo già da qualche anno e per molti successivamente, il ruolo del brillante in una delle operette inserita nel programma. Zizi doveva essere premiata, ma nessuno parlava il francese. Il direttore artistico si ricordò allora che io lo parlavo e mi pregò di presenziare alla premiazione, per leggere (in francese per l’appunto) la motivazione e di tradurre anche all’occorrenza i dialoghi con la grande soubrette. Fu amore a prima vista, simpatica, disponibile e sfrontata al punto giusto. Diventammo amici, fino al punto di essere invitato più volte a Parigi. Un ricordo magnifico.

Il ballo affonda le sue radici nelle tradizioni, cosa ti affascina in questa forma d’arte “muta”?
Sicuramente l’Eleganza, ma anche la sofferenza ed il sacrificio che essa richiede. E poi ritengo che sia straordinario, (così come per i cantanti) poter esprimere le proprie emozioni con il corpo. Mi spiego meglio: se sei un violinista o un pianista, usi uno strumento per trasmettere le tue emozioni: se sei un ballerino od un cantante usi solo ed esclusivamente il tuo corpo. È quindi una forma espressiva ancor più potente forse, come se partisse dal tuo intimo, senza necessitare di “intermediari” (il violino o il pianoforte).

Qual è il tuo stile di ballo o di danza che meglio ti rappresenta?
Il tango senza dubbio, anche se le grandi coreografie classiche mi affascinano e commuovono.

Gennaro, da cosa è nato il desiderio di recitare?
Aldilà di una vocazione innata, penso che sia nato soprattutto dalla necessità di sconfiggere la solitudine, le paure, e le condizioni disagiate di una infanzia non proprio rosea e molto solitaria. Salire su un palcoscenico, mi ha dato la possibilità di sentirmi libero, totalmente, dare spazio alla mia creatività e liberare le mie emozioni.

Nei tuoi spettacoli si trova una combinazione di generi ed espressioni teatrali. Da cosa ti lasci ispirare per andare in scena con un nuovo spettacolo?
In effetti è una cosa che mi chiedono in tanti ed a cui non so rispondere del tutto. Direi che è il contrario: personalmente non cerco l’ispirazione, è l’ispirazione stessa che si impossessa di me. Un’ispirazione travestita da curiosità in perenne mutamento!! Ecco perché spazio tra vari generi.

Raccontami il tuo primissimo incontro con Eduardo?
È stato a maggio del 1981, al Teatro Tenda di Roma, a piazza Mancini, Un’amica che stava nella sua compagnia, mi informò che Eduardo cercava delle comparse che sapessero eseguire un determinato passo di tarantella, l’“Angarella”. Sia detto chiaramente, non avevo idea di cosa fosse quel passo, né sapevo ballare la tarantella. Ma il desiderio di lavorare con il Maestro era tale, che avrei preso anche lezioni di sci acrobatico, pur di fare la comparsa! Per cui da Napoli dove vivevo allora, mi precipitai a Roma con il primo treno e mi presentai ad una sua assistente alla regia molto gentile e di cui, purtroppo, non ricordo il nome. Lei mi mostrò il passo che preparai nascosto nel buio delle quinte per due ore fino a che, finalmente, arrivo Eduardo. Quando arrivava, te ne accorgevi subito, perché calava un silenzio tombale. Mi esibii e, dopo ben 2-3 ore, a termine delle prove durante le quali aspettavo nervosamente in sala, fui chiamato in camerino. Fu di poche parole, ma molto affabile: mi disse che questo ruolo era quello di una comparsa e che qualcuno gli aveva detto che io ero un attore, che avevo recitato con Pupella e che quindi, forse, non sarei stato soddisfatto. Gli risposi che per me andava benissimo fare la comparsa, che volevo imparare da lui. È così che mi fece entrare in compagnia e, per la verità, mi creò appositamente ben ventisei ingressi, tutti muti, dove interpretavo una miriade di personaggi diversi. Due mesi dopo, ebbi la fortuna di dover sostituire un collega in compagnia, sostituzione che apprezzò molto, tanto da commentarla nell’ordine del giorno: dall’anno successivo, mi affidò dei ruoli di maggior spessore e potei così far tesoro, per quattro anni, del suo insegnamento assolutamente straordinario.

