giovedì, 02 febbraio, 2023
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INTERVISTA A EZIO AIMASSO - di Annamaria Pellegrini

Ezio Aimasso Ezio Aimasso

Strano e affascinante, il primo incontro in età ginnasiale con l’esecuzione, penso in periodo di Quaresima, di un Dies irae eseguito a cappella da due cantori sugli amboni simmetrici di marmo bianco e nero, in una basilica di stile razionalista: per la prima volta, la percezione del rapporto del suono con lo spazio nel quale è prodotto.
Per questo avrei voluto essere presente al concerto del coro Haec Dies, in quel di Sant’Antimo, abbazia di origine carolingia e ancor oggi dedita tra l’altro al Gregoriano, in quest’angolo di Toscana nei pressi di Montalcino. Poi, bella scoperta, l’uscita per Sillabe del testo di Ezio Aimasso, recensito anche da Quirino Principe per Il Sole 24ore.
Nella dedica del libro Paolo Conte così parla di questa salmodia latina “l’ombra arcaica che trasmette questa musica, dalle movenze apparentemente instabili e ondulante nell’invisibile, aiuta la concentrazione se non l’astrazione” e possiamo aggiungere, solo il gusto per la parola del cantautore astigiano così fuori dagli schemi attuali poteva essere così pregnante. Oggi, scrivo il giorno di S. Lucia, fra non molte ore, quel testo così lodato e che mi si è rivelato viatico sintetico quanto completo, si avvia ad una seconda edizione, arricchita di quattro capitoli.

Dottor Aimasso, quando è nato il suo interesse per questi suoni antichi?
Il mio interesse per il canto gregoriano credo sia nato nella piccolissima chiesa del mio paese, Castelrotto di Guarene, quando da bambino, la domenica, sentivo sempre cantare la Missa de Angelis, e al pomeriggio i vespri. Non sapevo ancora leggere ma cantavo a memoria i diversi salmi dei vespri. (nota del redattore: il termine dottore è qui usato proprio nel senso di medico, essendo Ezio Aimasso un pediatra in quel di Alba). Credo che queste reminiscenze siano state determinanti ad indirizzarmi a studiare in profondità il canto gregoriano.

Infatti nel suo CD del 2019 sono presenti sia la Missa De Angelis che Dominica ad Vesperas. Senza trascurare l’attività di pediatra, lei ha conseguito il diploma in musica corale e direzione di coro. E poi?
Mi sono iscritto al corso di Canto Gregoriano presso il Conservatorio di Torino, dove ho conseguito il diploma triennale prima e biennale poi. Infine ho fatto domanda per essere ammesso al Pontificio Istituto di Musica Sacra di Roma, dove, dopo tre anni di intenso studio e lavoro, ho ottenuto il dottorato, con una tesi su un antifonario secolare della fine del XII secolo, conservato nell’archivio Diocesano di Vercelli.

Quando nasce il suo coro?
Nel 2007 ho fondato il coro ad Alba, in provincia di Cuneo, e da allora ci siamo esibiti in numerosi e sempre apprezzati concerti in Italia e all’estero. Attualmente è costituito da undici elementi, che condividono con me questa passione e si sobbarcano prove su prove nei momenti liberi dal lavoro (ma provare in certi spazi architettonici anche senza pubblico è già una gioia) così come per passione operano tutti gli altri membri dell’Associazione Haec Dies di cui il coro fa parte.

Il coro predilige le esecuzioni in luoghi deputati consoni al suono e ai temi trattati, nelle chiese, abbaziali e non, se non ricordo male.
Si esatto. Il gregoriano è nato per la Liturgia, è liturgia in quanto canto della Parola di Dio: già il proporlo in concerti è sradicarlo dalla sua patria, che è la celebrazione liturgica vissuta nella fede. Non essendo in pratica più possibile proporlo nella Liturgia, salvo in rarissime occasioni, ben vengano i concerti: ma questi si devono obbligatoriamente proporre in una chiesa.
Recentemente, il 20 ottobre scorso, siamo stati chiamati a tenere un concerto in occasione della festa del libro antico e medievale, organizzato dal comune di Saluzzo, in collaborazione con il Salone internazionale del libro di Torino e il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Saluzzo. Un pubblico attentissimo e calorosissimo ci ha accolto e accompagnato con tantissimi applausi e richiesto ripetuti bis.