Qual è, ben appunto, il più grande insegnamento che ti ha lasciato in eredità?
La “sacralità” del teatro. Il teatro è una cosa seria, che richiede impegno, disciplina, dedizione ed umiltà. Esige lavoro della voce, eleganza e precisione della gestualità, oltreché ovviamente un grandissimo lavoro sul testo e sulla psicologia dei personaggi. Troppi ne vedo in scena che urlano, sempre mono-corda, chi con le mani a penzoloni, o la schiena quasi rivolta al pubblico. Troppi ne vedo che guardano la partita durante l’intervallo, troppi ne vedo fuori dal personaggio. Questo non è il teatro che ci ha trasmesso Eduardo.

Mentre con Pupella, indimenticabile, la sua vera essenza di artista e di donna in cosa la si ritrovava?
Tengo innanzitutto a precisare che la mia amicizia con Pupella è durata ventiquattro anni e che ho avuto io il privilegio di accompagnarla sino alla fine, nel vero senso della parola... Pupella era una donna veramente fuori dal normale, moderna sempre, anticonvenzionale, antidiva per eccellenza, e con una verità naturale che si portava dietro in ogni suo personaggio. Una vera, grande attrice che mi ha insegnato l’arte di vivere in palcoscenico. Simpatica, generosa, di grande ironia ma anche con un carattere piuttosto difficile ed esigente.

Tra le commedie di Eduardo qual è la tua preferita, e perché?
“Napoli Milionaria”, che come tutti sanno parla delle miserie, tragedie della guerra, ma lascia alla fine quella luce di speranza per una rinascita. Famosa l’ultima battuta “Adda passà ‘a nuttata”. Mai come ora, attualissima!

Oggi nel teatro ritrovi ancora quel rigore, quell’essenzialità e quella serietà che infondono un rispetto sacro al palcoscenico?
Assolutamente no, almeno non come quando ero con il grande Eduardo. Oggi c’è molto pressapochismo in scena e dietro le quinte, dove esisterebbe un comportamento ecclesiastico ormai sconosciuto ai più. Riguardo a ciò, io sono molto felice di produrmi negli ultimi anni in recital dove sono praticamente da solo, quindi posso seguire liberamente tutte le regole fondamentali per stare su quelle benedette tavole.

Com’è la nuova drammaturgia contemporanea napoletana?
Il dopo Eduardo devo dire, in barba a chi non è d’accordo con me, ha dato degli eccellenti frutti. Tre autori straordinari, ognuno in un genere diverso ma avendo in comune un unico denominatore: la forza vitale e tragica al tempo stesso della città di Napoli. Annibale Ruccello, Enzo Moscato e Manlio Santanelli. Tra l’altro, ho avuto la fortuna di recitare una commedia di ognuno di questi autori.

Tra gli scrittori partenopei chi ami in particolare?
Erri De Luca.

L’arte del teatro, la sua magia, sono tuttora fonte di grande fascino, malgrado il periodo non facile con la chiusura dovuta all’emergenza sanitaria. Come vivi questo momento in qualche modo storico e sicuramente difficile per chi lavora nel mondo dello spettacolo, soprattutto dal vivo?
Sto studiando tanto, leggendo e mi dedico molto a mio figlio che ha appena sette anni, e poi... ho terminato di scrivere il mio ultimo recital, che se tutto va bene dovrebbe debuttare in apertura di stagione 2021/22. Mi dedico anche ai social, anche se all’inizio, data la mia formazione di tipo artigianale, ero un po’ riluttante: ma poi pian pianino mi ci sono avvicinato, scoprendo anche con piacere quante persone mi seguono: ed ora comincio a raccogliere anche qualche frutto grazie alla possibilità di attivare una sezione in abbonamento sulla pagina, in cui pubblico contenuti esclusivi per chi si iscrive.

Cosa ti ha dato di più bello l’aver scelto il teatro come compagno di vita?
La fedeltà, nel bene e nel male, sempre la fedeltà ci ciò che considero un mio intimissimo amico, ricettacoli di tutte le mie emozioni, speranze, gioie e tristezze.

Fare l’attore è una scelta professionale o è una scelta di vita?
È una sorta di missione sacra. È come prendere i voti per il sacerdozio, ma attenzione, mi riferisco ai preti veri e non a quelli fasulli. Niente divismi, niente gossip: solo ricerca ed espressione artistica.

Quali sono state le figure che hanno influenzato la tua curiosità artistica?
Da piccolo Domenico Modugno di cui sentivo le canzoni per radio e che, decenni dopo, conobbi e mi consentì di allestire uno spettacolo a lui dedicato che, ancora oggi, continua ad essere richiesto: “Volare” ha infatti superato seicento repliche ed è ora interamente visibile online sulla sezione abbonamenti di Facebook. Poi le commedie di Eduardo.

Ti senti più a tuo agio sul set di un film o sul palcoscenico?
Sicuramente su un palcoscenico. È incredibile come io abbia la sensazione di stare a casa mia su quelle tavole, mi stupisco sempre. Il set cinematografico è senza dubbio interessante, anche affascinante e sorprendente per gli effetti che puoi ottenere, ma l’assenza di pubblico in sala e tutta la tecnologia che ti circonda, ti predispone in modo diverso nell’interpretazione di una scena.

Qual è stata l’esperienza più significativa della tua carriera, senza voler fare una classifica?
Non posso nominarne solo una. In effetti, mi sento fortunato perché ho sempre cercato di fare delle scelte ben mirate che mi arricchissero artisticamente. Quindi sarebbe più facile chiedermi: “quale esperienza è stata per te irrilevante?” Allora Michele ti farei un elenco di 7-8 cose su 80 circa... Di sicuro, le sei commedie sotto la regia di Eduardo sono state fondamentali per la mia formazione. Nel musical direi, “Dolci vizi al Foro”, “Concha-Bonita”, “Cabaret”, “Novecento Napoletano”, ultimamente il colossal “Cyrano – commedia musicale” che abbiamo allestito lo scorso anno debuttando all’Augusteo di Napoli e che, speriamo, potrà presto tornare in scena. Poi ci sono lavori di prosa come “Carmela e Paolino” ed “Il bacio della donna ragno”, ma anche i miei recitals: parlavo prima di “Volare”, ma ad esempio c’è anche “Yves Montand – un Italien à Paris” su cui tanto ho lavorato e che, credo, sia veramente emozionante. Poi ci sono dei lavori bellissimi per la televisione ed il cinema: penso “Krieg Der Traume”, che ho girato all’estero nel 2018, e dove ho interpretato il ruolo di Silvio Crespi in qualità di protagonista italiano. Una bellissima serie storica, girata molto bene. La stessa cosa dicasi per il film “In fuga per la vita”, con Gianni Morandi ad esempio. Un’altra esperienza fantastica è stata per cinque anni la mia partecipazione al programma di Paolo Limiti in Rai. E tralascio le operette...

Quali sono le principali difficoltà che si incontrano con il lavoro teatrale?
La domanda è vasta. Le difficoltà sono molte. Innanzitutto, c’è quella di portare a compimento un copione valido, poi mettere lo spettacolo in piedi, trovando quindi una produzione che investe – e bene! – su di te. Quindi le difficoltà iniziano ben PRIMA del lavoro teatrale! La difficoltà del lavoro in teatro, poi, è l’aspetto ad esempio della fisicità: personalmente sono molto attento al fisico, a non raffreddarmi ad esempio. Poi faccio ginnastica ed attività cardio per rimanere in allenamento e sto attento all’alimentazione. La sera, dopo la recita, filo via a casa, niente serate nei locali come dipingono alcuni giornali... Ci sono poi tante altre questioni da affrontare: le problematiche durante l’allestimento, gli imprevisti durante le recite (qualcosa si rompe in scena, un collega che non ti dà la battuta, ecc.), i malumori in compagnia, lo stress dei viaggi, di dover cambiare perennemente alloggio, la famiglia che ti manca, il rapporto con il pubblico, un mal di pancia che ti attanaglia improvvisamente...