Un pubblico più sensibile e preparato non si sarebbe potuto trovare, immagino. Ma ricordo, ora che si avvicina il Natale, la vostra ultima pubblicazione discografica, ancora per le Paoline Editoriale Audiovisivi, per l’appunto intitolato Regem Venturum Dominum – Novena di Natale in Canto Gregoriano, con una preziosa prefazione del suo Maestro Giacomo Baroffio. Ma io so che lei ha nel cuore un luogo di grande bellezza, in Francia, dove si volle recuperare questo suono antico. Ne vuole parlare ai nostri lettori?
Nel 1833 un prete della diocesi di Le Mans torna in possesso della millenaria abbazia di Solesmes, distretto della Sarthe in Francia, passata allo stato durante la rivoluzione francese e l’impero napoleonico, e vi si trasferisce con un nutrito gruppo di monaci. Qui inizia a mettere mano alla restaurazione del canto gregoriano per mondarlo dei rimaneggiamenti presenti nella famosa Editio Medicea del 1614, e riportarlo all’antica purezza, secondo quanto testimoniato dai manoscritti più antichi. Quest’opera di restaurazione viene proseguita da altri studiosi solesmensi nella seconda metà del XIX secolo. E trova il suo compimento con la nomina di una commissione pontificia, voluta da s. Pio X agli inizi del XX secolo: al termine di questi lavori, vengono redatte nuove versioni dei canti della Messa e dell’Ufficio, restaurate secondo le indicazioni dei più antichi manoscritti notati. Di questa commissione facevano parte due monaci di Solesmes, dom Pothier e dom Mocquereau, tra i quali scoppiarono subito violenti contrasti sulla scelta della restituzione melodica corretta, cosicchè dom Mocquereau lasciò la commissione e se ne tornò a Solesmes.

Qual è la regola secondo la quale vivono questi monaci?
La regola è sempre quella che san Benedetto scrisse verso il 540, che continua a rimanere di una modernità incredibile.
Ancora oggi nell’abbazia millenaria di Solesmes si possono ascoltare tutte le liturgie cantate in gregoriano, secondo i dettami presenti nella Regula benedettina: in quel piccolo paese si respira un’aria di spiritualità che pervade e rigenera lo spirito. Le sei/sette Ore di celebrazioni giornaliere fanno sì che si entri in un'altra dimensione, dalla quale è poi molto difficile rientrare nel momento in cui si deve per forza ritornare alla vita di ogni giorno.
Già otto volte mi sono recato a Solesmes, nonostante i più di mille chilometri di distanza, e vi ho vissuto esperienze indimenticabili. Ricordo ad esempio la veglia pasquale di alcuni anni fa: quando l’anziano abate iniziò il canto del preconium pasquale, il famoso Exsultet, con una voce flebile, tentennante, interrotta da frequenti atti del respiro: mai più avrei pensato che sarebbe riuscito a giungere al termine (quel canto dura oltre i 15 minuti). Ma lui, anche se con palese difficoltà riuscì ad arrivare alla fine. Ebbene, io che avevo sentito diverse esecuzioni discografiche di quel canto, che mi avevano stupito per la bravura degli interpreti, ma che mi avevano lasciato poco sul piano delle emozioni spirituali, al termine avevo le lacrime che scendevano, per l’intensità della preghiera e della fede di quel vegliardo che trapelava da ogni nota di quel canto.
Queste sono le sensazioni che si provano nelle liturgie di quell’abbazia.
Nel libro spiego come l’actuosa participatio di tutti i presenti alle celebrazioni liturgiche solesmensi sia elevatissima: tutti i brani delle diverse celebrazioni sono cantati esclusivamente dai monaci, ma l’attenzione, la preghiera, la spiritualità che permea tutti i presenti è elevatissima. Nessuno entra a celebrazione iniziata e nessuno si sogna di lasciare il proprio banco prima che tutti i monaci (e sono attualmente poco più di cinquanta), siano usciti dalla chiesa. Questo aiuta a comprendere cosa significano le parole di Benedetto XVI su questo argomento. “Non c’è proprio nulla di attivo nell’ascoltare, nell’intuire, nel commuoversi?”

Annamaria Pellegrini

Ultima modifica il Mercoledì, 28 Dicembre 2022 11:06

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