Molti giovani desiderano svolgere la tua professione, quali qualità imprescindibili deve possedere un attore?
Sembra brutto da dirsi, perché è una cosa che non si acquisisce, ma la prima qualità è il talento. Il più delle volte nasciamo predisposti per alcune cose, per altre no: ad esempio, io non potrò mai sciare, lo so, ci ho anche provato ed è stato un disastro: non è nel mio dna. Altri, dopo 3-4 lezioni, vanno sulle piste rosse. Ma nel teatro, che per me è un’Arte, e quindi nell’Arte in genere, le lezioni non possono compensare l’assenza di talento. Quindi talento, predisposizione, è la prima cosa. Poi rigore, umiltà e curiosità: la miglior scuola è quella di leggere ed assistere a spettacoli, “rubando” (in questo caso è concesso!) ai grandi. Nel teatro, ricordiamolo, è tutto in diretta, è una non-finzione nella finzione oserei dire, al contrario nel cinema che è finzione nella finzione... per cui occorre possedere una solida preparazione e forza mentale per fare questo mestiere.

Qual è il tuo consiglio ai giovani aspiranti attori?
Come ho detto prima, rigore, studio, umiltà, tenacità.

Descriviti artisticamente con tre parole?
Perfezionista, passionale, poliedrico!!

La cosa più folle che hai fatto a livello artistico?
Il ruolo di Carlo in “Concha-Bonita”, dove un altro folle, il regista Alfredo Arias, ad un certo punto, mi faceva salire una scala ripidissima all’indietro, senza MAI farmi girare, cantando con una lunga parrucca rosa, con tacchi argentati alti 14 cm.

Dove passeresti un giorno, una settimana, un mese?
A St-Luc, un paesino delle Alpi svizzere, che amo particolarmente. Un paradiso a due passi dal cielo.

Qual è la persona alla quale puoi dire tutto?
Mia moglie Christine.


Il tuo film preferito?
“Mephisto” di Istvàn Szabò con il grande Klaus Maria Brandauer.


La cosa che rimpiangi di più?
Non aver studiato la musica! (suono lo stesso il pianoforte ma, ad orecchio).


Tre serate a teatro da non dimenticare nella tua carriera?
La prima di “Cabaret” a Trieste, la prima di “Concha Bonita” (dove ad inizio della prima aria si è rotto il mio microfono!!), la prima di “Yves Montand” a cui assistette la vedova di Yves, Carole Amiel, con il figlio Valentin.

I tre oggetti dai quali non ti separi mai?
La foto di mio figlio, la catenina con la madonnina che mi regalò mia nonna, e il necessaire da trucco appartenuto a Pupella.

Hai dei riti scaramantici prima di entrare in scena?
No assolutamente! L’unica cosa, da quando ho perso i miei genitori l’ultimo pensiero prima di entrare in scena è per loro.

Cosa pensi che sia la cosa più affascinante di te come attore, interprete, mattatore?
Non sono certo di possedere cose affascinanti, ma sicuramente riconosco di avere comunicativa e simpatia.

Cosa non deve mai mancare nel tuo camerino?
Frutta, miele e caffè!!

Il complimento più bello che ti è stato detto in carriera?
Da una signora non vedente che mi disse: ascoltando la sua voce mentre cantava, lei ha avuto la capacità di farmi vedere tutto.

Cosa ti fa arrabbiare?
La menzogna e la non puntualità.


Una tua passione nel tempo libero?
Visitare amici antiquari.

Il migliore piatto che sai cucinare?
La parmigiana di melanzane.

Con quale regista ti piacerebbe lavorare, e perché?
In TV o al cinema con alcuni registi inglesi, come Tom Hooper, ma anche Rupert Goold, con Giuseppe Tornatore e Marco Tullio Giordana. In teatro, con Emma Dante.

Quale personaggio ti piacerebbe impersonare, dopo i tanti già portati in scena?
“Mephisto” di Klaus Mann.

Quali sono i pro e i contro della vita di un teatrante?
Rispondo con un verso di “Traviata” di Verdi: “Croce e delizia, delizia al cor”.

Da ragazzino chi erano i tuoi idoli?
Eduardo de Filippo e Marlene Dietrich.

Ti è mai capitato di non voler interpretare un certo ruolo perché non ti immedesimavi nel personaggio?
Sì, una sola volta ma non posso dire cosa, ma non per timore bensì per rispetto di chi ha lavorato accanto a me in quello spettacolo. Fu un supplizio, ma dovetti farlo per esigenze di contratto. Invece, spesso rifiuto proposte che non mi convincono artisticamente.

Voi attori siete veramente così incontentabili e capricciosi o è solo un luogo comune?
Penso ci sia un po’ di luogo comune. Tuttavia ammetto che l’artista è spesso coccolato, richiesto dal pubblico e quindi molti possono “montarsi la testa” come si suole dire. Invece, il fatto di vivere lunghi periodi costantemente sotto i riflettori, a cui si alternano momenti di silenzio, è spiazzante e non sempre facile da gestire e può dar luogo a “bizzarrie caratteriali”.

Un ricordo per Luca De Filippo, mancato prematuramente?
Siamo stati molto amici con Luca. Gli ho voluto e gli voglio ancora tanto bene e il ricordo incredibile che racconto per la prima volta a te Michele e ai lettori di Sipario, è che per una serie di coincidenze, il caso ha voluto che al momento della sua dipartita io fossi accanto a lui, al suo capezzale. Una esperienza veramente forte, indelebile per il mio cuore.

Ti ho applaudito in “Cabaret” di cui sei stato il primo interprete in Italia, una sfida vinta?
Più che vinta!! Ho amato incondizionatamente “Cabaret”. Esperienza indimenticabile, dalla quale è partita tutta la mia carriera. Inoltre da questo spettacolo nasce una delle più longeve e straordinarie amicizie, quella con la carissima Maria Laura Baccarini.

Per “Concha Bonita” hai ricevuto tanti premi e tante sono state le repliche, qual è la forza di questo spettacolo?
L’originalità della storia, la struggente musica di Piovani, la poetica della scrittura di Cerami, e la pura follia di Alfredo Arias, regista.

Un altro tuo spettacolo straordinario è stato “Le tre verità di Cesira” di Manlio Santanelli. Avevi avuto modo di affermare che le tre verità sono come i figli di Filumena Maturano: non si saprà chi è quello giusto?
Amo Cesira, la donna baffuta e mi diverto follemente con lei. Un monologo surreale, geniale, cucitomi addosso dal bravissimo Angelo Savelli regista. Cesira troneggia, urlante, dietro il suo bancone, nei vicoli di Napoli, raccontando al pubblico tre verità che spiegano la presenza dei suoi baffi….ma poi come Filumena, ritratta, e cambia le carte in tavola proprio come il gioco delle tre palline sotto la campanella, e in questo modo la verità vera non si saprà mai, proprio come i figli della Marturano! Perché?... Non lo sapremo mai!!

Il genere dell’operetta, a te tanto caro, oggi è sempre così in voga e amato?
A parte il sempre verde “La vedova Allegra”, in effetti le operette vanno oggi meno di moda e ritengo sia un peccato. Nata come un’espressione romantica e sentimentale, inverosimile e nostalgica, la cui funzione era di allietare la borghesia nascente di fine Ottocento, rimane a mio giudizio un genere molto godibile e ancorato nella cultura mitteleuropea.

Con “Volare” hai portato nei teatri un sentito e partecipe omaggio a Domenico Modugno. Cosa amavi in lui artista?
La veracità, la passionalità, l’umanità e la poesia popolare.

Mi piace ricordare anche Paolo Panelli, con il quale hai lavorato in “L’alba, il giorno, la notte”. Com’era stare al suo fianco, lui sempre così surreale, stranulato, sagace?
Finto stralunato!!! Attore bravissimo, ma soprattutto grande Maestro. Dopo Eduardo è con lui che ho imparato ancora tanto. Devo dire che aveva molta pazienza e poi talmente simpatico che a volte era difficile concentrarsi per fare le prove. Conservo ancora gelosamente uno splendido libro che mi regalò la sera della prima “L’attore creativo” di Stanislavskij, con una dedica dal sapore lievemente ambiguo “ A Gennaro, con grande stima e con la certezza che di questo libro ne farà l’uso che vuole!” Affettuosamente Paolo Panelli. Febb. ’90.

Il genere “varietà” a cosa ti riporta? E l’avanspettacolo? E la rivista?
Rispondo all’ultima incorporando anche le due precedenti. Dal vecchio “Varietà”, nasce la “Rivista”, dalla quale nasce “L’avanspettacolo”, bene, queste incredibili forme di spettacolo oramai inesistenti, mi riportano innanzitutto a stelle di prima grandezza di cui si è perso lo stampo… solo per citarne alcuni: Petrolini, Anna Magnani, Totò, Anna Fougez, Wanda Osiris, Alberto Sordi etc., poi a tempi costosissimi di sogni e di fasti di cui oggi non ne potremmo avere neanche l’idea, ma che comunque al solo ricordo ci danno la possibilità di sognare.

Con “Il mio nome è Milly” per la tua stessa regia hai reso omaggio all’intensa personalità di Carolina Francesca Giuseppina Mignone, in arte Milly, cantante e attrice entrata nella storia dello spettacolo che prima, durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale fu considerata una vera diva, apprezzata inoltre in America ed interprete al Piccolo Teatro di Milano. Il suo singolare modo di vestirsi in chiffon e il suo fascino ti hanno ammaliato tanto da regalare al pubblico uno show affascinante... quali sono state le maggiori soddisfazioni nell’interpretare questo ruolo di successo?
È stata quella di ricordarne la grandezza, commuovendomi. Credo sia lo spettacolo che mi commuova di più: se qualcuno è incuriosito, può andare a sbirciare su youtube quando canto “Scarpe nuove”, una canzone che racchiude l’animo di Milly ed in cui mi ritrovo pienamente. E ciò che mi ha reso anche molto felice è ritrovare la stessa commozione da parte del pubblico che mi ha frequentemente regalato vere e proprie standing ovation con “Milly”, anche da parte dei più giovani che poi hanno iniziato a scrivermi per ringraziarmi di averla fatto loro conoscere .

Mentre l’idea di dedicare uno spettacolo ad Yves Montand come nasce?
Montand è un personaggio che ho amato sin da bambino e quando andai a lavorare a Parigi alla metà degli anni Ottanta, con i primi soldi guadagnati, comprai buona parte della sua discografia. Ascoltavo spesso le sue canzoni, immaginando e sognando uno spettacolo sulla sua vita. Ma capii fin da subito che l’idea era troppo difficile da realizzare. Non ci pensai più fino a qualche mese dopo la sua scomparsa avvenuta nel novembre del 1991. Una mattina di primavera passeggiavo in una strada di Roma con tante bancarelle di libri, sorpassai una di queste ma improvvisamente mi arrestai come se qualcuno o una forza strana mi invitava a ritornare indietro!… Seguii l’istinto, tornai indietro e il mio sguardo si incrociò repentinamente con quello di Yves Montand, fotografato in bella mostra sul frontespizio della sua biografia dal titolo “Vedi, non ho dimenticato”. Brividi. Segno del destino? Naturalmente comprai il libro dal quale finalmente nel 2015, per volere mio e del sindaco di Monsummano Terme, cittadina dove è nato Montand (Ivo Livi), nacque lo spettacolo che ancora oggi porto in tour.

Una città preferita? Tra tutte quelle che hai girato in tournée ma anche una che sogni ancora di visitare?
Venezia è la mia città preferita. Invece mi piacerebbe visitare Petra.

Cosa ti piacerebbe raccontare della tua carriera che nessuno ti ha mai domandato? Un aneddoto, un ricordo, un particolare...
Al momento non vedo altro. Credo che mi sia stato chiesto tutto, anche troppo a volte e credo di avere risposto a tutto, compresa questa domanda!

La napoletanità nel mondo è stata rappresentata da grandi nomi, un motivo di assoluto orgoglio nazionale… la lista sarebbe lunga, Totò, Massimo Ranieri, Sophia Loren, Roberto Murolo, Pupella Maggio, Isa Danieli, Lina Sastri, Francesco Rosi, Mario Merola, Angela Luce, Peppe e Concetta Barra, Massimo Troisi, Pino Daniele, la famiglia De Filippo, Enrico Caruso, Leopoldo Mastelloni, Eduardo Scarpetta, Tina Pica… La partenopeità è un biglietto da visita tra i più entusiasmanti per creatività e temperamento! Chi ti piacerebbe aggiungere a questa lista?
Gennaro Cannavacciuolo!

La tua isola felice Gennaro dove si trova?
Nella mia famiglia!

Michele Olivieri

Ultima modifica il Domenica, 13 Dicembre 2020 11:48

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